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Cultura e Spettacolo
Altro che re pazzo: la verità su Giorgio III
Oggi 25-07-26, 09:52
«La tragedia è che le colonie americane non hanno mai ricevuto una sua visita: se una visita reale fosse stata un’impresa concepibile nel Settecento, i capi delle colonie lo avrebbero capito meglio. Forse gli americani arriveranno presto a vedere il vero Giorgio III senza i pregiudizi e le opinioni tradizionali». Parole dell'allora principe Carlo, che è discendente diretto di Giorgio III, su cui è stato scritto molto e male, perché i luoghi comuni prevalgono, e perché sappiamo quanto siano difficili da togliere le etichette affibbiate dalla storia. Nel caso di Giorgio III, più corretto parlare di storie e racconti, tanto falsi quanto infamanti. Celebre quello in cui si narra che Giorgio III, perso nella sua pazzia, un giorno offrì la mano a un ramo di una quercia nel grande parco di Windsor convinto di essere di fronte al re di Prussia. Un saluto «con cordialità e riguardo estremi» a enfatizzarne la narrazione fasulla e denigratoria nei confronti di Giorgio III, che nutriva un'avversione profonda per il monarca prussiano. Un affronto esemplificativo degli innumerevoli racconti denigratori, si diceva che «si teneva impegnato scrivendo lettere a corti straniere su questioni inventate», e che aveva preso a «far vedere il didietro ai suoi attendenti per dimostrare che non soffriva di gotta», caricature feroci e miti storiografici che nel corso dei secoli hanno bersagliato la figura di Giorgio III, colpevole di essere stato L'ultimo re d'America (Utet, pagg.1265, euro 48). E in quanto tale nemico giurato di Thomas Jefferson, che giustificò la guerra d’Indipendenza con ben ventotto accuse contro il re, descritto come un «tiranno inadatto a governare un popolo libero». CRITICATO DA TUTTI «Giorgio è stato criticato dagli storici americani per aver combattuto la Guerra di indipendenza e da quelli britannici con tendenze whig per averla persa. Il paradosso è che i britannici persero la guerra proprio perché Giorgio III non era il tiranno descritto da Thomas Jefferson nella Dichiarazione di indipendenza. «Giorgio voleva che i suoi sudditi, britannici e americani, si godessero la vita e la libertà». Ma il ritratto di despota spietato persiste tuttora nella cultura popolare e storiografica statunitense, tanto da indurre lo stesso Re Carlo III, nel suo discorso al Congresso statunitense a Washington, ad esordire proprio con un riferimento “A tale of two Georges”, «il primo presidente, George Washington, e il mio trisavolo, re Giorgio III», rassicurando gli astanti con il suo regale umorismo di «non essere qui per qualche astuta manovra di retroguardia». È invece un'autentica pulizia della tela di platonica memoria, quella operata da Andrew Roberts, in quella che è la prima biografia senza pregiudizi nei confronti di Giorgio III, che lo stesso autore, celebre per le biografie di Napoleone il Grande e Churchill, ha il merito di far uscire da quel cono d'ombra che ne ha oscurato la grandezza. Merito anche della regina Elisabetta II che nel 2015 consentì la pubblicazione di oltre 200mila pagine dei “Georgian Papers” conservati nella torre rotonda del castello di Windsor, che Roberts ha consultato, vivisezionato e compendiato nella sua monumentale opera, corredata da albero genealogico della dinastia degli Hannover e da cartine geografiche ad inquadrare il fondamentale contesto europeo durante il regno di Giorgio III. IL FRAINTENDIMENTO Quella di Roberts è una controstoria della Rivoluzione americana resa possibile proprio per la concezione della «corona all’interno del parlamento» da parte di Giorgio, che i testi scolastici hanno colpevolmente trascurato, incompreso e sbeffeggiato dai contemporanei come Thomas Paine, autore del libello più influente contro il regno di Giorgio III, Senso comune (1776), in cui definì il re «il bestiale sovrano della Gran Bretagna». E frainteso da tanti autorevoli posteri, persino da Sir Winston Churchill, che lo ritenne «un uomo molto limitato», arrivando a descrivere la Rivoluzione americana come la lotta di un gentiluomo inglese, George Washington, contro un «re tedesco». Roberts smontaquesta visione, definendola una “cantonata” storica, poiché Giorgio III era nato in Inghilterra e si gloriava della propria identità britannica. Tanto è vero che Lord Escher, governatore del Castello di Windsor, scrisse nel 1912 che «il re era essenzialmente britannico per carattere e sentimento [...] Di tutti i sovrani che hanno regnato in Inghilterra, nessuno ha così totalmente rappresentato l’uomo medio tra i suoi sudditi». Svolse il ruolo di re in modo più che degno, nonostante soffrisse di psicosi maniaco-depressiva, aggravata da trattamenti medici che rasentavano la tortura e dal fatto che fosse «consapevole della sua infelice situazione», vissuta sempre con «britannica compostezza». ■.
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