s
Tutte le prime pagine di oggi su Giornalone.it
Estero
Ecco i crociati anti-woke d’America
Oggi 26-07-26, 14:34
C’è un dato poco considerato dagli analisti politici, quelli almeno che godono di più visibilità. Esso segna una profonda differenza fra la prima e la seconda presidenza Trump. Mentre nel 2016 il tycoon aveva conquistato il potere sbaragliando inaspettatamente gli avversari più per reazione ad un mondo politico (democratico e repubblicano) che gli americani ritenevano fallimentare che non per meriti propri, la vittoria alle elezioni del novembre 2024 è stata preparata, pianificata, organizzata in ogni dettaglio nei quattro anni precedenti. In sostanza, attorno a Trump si è creato un vero e proprio “blocco di potere”, una alleanza che tiene uniti attorno con un progetto politico e culturale pezzi significativi della società americana. È un blocco molto variegato, cementato dalle idee prima ancora che dagli interessi economici, che trova nell’ostilità alla ideologia woke, alla “chiusura della mente americana”, il minimo comune denominatore della sua battaglia. Sarà un caso che Trump, che in questi mesi di governo ha detto e si è contraddetto su quasi tutto, sulla lotta senza quartiere alle roccaforti wokiste abbia tenuto invece dritta la barra? Insomma, è un ben preciso ordine di idee a tenere uniti i movimenti che vogliono farla finita con le esagerazioni progressiste e far ritornare ai vecchi splendori l’America. I leader di questi movimenti o correnti di pensiero vedono in Trump solo una sorta di “male necessario”, un katechon secondo Rod Dreher, cioè un “potere frenante” chiamato a fermare l’avvento dell’Anticristo. I richiami alla Bibbia e all’Apocalisse sono in effetti un’altra delle caratteristiche che ritornano in questi pensatori. Certo, se si scava a fondo, spesso queste idee che hanno fatto da supporto all’ascesa di Trump sono bizzarre ed eccentrici sono i leader che le propagano (influencer, attivisti, predicatori, operatori del mondo mediatico sommerso, industriali visionari). Ciò nondimeno esse vanno giudicate in base alla loro efficacia, alla capacità di essere catalizzatori simbolici di esigenze e bisogni reali. Sono tentativi imperfetti di elaborare nuovi concetti in una età di transizione e confusione. Mattia Ferraresi ha provato a tracciarne ua mappa in un libro appena uscito: Dentro la testa di Trump. Storia delle idee che non sa di avere (Mondadori, pagine 229, euro 19). Egli ha individuato tre grandi domini in cui dividere il campo: i post-liberali, gli illiberali e gli iperliberali. Insomma, essendosi rotto l’equilibro rappresentato dal vecchio liberalismo della classe dirigente e politica americana, si è cominciato a mettterne in discussione i principi. I post-liberali sono per lo più uomini di studio: operano in centri di ricerca, enti indipendenti o in università minori che, a contrario di quelle più blasonate, lasciano spazio al pensiero non allineato. Essi ritengono che la democrazia liberale contenesse nei suoi stessi principi il germe della propria dissoluzione: l’individualismo, una volta realizzatosi completamente, non poteva che portare alla dissoluzione della comunità, della famiglia e di tutti i valori tradizionali, sfociando nel relativismo e nel nichilismo. La loro proposta è quella di riallacciarsi alla tradizione aristotelica e tomistica reinserendo gli uomini nelle proprie comunità di appartenenza, senza velleità universalistiche. In questo modo si riscoprirebbero le gerarchie stabilite dall’ordine “naturale” e l’idea di “bene comune” prenderebbe in politica il posto degli interessi di parte. In qualche modo i post-liberali, di cui Patrick Deneen è il massimo teorico, vogliono realizzare una sintesi che vada oltre la destra e la sinistra tradizionali: conservatori in ambito etico come la prima, a favore dell’intervento dello Stato come la seconda. Più variopinto è l’universo de gli illiberali, a cui appartengono i nazionalisti conservatori, i neoreazionari, i teorici dell’ “illuminismo oscuro”, i fautori del regime teocratico su basi cristiane. Mentre Curtis Yarvin, teorico dell’ “accelerazionismo”, predica l’avvento di un sovrano assoluto che governi il mondo come fa il CEO di un’azienda, il pastore Douglas Wilson ha creato una piccola teocrazia nella cittadina di Moscow, in Idaho. Wilson è detto “lanciafiamme” perché si presenta in pubblico con una bombola di liquido infiammabile sulle spalle con cui colpire metaforicamente i fautori del woke. Più noti sono certamente i due campioni dell’iperliberalismo, Peter Thiel e Elon Musk, due degli uomini più ricchi al mondo, teorizzatori di un mondo nuovo liberato dal woke e dal comunismo, ma anche dallo stato, dominato dalla tecnica, con l’umanità che si salva dalla propria dissoluzione rifugiandosi in isole galleggianti e autosufficienti in pieno Oceano (Thiel ne ha già progettata qualcuna) o addirittura trasferendosi su Marte. Insomma, tanti materiali impuri che attendono un novello Tocqueville che li sistemi in una sintesi coerente e adatta al mondo nuovo. Una sintesi che ci si augura possa essere connotata dal valore della libertà.
CONTINUA A LEGGERE
2
0
0
Libero Quotidiano
18:49
Di Veroli "Stagione lunga e faticosa, contento per l'argento"
Libero Quotidiano
18:11
Tg Ambiente - 26/7/2026
Libero Quotidiano
18:04
Motori Magazine - 26/7/2026
Libero Quotidiano
18:03
Motori Magazine - 26/7/2026
Libero Quotidiano
18:02
Tg Ambiente - 26/7/2026
Libero Quotidiano
16:53
