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Cultura e Spettacolo
Hantavirus, i topi e le navi: cosa insegna la storia
10-05-2026, 09:27
Prima degli uomini muoiono i topi. Accade così. Prima che la città si renda conto di cosa sta accadendo, prima che i medici riempiano i registri, prima che i preti contino i funerali, prima che i mercanti abbassino le saracinesche dei fondachi, dal sottosuolo iniziano a uscire piccoli corpi scuri, irrigiditi, si avventurano nei vicoli, si infilano sotto i banchi del mercato, nelle corti interne dove l’acqua ristagna e il grano sa di muffa. Albert Camus lo ha raccontato con precisione nella Peste: Orano comincia a tremare quando i ratti emergono dalle cantine e muoiono alla luce, come se il sottosuolo consegnasse agli uomini il primo avviso della rovina. Del resto il topo è il clandestino più fedele dell’umanità. Ha seguito l’uomo senza chiedergli niente nutrendosi dei suoi scarti, imparando le sue rotte, i suoi orari, le sue paure. Dove l’uomo accumulava, il topo arrivava. Dove il grano riempiva i magazzini, lui scavava gallerie. Dove le navi caricavano sacchi, anfore, stoffe, spezie, lui saliva a bordo. Nelle stive dei mercantili, tra corde umide, legno impregnato di sale e derrate destinate ai porti del Mediterraneo, l’animale si muoveva al riparo dagli occhi. Il vero innesco, dal punto di vista biologico, stava nella pulce infetta, capace di trasmettere Yersinia pestis, il batterio della peste, dai roditori all’uomo attraverso il morso. I topi furono vettori, serbatoi, compagni involontari di un meccanismo microscopico eppure più micidiale di qualunque esercito. La peste circola infatti tra roditori selvatici e pulci; l’essere umano entra nella catena quando viene punto da una pulce infetta o entra in contatto con animali contaminati. La storia raramente conserva la misura esatta delle responsabilità. Conserva immagini. E l’immagine è quella del ratto che attraversa il ponte di una nave mentre l’equipaggio tossisce sottocoperta fino all’ultimo respiro, uno dopo l’altro fino a lasciare il timone senza mano, le vele senza comando, la rotta senza padrone. Il mare ha conosciuto anche questo: imbarcazioni arrivate nei porti con troppi silenzi, navi chiuse come bare galleggianti, merci intatte e uomini consumati dalla febbre. I vascelli fantasma della peste non appartengono soltanto alla leggenda marinara. Sono la forma estrema di una verità antica: le reti commerciali trasportano ricchezza e contagio con la stessa efficienza. La peste di Giustiniano arrivò nel VI secolo dentro un mondo che si credeva ancora capace di tenere insieme Roma, Bisanzio, il grano d’Egitto, il Mediterraneo, l’ambizione imperiale. Le fonti collocano l’inizio dell’epidemia a Pelusio, in Egitto, nel 541, con successiva diffusione verso Costantinopoli e lungo il bacino mediterraneo. Le navi granarie, i porti, i depositi di cereali crearono l’ambiente ideale per topi e pulci; il contagio colpì l’Impero romano d’Oriente nel cuore della sua macchina amministrativa e militare. È difficile dire quando un impero finisce davvero. Raramente crolla in un giorno. Più spesso si svuota dall’interno: perde uomini, raccolti, braccia, fiducia, continuità. La peste non abbatté da sola Roma d’Oriente, come nessun topo abbatte da solo un palazzo. Eppure entrò nelle crepe. Allargò ciò che già esisteva. Rese più fragili le frontiere, più costosa la guerra, più cupa la città, più incerta la promessa di durata. Otto secoli più tardi, la Morte Nera percorse le stesse logiche con una velocità spaventosa. Dal Mar Nero, attraverso le rotte genovesi e mediterranee, il contagio raggiunse la Sicilia nel 1347, poi il Nord Africa, l’Italia continentale, la Francia, la Spagna e gran parte dell’Europa. Le stime restano discusse, tuttavia la perdita umana fu immensa: circa 25 milioni di morti in Europa tra il 1347 e il 1351 secondo le sintesi storiche più diffuse. Ancora una volta, le navi. Ancora una volta, il grano. Ancora una volta, il piccolo animale che l’uomo aveva portato con sé senza quasi vederlo. Le città medievali temevano i nemici alle porte, gli eserciti, gli assedi, i cavalieri stranieri. Il pericolo più radicale passava sotto le assi, dentro i sacchi, tra i muri tiepidi dei magazzini. L’uomo costruisce abbondanza, il topo la intercetta. L’uomo apre rotte, il topo le percorre. L’uomo concentra popolazioni, merci, animali, rifiuti; il topo trasforma quella concentrazione in habitat. La peste nasce da qui: dalla prossimità, dall’accumulo, dalla presunzione di poter separare la civiltà dal suo retrobottega. Camus lo sapeva. I ratti morti di Orano non sono soltanto un presagio narrativo. Sono il ritorno del rimosso. La città moderna, ordinata nei suoi uffici e nei suoi tram, scopre che sotto la superficie esiste un’altra città: organica, notturna, vulnerabile. L’epidemia comincia quando ciò che era nascosto diventa visibile. Il topo, allora, smette di essere animale e diventa messaggero. Porta sulla scena ciò che gli uomini avevano affidato all’ombra. Per questo la sua figura attraversa la letteratura come una colpa che cammina rasoterra. Nei secoli il ratto è stato associato alla sporcizia, alla fame, alla sopravvivenza senza nobiltà. Eppure il giudizio dice più di noi che di lui. