s
Tutte le prime pagine di oggi su Giornalone.it
L'ambasciatore Peled: “Manifestare contro il ddl antisemitismo è stare col terrorismo”
Oggi 10-09-26, 09:12
«Per quanto diplomatico voglia essere, trovo incomprensibile manifestare contro una legge che combatte l'antisemitismo. E se lo si fa con le bandiere di Hezbollah, o di altri gruppi terroristici, è evidente che si sta sostenendo il terrorismo contro Israele, non una nobile ragione». Lo afferma Jonathan Peled, ambasciatore d'Israele in Italia, durante un colloquio con Il Tempo nel giorno del sit-in contro il ddl Antisemitismo davanti a Montecitorio dove sono coparse bandiere di Hezbollah, di Hamas e del Fronte popolare della liberazione della Palestina. Che cosa risponde a chi sostiene che il disegno di legge censuri le critiche a Israele? «È una questione interna italiana. Il testo, presentato da sinistra e destra, dimostra un ampio consenso sulla necessità di combattere l'antisemitismo, a beneficio della società italiana e degli ebrei che vi abitano. Dovrebbe essere un tema apolitico: riguarda il diritto dei cittadini a vivere in sicurezza. Trovo singolare che l'Italia sia stata tra i principali partecipanti alla conferenza dell'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto, l'IHRA, e che il secondo governo Conte ne abbia adottato la definizione e i relativi esempi. Ora parte della sinistra protesta contro una decisione assunta dalla stessa sinistra. Ci preoccupa vedere in queste manifestazioni alcuni esponenti della sinistra, già comparsi pubblicamente accanto a Mohammad Hannoun, partecipare a queste manifestazioni. Per noi è molto strano». Perché Israele ha ripreso gli attacchi a Gaza e in Libano? «Il cessate il fuoco viene violato da Hamas a Gaza e da Hezbollah in Libano, mentre la pressione internazionale non è abbastanza forte. Dietro queste organizzazioni c'è l'Iran, che sostiene anche i miliziani Houthi dello Yemen, i quali cercano di assumere il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb. Non accettano il cessate il fuoco né un percorso politico e diplomatico. Hezbollah attacca le Forze di difesa israeliane, Hamas si riarma e cerca di colpire i nostri militari. Dobbiamo proteggere i soldati e i nostri interessi. Se le Forze armate libanesi non riescono a controllare Hezbollah, non possiamo lavorare a un accordo di pace. Se Hamas non disarma e la forza internazionale non riesce a impedirgli di riarmarsi, non potremo proseguire con quanto concordato. Il cessate il fuoco è molto, molto fragile». La comunità internazionale non è riuscita a far rispettare gli accordi? «Serve più pressione, anzitutto sull'Iran, perché è dietro a tutti loro, ma anche sul governo e sulle Forze armate libanesi affinché intervengano contro Hezbollah. Per Gaza, non si può continuare a criticare Israele quando attacca o si difende se non si prende alcuna misura contro Hamas. L'Egitto e gli altri Paesi arabi possono esercitare pressioni, non soltanto gli Stati Uniti e la forza internazionale di stabilizzazione. Preferiremmo che la comunità internazionale agisse sul piano politico e diplomatico ma, se non sarà in grado di svolgere il proprio compito, dovremo difenderci da soli. Finora non ha avuto successo». Con quale spirito gli israeliani andranno alle urne il 27 ottobre? «Paura no, speranza forse sì. Saranno elezioni cruciali e sorprenderà sapere che al centro non ci sono la sicurezza o le relazioni estere, ma il modo in cui vogliamo governare il Paese. Qualunque esecutivo si formi, quello attuale o uno nuovo, non cambierà drasticamente le posizioni di Israele nella lotta contro Iran, Hezbollah, Hamas e Houthi. La differenza riguarderà il modo in cui ricostruire la società dopo il 7 ottobre, rilanciare l'economia e la vita civile. Molti chiedono un cambiamento. Mi aspetto un'affluenza molto alta. Questa volta credo che più persone andranno alle urne». L'inchiesta di Haaretz sulla telefonata con cui Netanyahu sarebbe stato avvertito prima del 7 ottobre, smentita dal suo ufficio, può pesare sul voto? «Il 7 ottobre è l'ombra che incombe su queste elezioni. Molte persone vogliono sapere chi se