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Antonio Polito smonta Marco Travaglio con lo stile di Travaglio: ecco come
Oggi 16-08-26, 14:34
Antonio Polito prende in giro Marco Travaglio con un fanta-articolo postato sui suoi canali social in cui, in sostanza, mette in fila gli scivoloni del diretteore del Fatto. Un esercizio di stile ironico che sta facendo il giro dei social: "Dunque Travaglio il Raglio ha fatto sentire la sua voce in difesa di Sigfrido Ranucci. È comprensibile. Per uno che ha creduto a una sconosciuta massaggiatrice uruguaiana (sconosciuta in senso letterale: pare che non l’abbiano mai incontrata) deve sembrare un peccato veniale aver creduto a Valter Lavitola, un tipo certamente più informato. Pur atteggiandosi ad “apostolo della verità”, Travaglio è infatti un grande esperto di bufale. Quei pochi che non ci cascarono, ricordano ancora la sua analisi di politica internazionale da Guinness dei primati. Il 23 febbraio del 2022 irrideva su “Il Fatto”, nome omen, “l’ennesima fake news americana dell’invasione russa dell’Ucraina (ancora rinviata causa bel tempo)”. Mal gliene incolse. All’alba del giorno dopo una poderosa armata di Putin invase l’Ucraina per prendere Kiev. Travaglio trovò subito il modo di riparare alla figuraccia: avendo ‘bucato’ l’inizio della guerra dei russi, la dichiarò immediatamente finita perché vinta dai russi. I quali però, dopo quattro anni e mezzo, e nonostante le profezie del loro “best friend” italiano, stanno ancora lì a morire e combattere.Travaglio ha un problema con le fonti, soprattutto quanto tenta la fortuna all’estero. Dopo l’Ucraina, ci ha provato con l’Uruguay. Su input di una manina sconosciuta (fossi in lui, mi farei qualche domanda) ha tentato addirittura di mettere sotto impeachment il Presidente Sergio Mattarella (estremamente inviso a Mosca, guarda un po’), accusandolo di aver concesso la grazia a Nicole Minetti senza sapere che aveva strappato un bambino alla madre ed esercitava in Sud America il mestiere di maîtresse. Il tutto con l’inoppugnabile testimonianza di una donna senza volto e di un tassista senza nome. Con il suo verdetto finale, la Procura Generale di Milano ha sepolto nel ridicolo la cosiddetta “inchiesta”". Ma non finsice qui. Come sostiene Polito, Travaglio sa fare anche di meglio: "Nel pieno della campagna referendaria sulla giustizia, per esempio, riuscì addirittura a far parlare i morti, due eroi italiani che meriterebbero più rispetto. Inventò infatti letteralmente dal nulla, sempre però con l’aria fattuale del Fatto, due vecchie interviste di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino contrarie alla separazione delle carriere. A Borsellino ne fu addebitata una all’interno del programma Samarcanda del 23 maggio 1991, in cui avrebbe affermato categorico: "Separare le carriere significa spezzare l'unità della magistratura. Il magistrato requirente deve poter svolgere la sua funzione senza dover rendere conto al potere politico". Fu però rapidamente accertato che a) il magistrato non aveva mai pronunciato queste parole; e b) che non era mai stato presente nella puntata di quel giorno né in altre. Ma le bugie di Travaglio hanno le gambe lunghe. E infatti il non-fatto rivelato dal Fatto (la menzogna, insomma), venne riproposta in varie salse da giornalisti e politici. A Otto e mezzo, il 3 novembre scorso, l'aveva ripetuta in diretta tv lo stesso Travaglio il Raglio, aggiungendo il commento perentorio: "Borsellino era radicalmente contrario alla separazione delle carriere”. Infine un "bilancio": "È riuscito così a farsi condannare a ricchi risarcimenti, da Previti al padre di Renzi, perdendo cause per allusioni e insinuazioni non provate. Ora è stato citato in un tribunale americano (lì niente Anm, ahi lui) per 250 milioni di dollari da Giuseppe Cipriani, il marito di Nicole Minetti, che si ritiene diffamato per le accuse rivoltegli a nome e per conto della massaggiatrice uruguaiana. Stavolta Travaglio ha molto ragliato (ha persino minacciato di querelare la procuratrice generale di Milano che ha smontato il castello di accuse, querela che non risulta però mai partita). E ha protestato perché la grande stampa non lo difende abbastanza da questa causa, che può costargli la chiusura del giornale. Sta chiedendo solidarietà a colleghi che il suo giornale ha definito “feccia”: “Una informazione prona al potere, perché tenuta per le palle grazie a quelle elemosine (i contributi pubblici all’editoria, ndr). Non spenderò neppure una virgola per la feccia dattilografa”, firmato Antonio Padellaro. Noi però la solidarietà gliela diamo lo stesso. Il Fatto non deve chiudere. Come potremmo vivere senza la dose di divertimento quotidiano regalatoci dai suoi editoriali?". Già, come?
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