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Così i Fratelli Musulmani vogliono prendersi gli Usa
Oggi 09-08-26, 09:54
La strategia entrista dei Fratelli Musulmani nelle istituzioni statunitensi inizia a dare frutti. Dopo la conquista di New York da parte dello sciita Zohran Mamdani, l’elezione alla Camera dei Rappresentanti dell’attivista palestinese Rashida Tlaib e di llhan Omar, la deputata di origine somala che si presenta alle sedute parlamentari con il velo islamico sul capo, ora si punta a mandare al Senato, sempre nelle liste dei Dem, Abdul El Sayed. È la nuova star del Michigan progressista che, mentre denunciava l’eccessiva influenza ebraica sulla politica americana, faceva finanziare la propria campagna elettorale da un gruppo di donatori legati alla galassia del fondamentalismo. Cifre non enormi, ma trasparenti e tracciabili come impone la legge degli Stati Uniti, per un totale di poco superiore ai 115mila dollari, provenienti da una quarantina di persone legate al Council for American Islamic Relations (CAIR). LA STRATEGIA CULTURALE Fra le quali spicca il suocero di El Sayed, Tayeb Jukaku, nel giro ormai da parecchio tempo. Almeno dal 2005, come presidente di CAIR nel Michigan, e poi membro del suo consiglio direttivo, cariche a cui nel 2007 ha affiancato quella di componente del Comitato dei Fondatori della Società Islamica del Nord America (ISNA), associazioni che hanno ricevuto denaro dal Qatar e nel 2007 sono state nominate in un processo sui finanziamenti ad Hamas fra i «cospiratori non incriminati» e «che sono e/o sono state membri dei Fratelli Musulmani statunitensi». Jukaku è anche uno dei principali donatori del comitato che sostiene la candidatura di El-Sayed, il Fighting for Michigan PAC, coin un versamento da 200.000 dollari, quasi la metà dei 478.125,68 dollari raccolti al 31 marzo scorso. Sono trascorsi ormai 25 anni dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e invece di sfondare grattacieli, la guerra santa si ripropone attraverso modalità più suadenti, perfino più efficaci. L’ingresso nelle stanze dei bottoni, e la loro occupazione, avvengono in modo discreto, anche se non del tutto invisibile. Sono «nascosti in piena vista», titolava la relazione svolta il 5 agosto scorso dinanzi alla commissione Giustizia del Senato degli Stati Uniti da Lara L. Burns, del Programma sull’estremismo della George Washington University, sulla presenza della rete dei Fratelli Musulmani in America, indicando la miriade di sigle in cui si articolano il network internazionale e le sue propaggini statunitensi. Tutti uniti da un obiettivo, «la grande guerra santa», delineato in un documento, il Memorandum esplicativo del 1991, sequestrato a uno dei loro capi Mohamed Akram. Non era solo uno slogan, ma il tentativo dichiarato di sabotare la società occidentale dall’interno, per fare «in modo che sia eliminata». È un investimento che paga, in ogni senso. Con i fondi versati dalle fondazioni “caritative” dell’Emirato di Doha non solo a Isna e Cair, ma anche in modo indiretto con finanziamenti da oltre 60 milioni di dollari - secondo un rapporto dell’Istituto per lo Studio dell’Antisemitismo Globale (Isgap) - nel settore dell’istruzione, in particolare universitaria, per influenzarne i programmi accademici. Una battaglia culturale ed economica legittima, nel Paese dove la libertà di espressione e d’impresa sono valori fondativi. Sempre che i diritti non si utilizzino come strumenti per distruggere l’ordine sociale e civile. Quel confine è stato superato quando gli atenei a stelle e strisce si sono trasformati in centri di diffusione dell’odio contro Israele e agli studenti ebrei è stato negato l’accesso ai campus da ronde di pro-Pal aggressivi. IL PROGRAMMA POLITICO Di pari passo, procede l’opera di legittimazione politica dell’intolleranza razziale. Con il programma Muslims Vote, ideato dal Cair nel 2024 per garantire che l’influenza delle voci islamiche sulle elezioni nazionali attraverso alcuni passaggi: aumento della registrazione e dell’affluenza dell’elettorato musulmano alle urne, formazione dei candidati musulmani, distribuire guide elettorali nazionali e schede di valutazione del Congresso, sondaggi sugli atteggiamenti politici islamici, cooperazione con altre organizzazioni musulmane e promozione di una “Piattaforma Politica Islamica” unificata. Lo sforzo, coordinato con altre realtà come EmgageUSA e lo US Council of Muslim Organizations – Civic Action Network, si concentra in particolare in Stati come il Michigan, la Pennsylvania e la Georgia, dove la densità di moschee è più alta, A Dearborn, in Michigan, la patria di El Sayed, gli imam invocano dal pulpito la distruzione di tutti gli ebrei, i cristiani e gli americani. Poi chiedono ai loro fedeli di andare a votare in massa.
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