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Ecco perché "Guerra e pace" va ancora letto
Oggi 17-06-26, 10:37
Ilcapolavoro di Lev Tolstoj, Guerra e pace, scritto tra il 1863 e il 1869, non è una storia della Russia napoleonica o un romanzo storico, ma è una grande fiaba. La fiaba è un racconto fantastico e magico, che lo scrittore propone per far superare paure e far sognare, con una morale implicita. La magia è l’elemento centrale della fiaba e in Guerra e pace la troviamo in alcuni oggetti che passano di mano in mano, in rituali, danze e feste. Tra i protagonisti di Guerra e pace, come in tutte le fiabe, troviamo re e regine, imperatori, fate, eroi e orchi (Napoleone, descritto come «Anticristo», è sicuramente una figura quasi spettrale che vive nei pensieri e nelle parole di coloro che in un modo o nell’altro sono condizionati dalla sua presenza e dalle sue azioni). MILLEOTTOCENTOCINQUE La struttura stessa di Guerra e pace è una fiaba: una trama lunga, intricata, che si conclude con il classico lieto fine. Tolstoj, che pensava inizialmente di chiamare l’opera Milleottocentocinque, per un lungo periodo considerò seriamente il titolo Tutto è bene ciò che finisce bene. Nonostante le sofferenze, la distruzione e i drammi vissuti dai personaggi di Tolstoj, l’opera, infatti, si conclude con una prospettiva di crescita, speranza e ricostruzione. I contemporanei di Tolstoj faticarono a capire la natura di questa meraviglia. Gustave Flaubert, ad esempio, invitato da Ivan Turgenev a leggere Guerra e pace, scrisse di aver dovuto soffocare delle grida di ammirazione leggendolo; il francese, tuttavia, non colse mai la modernità del romanzo, lamentandosi delle ampie parti storiche e filosofiche, che invece celavano proprio la parte del “mistero” dell’opera. Lo stesso si può dire di Dostoevskij e di Cechov, grandi ammiratori di Tolstoj e del Ieri sera, a Villa della Regina, a Torino, ha preso il via «I duellanti», torneo letterario che per 4 settimane (fino al 14 luglio) vedrà il confronto tra otto capolavori della letteratura dell’Otto-Novecento: «Cent’anni di solitudine», «Il Conte di Montecristo», «Guerra e pace», «Il Grande Gatsby», «Orgoglio e pregiudizio», «Il nome della rosa», «Il giovane Holden» e «Cuore di tenebra». Ieri, Roberto Coasuo grande stile letterario, ma uno lamentava i tanti piccoli particolari psicologici, l’altro i passaggi in cui appariva Napoleone. Il primo a cogliere il carattere speciale della “prolissità” e “eccentricità” di Guerra e pace fu Marcel Proust, che elaborò tra il 1909 e il 1922 il romanzo più lungo del mondo, Alla ricerca del tempo perduto. Tolstoj è per Proust un demi-dieu e chi scrive, da anni, sta cercando quelle prefigurazioni da fiaba, tipiche di Guerra e pace, utilizzate poi dal francese nei suoi celeberrimi sette volumi. (...) Nella scena iniziale, Tolstoj descrive il cicaleccio del salotto pietroburghese di Anna Pavlovna Scherer, «damigella d’onore e intima dell’imperatrice Marija Feodorovna», come il rumore dei fusi delle Parche. La Pavlovna è, in realtà, lo scrittore stesso: «Come il padrone di una filanda, collocati gli operai ai loro posti, passeggia per lo stabilimento e notando l’immobilità o il suono insolito, stridulo e troppo forte di un fuso, accorre, lo trattiene o gli imprime il movimento dovuto...». Tutto è irreale nel primo capitolo, come se l’autore volesse avvertire il lettore che «questo non è un romanzo storico». Tolstoj, infatti, non volle, come in Anna Karenina, che sul frontespizio di Guerra e pace, apparisse l’indicazione «romanzo». LUGLIO O GIUGNO? Ritorniamo al famoso inizio di Guerra e pace. Siamo nel 1805: una sera di luglio, il salotto pietroburghese di Anna Pavlovna Scherer, una conversazione mondana fra vari ospiti, giovani e meno giovani. Ma poco tempo dopo, quando il «giovanotto grasso» Pierre Bezuchov esce dalla casa del principe Andrej Bolkonskij, «molto bello, dai lineamenti decisi e asciutti», dove è proseguita la stessa serata iniziata nel salotto della damigella d’onore della zarina, è «una notte di giugno pietroburghese, una notte senza buio» (p. 37), e di giugno si parla in alcune varianti dell’incipit: segno che lo slittamento al mese precedente fu inseriloa, docente di Storia dei Paesi danubiani e