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Le fatture cinesi erano gonfiate. Così si spiega il divario fra prezzo pagato e costo effettivo
Oggi 10-07-26, 07:27
Partiamo dall'inizio. Ma quanto costavano le mascherine in Cina nella fase pre -pandemia? Risposta: costavano pochissimo. Appena 1 centesimo le mascherine chirurgiche, 10-12 centesimi le KN95. E allora ecco il quesito successivo: come si spiega il fatto che in un sistema supercontrollato dallo Stato e da occhiuti apparati burocratici e fiscali, i prezzi siano improvvisamente schizzati verso l'alto? Stiamo parlando di immense fabbriche dai costi di produzione bassissimi, e addirittura in grado di ridurre ancora i costi unitari davanti all'esigenza di aumentare esponenzialmente il numero di dispositivi da sfornare Ora, in parte è certo comprensibile (in base alla legge della domanda e dell'offerta) che, in presenza di una grande richiesta estera concentrata nel tempo, il prezzo sia potuto salire, ma non in una misura così sproporzionata. Anche perché – giova ripeterlo ancora – in un sistema dirigista e autoritario come quello, le aziende devono indicare agli organismi fiscali i costi delle materie prime e, in dettaglio, ogni altro costo sostenuto, ai fini della tassazione da subìre. Ma facciamo ancora un passo in avanti. Già dalla fine di marzo del 2020 la Cina avvisa i Paesi acquirenti dell'esistenza di certificazioni farlocche (un'attestazione valida deve indicare la sigla corretta CE seguita da quattro cifre). Pochi giorni dopo (siamo sempre a marzo '20), anche altre autorità internazionali lanceranno un analogo allarme. Di più: la Cina avvisa l'Italia per via diplomatica e, secondo quanto risulta a Il Tempo, anche attraverso le Dogane, di elenchi «buoni» e «cattivi» di produttori. Si tratta dunque di attingere ai primi e non ai secondi. Ed esiste anche la possibilità, a tutela del Paese ricevente, di chiedere la liberatoria formale cinese. Contestualmente il funzionario dell'Agenzia delle Dogane Miguel Martina, come lo stesso ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro ha spiegato in Commissione Covid, aveva messo in guardia rispetto a mascherine «farlocche» o comunque non a norma, avendo informato anche i vertici della sua Agenzia. E qui scattano le prime domande. Vale la pena di chiarire che Il Tempo pone domande e chiede risposte: non abbiamo certezze assolute, siamo doverosamente garantisti verso ogni interlocutore, e semmai auspichiamo che ognuna delle personalità titolate in quel momento dia un contributo di chiarezza e di trasparenza. Perché le Dogane e altri – par di capire – non attinsero all'elenco «giusto»? O perché – altro dubbio – c'è l'ipotesi che abbiano lasciato passare anche materiali dalle certificazioni insufficienti o non a norma? Ecco dunque un primo blocco di quesiti che vanno lealmente e correttamente posti al titolare di allora dell'Agenzia, Marcello Minenna. Decise lui? Decise così? E, se sì, con chi si consultò? Con la struttura commissariale? Con i vertici del governo? Oppure – a partire dal dottor Minenna – si nega questa ricostruzione? E allora come andarono davvero le cose? I protagonisti ci aiuteranno a capirlo, su su fino al premier di allora Giuseppe Conte? Siamo giunti così alla seconda parte delle clamorose rivelazioni che Il Tempo è in grado di effettuare oggi. Esiste un'elevatissima probabilità che la gran parte delle fatture presentate dalle aziende cinesi protagoniste delle forniture contestate fossero gonfiate, o comunque con rilevanti indicatori di potenziale falsità. Ecco perché. A Il Tempo risulta che le fatture cinesi destinate al commissario recassero la resa Cif (costo, assicurazione e nolo mescolati in un unico calderone). Peccato che il sistema doganale cinese non funzioni così. La bolletta doganale cinese all'esportazione deve indicare il prezzo Fob della merce; nolo e assicurazione viaggiano in caselle distinte, e sono obbligatori tanto il numero di fattura quanto il numero di contratto. In Cina, insomma, il valore che «esce» è Fob per definizione: una fattura all'italiana tutta Cif, senza il gemello Fob a monte, è già di per sé un pesce fuor d'acqua. Non è un'opinione: è scritto, nero su bianco, in un'informativa della stessa Agenzia delle Dogane del 2016. La quale aggiunge una frasetta che oggi suona come una profezia autolesionista: un documento che viola le regole di compilazione cinesi «non deve essere accettato» neppure dalle dogane italiane per determinare il valore di transazione. Riassumendo: la dogana sapeva già, dal 2016, che una fattura cinese «tutta Cif», priva del corrispondente Fob, è la firma classica del contrabbando documentale. Nel 2020, con le mascherine, quella firma è passata inosservata. Come mai non si è valutato questo elemento? Oppure: quale spiegazione si dà diquesta circostanza? Oppure: ci sono elementi fattuali che possano correggere questa ricostruzione? Resta il punto di fondo: una fattura gonfiata, per definizione, si presta naturalmente ad un aumento surrettizio dei costi. Chiaro, no? E il gioco è fatto
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