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Eitan Bondì e gli spari all'Anpi, "pistola ad aria compressa non idonea a uccidere"
Oggi 02-05-26, 02:56
Meglio una martellata sulla testa o un pallino sparato da una pistola ad aria compressa sulla spalla, sulla mano oppure sul collo, giusto sotto la guancia? Nessuno dei due, ovviamente. Dilemma che non dovrebbe neppure porsi; però, visti i tempi che corrono, dilemma estremamente attuale. Eitan Bondì, il ragazzo ebreo responsabile dell’attentato ai due sostenitori dell’Associazione Nazionale Partigiani, è accusato di tentato omicidio per i colpi esplosi contro di loro. I militanti pro-Pal vicini al centro sociale Askatasuna che hanno preso a martellate un agente di polizia a Torino sono incriminati per lesioni aggravate, visto che non l’hanno ammazzato. Per la cronaca, il primo reato prevede pene dai sette ai vent’anni di carcere, il secondo dai tre ai sette anni. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47504184]] «C’è qualcosa che non mi torna», riflette l’avvocato Raffaele Della Valle, raggiunto al telefono mentre sta preparando un convegno. «Bisogna considerare che la valutazione dell’elemento psicologico di chi delinque è comunque un elemento molto evanescente e suscettibile di diverse interpretazioni, però ci sono dei criteri oggettivi al quale ancorarlo». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47481660]] Avvocato, quali sono gli elementi per distinguere se un atto violento è configurabile come tentato omicidio o come invece lesioni aggravate? «Essenzialmente vanno valutati l’idoneità dell’arma usata a uccidere e la parte del corpo colpita, se è un organo vitale o meno». E a questo proposito, valuta corretta l’incriminazione di Eitan Bondì per tentato omicidio? «Io da avvocato la contesterei. Una pistola ad aria compressa può fare molto male, se per esempio il piombino sparato colpisce un occhio, ma non mi pare idonea a uccidere». Bondì però aveva un arsenale in casa... «Infatti si è difeso sostenendo che, se avesse voluto uccidere, avrebbe usato la sua rivoltella da tiro a segno, non quella ad aria compressa». Tesi debole? «Tutt’altro, indica la volontà di non ammazzare». Il comportamento è comunque gravissimo: un attentato a due militanti dell’Anpi proprio in quanto tali... «Questo è fuori discussione. Però nel formulare il capo di imputazione dal punto di vista tecnico in questo caso non va valutato chi è la vittima, e neppure chi è il potenziale criminale». E un martello invece, è arma idonea ad ammazzare? «Questo mi sembra indiscutibile, tanto più se il colpo è inferto sulla testa e se non si tratta di un colpo solo ma di una violenza ripetuta». Perché allora i militanti pro-Pal sono stati accusati solo di lesioni? «Si è valutato l’effetto finale del gesto; ma è stato un effetto in un certo senso fortunato. Quelle martellate potevano uccidere e quindi sarebbe stato corretto iniziare il processo con l’accusa di tentato omicidio, salvo poi magari derubricarla in corso di giudizio». Tot capita, tot accuse? «Siamo abituati a vedere di tutto. A seconda di chi è la vittima, di chi è il soggetto che offende e anche di chi amministra la giustizia». L’agente colpito inizialmente aveva il casco... «Sì, ma il casco si può rompere, soprattutto se insisti con i colpi, o perdere, come avvenuto a Torino. Io credo che una martellata sulla testa comprenda sempre l’accettazione del rischio di uccidere. Tecnicamente si chiama dolo eventuale». Processare un martellatore per lesioni può essere un messaggio negativo? «Certo può suggerire ai martellato ri abituali che in fondo commettono un reato grave ma non gravissimo. L’incriminazione per tentato omicidio, a prescindere dall’esito del processo, veicolerebbe tutt’altro messaggio. Ma attenzione, ci sono anche altri elementi che vanno valutati quando si decide per cosa procedere». Per esempio, avvocato? «Se, quando infierisci su un uomo a terra, gli urli “ti ammazzo” o “devi morire”, significa che sai che quello che stai facendo può ucciderlo. Se poi, anziché da solo, chi colpisce fa parte di un gruppo di assalitori che si accanisce su un’unica vittima, anche questo è un elemento che spinge verso il tentato omicidio». Tutto dipende dalla libera valutazione del magistrato... «Certo. Però essa dovrebbe fondarsi su elementi oggettivi. Il diritto è realtà che va letta e giudicata, non libera interpretazione degli eventi in base alla propria e altrui soggettività». In sintesi, dunque? «I latini dicevano “Tot capita, tot sententiae”, letteralmente “tante teste, altrettante opinioni”, il che significa che i giudizi spesso dipendono da chi sono l’accusato, l’accusatore e il giudice piuttosto che dalla realtà dei fatti che si è chiamati a valutare. Io ho italianizzato l’antico brocardo, sentenziando che tutto capita, o può capitare, nei verdetti dei nostri tribunali».
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