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Lazio, cronaca di un disastro annunciato
Oggi 15-05-26, 11:16
Una lenta discesa verso la mediocrità. E stavolta, a differenza delle precedenti stagioni in cui spesso c'era stato un saliscendi tra annate positive e inesorabili ridimensionamenti, sembra proprio che il presidente Lotito stia riportando la Lazio dove l'aveva presa: al funerale. Il club è fuori da due anni dalle coppe europee, non gli succedeva dagli anni Novanta. In questi 22 anni (da compiere il 19 luglio quando nel lontano 2004 divenne il numero uno della Lazio) conquistate quattro qualificazioni in Champions League, dieci all'Europa League mentre per sette volte ha fallito l'aggancio alle coppe, mai per due stagioni di seguito. Sei i trofei vinti, tre Coppa Italia e tre Supercoppa, nel complesso risultati sportivi anche non così deludenti se non fosse che nelle ultime stagioni c'è un calo di rendimento evidente della sua Lazio che viene da due settimi posti consecutivi. La nona posizione attuale certifica il terzo anno di ridimensionamento dopo quel posto sul podio con Sarri nel 2022-2023 che poteva aprire un ciclo vincente. E, invece, come era accaduto con costante regolarità per tutta la sua gestione, è stato l'inizio della fine, altro che salto di qualità. La Lazio non riesce mai ad inserirsi stabilmente nelle prime posizioni della classifica, come ad esempio è riuscito a fare il suo collega De Laurentiis col Napoli senza scomodare paragoni impossibili con le tre grandi del nord, quasi Lotito abbia preso come punto di riferimento Penelope. Tesse la tela per un'annata poi la disfa per non rischiare di salire in alto. E questa impossibilità di sognare è alla base del risentimento dei tifosi laziali, ormai la quasi totale maggioranza. Lo sciopero del prossimo derby segnerà il punto più basso di un rapporto conflittuale da sempre, la Lazio si presenterà nel suo stadio all'Olimpico, in una stracittadina in trasferta con un migliaio di sostenitori. Uno strappo doloroso, come peraltro è ormai noto da tempo, una frattura insanabile dopo comunicati del club al limite dell'autolesionismo (quello prima della partita contro il Genoa in casa fa venire in mente l'autorete di Marusic) e dichiarazioni insensate a volte pubbliche a volte estorte da telefonate a cui sarebbe bastato non rispondere per evitare ulteriori guai. Purtroppo, si è voluto lo scontro quasi ci si nutrisse dell'odio altrui a volte sbandierato con cori vergognosi con tanto di augurio di morte. Nessun timido tentativo di mediazione, solo contrapposizioni dialettiche che hanno allontanato i «clienti» dallo stadio. Ieri ci ha provato il sito della Lazio col ringraziamento dei tifosi presenti alla finale persa contro l'Inter, solo commenti di odio e rabbia: ora è davvero difficile ricreare empatia con la propria gente dopo tante scivolate evitabili. Tant'è, l'aspetto economico ha sempre avuto un peso, gli investimenti limitati sono stati spesso nascosti dalle intuizioni sul mercato del direttore sportivo di turno (prima Tare e adesso Fabiani che ha realizzato ultimamente 70 milioni di plusvalenze fondamentali). Ora siamo al «redde rationem», per usare il latino caro al presidente, non c'è più tempo per proclami o parole, servono soldi, un progetto chiaro o magari fare un passo di lato se non proprio indietro per stanare le ipotesi di fantomatici acquirenti che da anni girano per Roma. Si era parlato di un piano quinquennale di rilancio da presentare il 31 marzo, siamo a metà maggio e non se ne vede l'ombra. Per carità, è entrato almeno lo sponsor (altro errore non averlo avuto per 16 anni su 22), c'è l'ipotesi Nasdaq, piuttosto che il progetto dello stadio Flaminio. Idee importanti ma c'è bisogno di investire sulla squadra e cercare di trattenere Sarri che, dopo la delusione della Coppa Italia, è sempre più vicino al divorzio. Se davvero tiene alla sua creatura Lotito deve fare il presidente e meno il senatore oppure studiare strade alternative anche se c'è la sensazione che qualsiasi mossa sia tardiva. E il futuro della Lazio è pieno di nubi, altro che cielo biancoceleste.
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