ne assumerà la responsabilità e il tema è molto presente. Inserisco la notizia del quotidiano israeliano Haaretz nel contesto della campagna elettorale, come le altre accuse uscite nei giorni scorsi. Destra, sinistra e diversi partiti cercano di affermare la propria versione e potremmo vedere altre rivelazioni sensazionali da qui al 27 ottobre. È una campagna accesa ed emotiva. Le emozioni sono fortissime e la polarizzazione è molto alta. Ci attende un periodo elettorale tempestoso e lo sarà anche il giorno del voto». Israele ha mai votato in un clima simile? «Negli ultimi venticinque anni no. Le elezioni più simili furono quelle del 1996, dopo l'assassinio di Yitzhak Rabin, quando vinse Netanyahu, poi sconfitto da Ehud Barak. Il voto del 1992, con la vittoria di Rabin e il processo di Oslo, fu importante. Nel 1977 Menachem Begin portò la destra al potere dopo quarant'anni di governi laburisti, ma il contesto era diverso: non esistevano i social network e non c'erano tutte queste manifestazioni. Per ritrovare qualcosa di paragonabile bisogna tornare almeno al 1996». In Occidente molti identificano Israele con Netanyahu. Qualunque sia l'esito, Israele resterà Israele? «Certamente. Se domani vincesse l'opposizione, cosa che non sappiamo, le nostre posizioni sulla sicurezza nazionale non cambierebbero di centottanta gradi. Potrebbero cambiare il modo di presentarci e forse il linguaggio con cui parleremo agli europei e agli americani. Ma Israele non è una sola persona e, qualunque sia il risultato, resterà Israele. Proprio per questo saranno probabilmente elezioni storiche». Come giudica le sanzioni britanniche contro Israele? «Siamo fermamente convinti che siano controproducenti, per due ragioni. La prima è che arrivano durante una campagna elettorale: una decisione di questa portata può essere considerata un'interferenza. I britannici avranno le loro ragioni interne, ma non è il momento per misure simili e non so chi vogliano favorire. La seconda riguarda il ruolo che Londra vuole svolgere in Medio Oriente. Se intende contribuire al piano di pace per Gaza e aiutare l'Autorità palestinese, deve dialogare con tutti. Se ci sanziona e prende posizione contro Israele, perde la rilevanza per essere considerata un mediatore imparziale e onesto. Non vedo, inoltre, Londra o altri Paesi adottare lo stesso genere di sanzioni contro qualsiasi altro Stato coinvolto in un conflitto». La violenza dei coloni non giustifica almeno misure mirate? «La violenza è inaccettabile, da qualunque parte provenga, e la polizia continuerà a contrastarla. Ma le sanzioni britanniche non colpiscono soltanto i coloni o chi vive negli insediamenti: colpiscono Israele, con l'embargo sulle armi e le misure contro le banche. Si getta via il bambino con l'acqua sporca. Non viene individuato un Ministro o una singola persona: sarei contrario anche a quello, ma sarebbe più facile spiegarne la logica. Un embargo sulle armi per le azioni di una parte della società israeliana non ha precedenti, soprattutto in un momento in cui Israele si sta difendendo. E arriva durante una campagna elettorale delicata, quando non è opportuno schierarsi con una componente politica. Saranno gli israeliani a decidere se vogliono un governo di sinistra, di centro o di destra». Quando si conoscerà il risultato e quanto servirà per formare il governo? «Se il risultato sarà netto, lo conosceremo il 28 ottobre, al massimo ventiquattr'ore dopo la chiusura delle urne. Capiremo se avrà prevalso la sinistra o la destra, il governo oppure l'opposizione. Soltanto un risultato molto ravvicinato renderebbe il quadro meno chiaro. Formare l'esecutivo può invece richiedere fino a novanta giorni. Il presidente consulta i partiti e affida l'incarico al candidato che ritiene abbia il sostegno maggiore, concedendogli trenta giorni. Se fallisce, può incaricare un altro candidato per altri trenta giorni. Potremmo quindi non avere un governo fino a gennaio. Se nessuno riuscisse a formarlo, potrebbero persino essere convocate nuove elezioni, come è già accaduto alcuni anni fa».
CONTINUA A LEGGERE
6
0
0
Guarda anche
Libero Quotidiano
