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Dopo il no al referendum resta il cortocircuito giustizia
Oggi 27-06-26, 08:43
Il dibattito furioso in tema di referendum sulla giustizia ha riguardato l’organizzazione della magistratura che i giuristi chiamano “ordinaria”, cioè quella composta, nella sostanza, da magistrati penali e civili. Lungi da me l’idea di riaprire la questione, in qualsiasi forma. Mi limito a una constatazione: se un merito ha avuto quel dibattito, è consistito nel costringere anche le persone più lontane dal tema a familiarizzare (o a cercare di farlo...) con formule apparentemente astruse, come “separazione delle carriere”, “Consiglio superiore della magistratura”, “giustizia disciplinare”, ecc. C’è però tutto un mondo della giustizia italiana che, rispetto al dibattito referendario, è rimasto in ombra, perché non coinvolto dalle riforme poi respinte dal corpo elettorale: quello delle magistrature “speciali”, che fanno rispettivamente capo al Consiglio di Stato (insieme ai Tribunali amministrativi regionali) e alla Corte dei conti. Gli italiani ne sanno poco o nulla, eppure si tratta di magistrature che trattano questioni essenziali. LA TUTELA Per dirla in breve, si occupano della tutela dei nostri diritti e interessi di fronte agli atti amministrativi, e del maneggio del denaro pubblico da parte delle nostre istituzioni. In più, il Consiglio di Stato, oltre a funzionare come organo giurisdizionale, presta alta consulenza al governo, e molti dei suoi componenti ricoprono ruoli delicatissimi in qualità di diretti collaboratori dei ministri. Magistrati amministrativi e contabili vivono in un ambiente ovattato, di solito lontano dalle polemiche roventi che non mancano di agitare la magistratura ordinaria. Qualche volta, però, anch’essi si trovano nell’occhio del ciclone. Leggiamo in questi giorni (Libero ne ha dato viva testimonianza) di due vicende significative. Al Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa (il Csm dei magistrati amministrativi), che deve dare un parere sulla scelta del Presidente aggiunto del Consiglio di Stato (il numero 2 dell’istituzione), il candidato che pareva favorito viene bocciato. Contro questa delibera presenta ricorso al Tar del Lazio (tornerò sul punto). Ma soprattutto, nel frattempo, il Consiglio di Presidenza fa una cosa senza precedenti: abolisce lo scrutinio segreto per le votazioni sulle nomine direttive, fra cui ovviamente quella di Presidente aggiunto, che è ancora in ballo. Per capirci: le regole del gioco vengono cambiate mentre il gioco è in corso. E, in nome di una discutibile esigenza di trasparenza, il voto dei componenti del Consiglio, che diventa palese anche sulle nomine, è reso meno libero e più controllabile (lo scrutinio segreto, nei voti relativi a persone, è una tradizionale garanzia). Pensate l’avesse fatto la politica, magari di centro-destra: roba da appelli all’ONU. Per parte sua, il Consiglio di Presidenza della Corte dei conti (il Csm dei magistrati contabili) pensa bene di approvare dieci nuove posizioni dirigenziali, nonostante la nuova legge sulla Corte dei conti, appena entrata in vigore, abbia previsto una riduzione di queste figure. La scelta legislativa è stata motivata dalla circostanza che, nella giustizia contabile, il numero dei posti dirigenziali è lievitato fino ad arrivare a 1 Presidente ogni 5 magistrati: todos caballeros, o quasi, con stipendi lievitati, a carico del bilancio dello Stato. Ma il Consiglio procede ugualmente, come se nulla fosse, perché mancano ancora i decreti attuativi. Che dire? Il No al referendum sulle riforme relative ai magistrati ordinari sembra aver ringalluzzito anche le magistrature speciali, che, peraltro, non avrebbero avuto grande bisogno di supporti, avendo sempre beneficiato di una serie di trattamenti peculiari. Per fare un esempio soltanto: come accadrà anche nel caso prima raccontato, a giudicare sui ricorsi contro le delibere del Consiglio di presidenza della magistratura amministrativa sarà la stessa... magistratura amministrativa! IL PRINCIPIO Per usare il linguaggio felpato dei giuristi, è una soluzione che suscita qualche “perplessità” sul rispetto del principio di terzietà del giudice: la decisione, infatti, finisce per essere rimessa ad organismi composti dagli stessi magistrati destinatari delle delibere del Consiglio di Presidenza, in cui peraltro siede una maggioranza di giudici amministrativi (che, oltre a stare nell’organo di governo autonomo, restano in servizio anche come giudici!). Insomma, un groviglio, che i giuristi meno pudichi definiscono “giurisdizione domestica”. Capisco bene che, dopo il No al referendum, ogni seria riforma in tema di giustizia sia, per un bel po’ di tempo almeno, off limits. Però, che almeno si tenga a mente, a futura memoria, ciò che in quel mondo continua ad accadere.
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