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Roma "sprecona": 700 tonnellate di cibo al giorno finiscono nella spazzatura
Oggi 05-07-26, 09:00
Frutta, salumi e pane. Sono i tre cibi che finiscono più spesso nei cestini della spazzatura a Roma. Ma c'è anche la verdura, le patate, cipolla e aglio. E tra i quartieri più «spreconi» c'è il cuore della Capitale, e quindi il suo centro storico, Trastevere e Prati dove soprattutto in particolari periodi dell'anno, come l'inverno, si raggiungono cifre record di cibo buttato letteralmente nei secchi. Ogni giorno si gettano nella spazzatura circa 700 tonnellate di alimenti, che significa 260 mila tonnellate l'anno, con costi medi stimati tra i 3 e i 6 euro per ogni chilogrammo di cibo eliminato. Tra gli alimenti, appunto, che finiscono più spesso nella spazzatura c'è proprio la frutta fresca, che rappresenta il 24% degli sprechi, seguita dal 19% dei salumi e a seguire dal 17% di pane, patate, cipolla e aglio. Chiude la classifica l'insalata. A dirlo è un'ultima analisi di Cna Roma, sottolineando il paradosso di una città dove l'inflazione pesa come un macigno sui bilanci familiari e dove ci sono circa 250 mila persone in condizioni di insicurezza alimentare. Quello che si sa, in base alle stime basate sulla concentrazione di attività alimentari nelle varie zone di Roma, è che lo spreco si concentra in centro storico, a Trastevere e a Prati, dove appunto è «molto alto», per passare a Eur, Ostiense, San Giovanni, Tiburtina e Parioli dove è «alto», per finire con i valori «medi» di Aurelio e Montesacro. Ma non sono soltanto le famiglie a gettare via il cibo che avanza da tavole, frigoriferi e dispense varie. Sul tavolo degli «imputati», si fa per dire ovviamente, sale ai primi posti anche la grandi distribuzione, che spreca soprattutto ortofrutta, ma anche gastronomia, latticini e vari prodotti prossimi alla scadenza, seguita dalla ristorazione con buffet, porzioni abbondanti servite alla clientela, o più semplicemente un'errata previsione della domanda: le perdite in questo caso dovute allo spreco alimentare, si aggirano addirittura sul 4-10% del cibo acquistato. E ci sono anche panifici e pasticcerie, con il loro venduto quotidiano che finisce il più delle volte nei secchi dell'umido. E poi i mercati rionali con la frutta e la verdura che non si riesce a smaltire alla fine del turno di lavoro; gli hotel e i catering per «colpa» dei buffet che finiscono a essere snobbati dai consumatori per via del troppo e dell'abbondanza e infine le mense scolastiche e aziendali, che servono pasti già preparati ma che non vengono consumati in proporzione. Insomma, un vero e proprio spreco che stride non poco con i prezzi dei generi alimentari, sempre più cari. Ma cosa si può fare? La «ricetta» per il presidente di Cna agroalimentare Roma, Mauro Secondi, è «potenziare gli strumenti e le politiche di sensibilizzazione al recupero estendendole anche all'interno dei mercati rionali e promuovere l'adozione sistematica della dogi bar e il pasto “sospeso” (per i più bisognosi, ndr) nei ristoranti». Come Cna, poi, «stiamo lavorando alla creazione di hub logistici dedicati al recupero delle eccedenze».
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