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Rifondazione deposita le firme per non finire nel campo largo
16-05-2026, 11:00
Depositate le firme per chiedere la consultazione interna a Rifondazione Comunista. L'obiettivo è far decidere agli attivisti, in modo libero, se entrare o meno in quel campo largo che, alle prossime politiche, si candida come alternativa a Giorgia Meloni. Se Elly Schlein e Giuseppe Conte, quindi, davano per scontata l'adesione del partito con falce e martello al loro grande contenitore progressista dovranno aspettare e soprattutto rispettare il volere di chi è stato sempre coerente con le proprie idee e, per alcuna ragione al mondo, è disposto a rinunciare ai capisaldi per cui una certa sinistra dovrebbe battersi e, invece, tace. Circa 3 mila militanti, secondo le sottoscrizioni raccolte, chiedono una collocazione chiara, in modo da evitare, sin dal principio, pericolose divisioni. L'obiettivo è arrivare entro la fine di giugno a una sorta di referendum per chiedere agli iscritti se correre con pentastellati e centristi vari oppure andare avanti con quella proposta che ha sempre contraddistinto una determinata area. In tal senso chiarissimo è Paolo Ferrero, ex ministro e già segretario di tale forza: «Penso – riferisce ai taccuini de Il Tempo – che oggi il nodo fondamentale, attorno cui aggregare una coalizione sia il no alla guerra, alle spese militari. Sarei il primo a essere contento se riuscissimo a eleggere cento deputati. Allo stesso modo, però, ciò non servirebbe a nulla se per farlo dobbiamo smettere di credere a quello per cui, da una vita, ci battiamo. Mi riferisco alla pace, principio irrinunciabile e per cui tutti dovremmo farci sentire. Ritengo sbagliato, in un momento difficile come quello attuale, dare miliardi all'Ucraina per le bombe, mentre non ci sono risorse per garantire lo stato sociale. Non ci possiamo indebitare per il riarmo, con la scusa della difesa, mentre le condizioni degli italiani peggiorano di giorno in giorno. Se la destra ha deciso di armare Kiev non ci sorprende, ma certamente non possiamo ritenerci alleati di quel Pd che non cerca la fine delle ostilità, ma si limita a inviare soldi per rifornire arsenali bellici, seppure la nostra sanità sia al collasso. Peggio ancora l'istruzione». Per l'ex esponente del governo Prodi, comunque, non c'è differenza tra la prima inquilina del Nazareno e Giuseppe Conte. «Il nostro problema - chiarisce - non sono le persone. Sono, piuttosto, i contenuti. Vogliamo solo sapere come il futuro leader del campo largo intenda far smettere il massacro ucraino e quando sarà disposto a riaprire i colloqui con la Russia, togliendo inspiegabili sanzioni. Qualora vada in tale direzione, certamente saremmo disposti a ragionarci. Altrimenti non ci interessa». Il principio fondamentale, intanto, resta quello della democrazia interna. «Siamo sempre stati quelli che più di tutti – rimarca il dirigente – si sono opposti alle decisioni calate dall'alto. Motivo per cui riteniamo che debba decidere la nostra base, quelle persone che da anni ci mettono la faccia per questo progetto». Una cosa è certa, se dovesse venir meno l'apporto di Rifondazione Comunista l'adunata giallo-rossa l'adunanza giallo-rossa risulterebbe incompleta. Non bisogna dimenticare che, dalle manifestazioni per i diritti fino all'ultimo referendum, venduto come la “rinascita di un fronte”, non sono mai mancate le bandiere e il sostegno di un soggetto ben radicato e con una storia di cui nessuno può pensare di appropriarsi, cantando, per qualche volta, Bella Ciao. Né Elly in versione partigiana o Giuseppi in quella operaia possono pensare di sostituire chi, dagli ormai lontani anni novanta, si batte per determinate ragioni e che certamente non è disposto a sottostare al diktat del primo centrista che capita.
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