dell’Europa orientale all’Università di Paris IV Sorbonne e nostro collaboratore, si è battuto a sostegno di «Guerra e pace» contro «Orgoglio e pregiudizio» di Jane Austen (difeso da Natalia Ceravolo) e ha spiegato perché il capolavoro di Lev Tolstoj sia ancora oggi romanzo fondamentale e di grande attualità. Pubblichiamo qui di seguito il suo intervento ad arte per accentuare l’inverosimiglianza. Infatti, sappiamo che, nel primo Ottocento, d’estate la famiglia imperiale russa si trasferiva a Carskoe Selo, e tutta la vita della società della capitale s’interrompeva per spostarsi nelle tenute di campagna. Le damigelle d’onore assegnate alla famiglia imperiale facevano parte del seguito della corte, e con essa da giugno si trovavano a Carskoe Selo. Esse non potevano essere sposate, dato che col matrimonio perdevano immediatamente le proprie funzioni; di conseguenza, secondo le severe regole in vigore nell’alta società, non potevano tenere un salotto privato dove ricevere scapoli e fanciulle da marito. Tempo e luogo sono quindi smaccatamente improbabili per il lettore contemporaneo, in questa scena d’apertura come nell’altra che si svolge nel salotto di Anna Pavlovna Scherer il 9 agosto 1812: di nuovo in piena estate, una conversazione di natura politica del tutto irreale in quel luogo e in quel momento. Ci troviamo di fronte a un “C’era una volta...”; vano è cercarvi le tracce di un passato oggettivamente rappresentato. Le ragioni di un inizio così inverosimile di Guerra e pace sono celate in queste stesse pagine, fra le conversazioni che si svolgono nel salotto e il brusio dei fusi dei telai. A una prima lettura (...) può sembrare che lo scrittore intenda semplicemente rilevare l’insensatezza, la meccanicità di un conversare a vuoto. Eppure c’è dell’altro: il motivo del fuso che gira che ricompare più volte nel corso del romanzo, era nell’antica mitologia attributo alle Parche, che sovrintendono ai destini umani. E al tema della sorte cui l’uomo soggiace rimandano molte altre metafore ricorrenti nei momenti cruciali, legati a oggetti che girano: durante le feste di Natale, ad esempio, mentre Natalia fidanzata del principe Andrej si ritrova a conversare con suo fratello Nikolaj e Sonja, ricorda una scena della loro infanzia, mentre facevano un tipico gioco del periodo pasquale, far rotolare le uova dipinte su un piano inclinato (chi col suo uovo colpiva un oggetto, un giocattolo o un altro uovo, poteva impossessarsene) (...). Il vero tema che impera al centro del romanzo è proprio la sorte, o meglio il rapporto fra l’uomo e il suo destino, con tutto il suo portato d’interrogativi cruciali su libertà e necessità: e Tolstoj presenta e dà la massima rilevanza fin dalla scena d’apertura al nuovo tema, inserendolo in un ambiente astorico, come si addice agli antichi miti. ARTE DELL’ILLUSIONISMO Lo scrittore, al massimo della sua forma intellettuale, esibisce un’impressionante arte dell’illusionismo. In Guerra e pace, Tolstoj indica sempre, nelle scene cruciali, quanti minuti o persino quanti secondi dura l’avvenimento che l’eroe invece vive in un tempo rallentato all’esasperazione, impietrito nella sua attesa. Nel mondo della libertà che è quello di Guerra e pace non è per nulla obbligatorio che lo scorrere del tempo sia eguale per ogni personaggio, che si muove in una sua dimensione temporale, con un suo specifico ritmo. Per quasi tutto il romanzo, ad esempio, Pierre sembra avere sempre la stessa età, mentre il tempo di Natalia scorre in un modo tutto suo: quando incontra Andrej a Otradnoe, nel 1809, è una giovinetta quindicenne, e nello stesso 1809, quando è a Pietroburgo, ha invece sedici anni. E tuttavia questa tendenza a liberarsi della convenzionale misura del tempo convive per tutto il romanzo in una tensione opposta, volta a fissare con una precisione maniacale momenti ed eventi, che spinge Tolstoj a riempire le pagine con indicazioni di date, orari, età. Un lavoro necessario per far vivere in tempi indimenticabilmente lunghi o brevi, la continua ricerca tra le ragioni del bello estetico e della perfezione etica cui aspirano i suoi eroi, che affrontano dall’inizio alla fine situazioni difficili, anche quando prevale l’elemento onirico.
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