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Politica
Elly da Obama che bombardò ben sette Paesi
Oggi 09-05-26, 08:32
L’entusiasmo di Elly è alle stelle. Finalmente arriva l’occasione attesa da una vita (politica): incontrare da vicino il suo mito, Barack Obama. Un faccia a faccia sognato da quando lei, «studentessa di giurisprudenza a Bologna», come volontaria distribuiva «volantini e spillette» del frontrunner democratico durante le campagne elettorali americane del 2008 e del 2012. Ora Schlein è segretaria del Pd e oggi parteciperà al Global progress action summit di Toronto, organizzato dal premier canadese Mark Carney, nel quale avrà l’occasione di continuare a tessere la sua tela di relazioni estere in vista delle elezioni- italiane- del 2027. E l’ex presidente americano è il secondo pilastro, dopo il presidente- socialista- del governo spagnolo Pedro Sánchez, sulla strada della costruzione di un “nuovo Ulivo” mondiale. Parole d’ordine: «Pace, cooperazione e dialogo». «C’è un’altra America, diversa da quella di Donald Trump», ha scritto il Pd presentando la missione. E qui iniziano i problemi pensando al bilancio di Obama, tra interventi militari, bombardamenti e trattati disastrosi. A meno che Schlein non voglia nascondersi dietro il premio Nobel per la pace, assegnato al presidente americano appena dieci mesi dopo il suo insediamento alla Casa Bianca in nome degli «sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». LA PASSIONE PER I DRONI In un articolo del 6 novembre 2023, perfino il direttore editoriale de Linkiesta, Christian Rocca, storico simpatizzante dell’Asinello, ha dovuto ammettere che il bilancio di Obama in politica estera è stato disastroso: «Il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è stato uno dei peggiori leader del mondo libero della nostra epoca». La «rete internazionale» delle forze progressiste democratiche cui anela Schlein deve poggiare, come primo punto, sul no alle «guerre illegali» di Donald Trump. Eppure Obama, cui Elly andrà a prendere consigli, durante i suoi otto anni di presidenza ha bombardato sette Paesi. Due frutto dell’eredità del suo predecessore, il repubblicano George W.Bush (Afghanistan e Iraq), ma cinque farina del suo sacco: Siria, Libia, Yemen, Somalia e Pakistan. In Siria, Obama prima è rimasto inerte di fronte all’uso di armi chimiche da parte del regime di Bashar al Assad, poi ha agito l’anno successivo di fronte all’avanzata dello Stato islamico, che si era autoproclamato “califfato”. Dell’intervento in Libia nel 2011 contro Gheddafi l’Italia ha scontato gli effetti per anni. Nella prima fase, l’operazione militare è stata portata avanti prevalentemente dagli Stati Uniti: otto mesi di bombardamenti, circa 1.000 vittime civili. Conseguenza: area destabilizzata. Con parte del materiale bellico del Colonnello finito nelle mani delle forze jihadiste nel Maghreb. Il mito delle “primavere arabe” si è ben presto volatilizzato: in Egitto dopo le dimissioni di Hosni Mubarak su pressione della Casa Bianca sull’onda delle proteste popolari, c’è voluto un colpo di Stato militare del generale al-Sisi per esautorare dal potere la Fratellanza musulmana che aveva vinto le elezioni con Mohamed Morsi nel 2012. IL CAOS IN EGITTO Risultato della “primavera” egiziana di Obama: caos politico, crisi economica, collasso dell’ordine pubblico. Poi ci sono stati gli omicidi mirati in Pakistan, durante la presidenza Bush un alleato di ferro degli Stati Uniti nella “war on terror” dopo gli attentati dell’11 Settembre 2001. In otto anni ci sono stati 541 attacchi organizzati dalla Cia, dieci volte di più di quelli autorizzati da quel “guerrafondaio” di Bush. Nello Yemen, nel 2009, Obama ha aperto il terzo fronte della “guerra al terrorismo”. Durante il suo mandato, gli Stati Uniti hanno lanciato 185 raid aerei. Quanto alla Somalia, secondo New America analysis l’amministrazione Obama ha autorizzato 48 attacchi (Bush 11) a causa dei quali sarebbero decedute oltre 500 persone nell’ambito delle operazioni contro i jihadisti. E poi c’è l’accordo sul nucleare iraniano, ovvero il Joint comprehensive plan of action (Jcpoa) firmato il 14 luglio 2015 a Vienna. Trattato che assegnando all’Iran la capacità limitata di arricchire l’uranio al 3,67% per un periodo di 15 anni si limitava a scaricare sulle generazioni successive il problema. Accordo denunciato dagli Stati Uniti sotto la guida di Donald Trump nel 2018.
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