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Como? Soldi, idee, chiarezza: la ricetta per invadere l'Europa
11-05-2026, 16:36
Quando si citano a pappagallo i soldi spesi dal Como nel tentativo di sminuirne l’impresa, bisognerebbe prima considerare il nastro di partenza rispetto alle competitor. Nove anni fa, il Como ripartiva dalla polvere della D. Ieri ha conquistato, perla prima volta, l’Europa. Non è passato nemmeno un decennio. È una salita che, nei top 5 campionati europei, non ha eguali: il Lipsia ci ha messo 7 anni, vero, ma entrando nell’ecosistema Red Bull e diventandone club di punta, e lo Strasburgo, fallito nel 2011, ci è riuscito nel 2019, ma passando perla coppa nazionale, non per una posizione di vertice in campionato. E poi, se vogliamo dirla tutta, di soldi ne sono stati spesi perfino pochi in relazione alle grandi con cui oggi il Como si confronta e che non hanno dovuto strutturarsi velocemente per un triplo salto di categoria. Il club lariano è settimo in serie A per prezzo d’acquisto del parco giocatori. Ha speso 350 milioni in meno della Juventus e 210 milioni in meno del Milan, che pure lottano per lo stesso obiettivo. E per monte ingaggi è 11°, quindi teoricamente dovrebbe puntare alla parte sinistra della classifica e niente di più. Un esempio, tra gli altri: il gol che vale l’Europa - e che gol - porta la firma di Douvikas, un colpo da 11 milioni, acquistato mentre era riserva nel Celta Vigo. Briciole, guardando la Fiorentina che ne spende 25 per Piccoli, la Roma 30 per Dovbyk, il Milan 35 per Gimenez, il Napoli 35 per Lucca, tanto per citare alcuni esempi di prime punte tra i club contro i quali il Como lotta per meriti sportivi, non di certo finanziari. Se pensate che i soldi stiano facendo la felicità del Como, vi siete persi tutte le scelte manageriali e sportive che dovrebbero fare scuola in Italia. Il solo fatto di ingaggiare Fabregas come giocatore-investitore per poi consegnargli la squadra quando non aveva nemmeno il patentino (per qualche mese fu Osian Roberts a “coprirlo”) e non si navigava placidi in serie A ma si lottava per i playoff in B, è un progetto visionario. La verità è che il Como è una manna dal cielo per il calcio italiano, un regalo che un sistema così ingessato non si merita. Un modello che da fuori sembra basato solo sul denaro, e invece si fonda sulla valorizzazione del territorio, dell’identità e del talento delle persone che lo compongono: dalla proprietà Hartono al presidente Suwarso, passando per il ds Ludi e il tecnico Fabregas. «Due anni fa, il 10 maggio, il Como veniva promosso in A. Due anni dopo andiamo in Europa», ha dichiarato ieri Cesc, visibilmente emozionato. E per uno che ha vinto praticamente tutto da giocatore, dire che «questo è un sogno che tra vent’anni ci ricorderemo ancora», non è affatto scontato. «Dedico questo traguardo ai tifosi», aggiunge Fabregas. Loro lo sanno benissimo, cos’era il Como due anni fa. E sanno perfettamente cosa non era più, nove anni fa. Sembra ieri. E del domani non vi è certezza, salvo eccezioni: il Como giocherà in Europa. Restano due partite contro Parma e Cremonese (più l’esito della finale di Coppa Italia tra Inter e Lazio) per scoprire quale.
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