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L'ultima perla di Bonelli: “Fa caldo, la Meloni deve rispondere. Governo irresponsabile”
Oggi 30-06-26, 09:50
«L'inazione del governo sulla crisi climatica è irresponsabile. Quella che stiamo vivendo non è una semplice emergenza meteo, bensì gli effetti della crisi climatica, che è diventata una questione di sicurezza nazionale. Giorgia Meloni la smetta col negazionismo e le guerre ideologiche». Quella di Angelo Bonelli è la versione aggiornata del vecchio e glorioso «Piove, governo ladro». Solo che oggi il proverbio ha fatto carriera: «Fa caldo, governo Meloni». In pratica, qualunque cosa accada nel cielo diventa subito una prova schiacciante dell'inadeguatezza dell'esecutivo. Il meteo, ormai, è diventato un sondaggio politico. Colpisce la naturalezza con cui Bonelli riesce a sostenere che il Governo dovrebbe «agire sulla crisi climatica», come se un esecutivo in carica da meno di quattro anni avesse acceso il termostato del pianeta e poi perso il telecomando. La domanda, allora, è inevitabile: dov'erano Bonelli e i paladini della sinistra ambientalista quando il mondo andava avanti a colpi di conferenze, piani, strategie, agende e grandi annunci verdi? Perché per anni ci hanno spiegato che bastava una direttiva, una «Cop», un commissario europeo e un po' di retorica ben stirata per salvare il pianeta. Poi, però, il pianeta ha continuato a fare il pianeta, e la realtà ha avuto la cattiva abitudine di non leggere i comunicati stampa. L'esempio perfetto è quello di Frans Timmermans, per anni il grande sacerdote della transizione verde europea. Il suo Green Deal doveva essere la rivoluzione ecologica del secolo, una specie di epopea climatica con finale felice. Il risultato, invece, è stato più simile a una lunga seduta di autocoscienza burocratica: proteste, malumori, ripensamenti e una quantità di slogan inversamente proporzionale alla capacità di convincere chi doveva davvero pagare il conto. Molta liturgia, poca magia. E poi c'è il dettaglio che gli ambientalisti militanti preferiscono sempre lasciare fuori campo: davvero qualcuno pensa che il destino climatico del pianeta si decida tra Roma e Bruxelles, magari con una riunione ben fatta e un comunicato finale in maiuscolo? Una bella favola, molto europea, molto rassicurante. Peccato che il resto del mondo non abbia ricevuto l'invito. Così, mentre qui si moltiplicano divieti, obblighi, tasse e lezioni morali, altrove (vedi Cina e India) si continua a emettere, produrre e crescere con una serenità che noi ci sogniamo. Il solito ambientalismo da salotto: molto severo con chi guida, coltiva, produce e paga, e sorprendentemente discreto quando si tratta di guardare oltre i confini dell'Unione. La sinistra, su questo, resta un capolavoro di elasticità narrativa. Quando è al governo, invoca tempi lunghi, processi complessi, obiettivi al 2050 e pazienza storica. Se invece si sposta all'opposizione, trova il colpevole: quattro anni di governo bastano e avanzano per spiegare un fenomeno planetario. Una forma di fisica politica davvero notevole: il tempo si allunga quando serve a giustificarsi, si accorcia quando serve ad accusare. E allora magari, prima di impartire l'ennesima lezione, Bonelli farebbe bene a dare un'occhiata al curriculum climatico dei suoi alleati e dei suoi riferimenti politici, in Italia e a Bruxelles. Perché se le ricette dell'ambientalismo militante erano davvero così infallibili, dopo decenni di presenza nelle istituzioni qualche miracolo dovrebbe pur vedersi. Se invece il quadro continua a essere descritto come sempre più drammatico, attribuire tutto all'ultimo arrivato non è analisi politica. È solo il vecchio, instancabile, comodissimo "piove, governo ladro" in salsa verde.
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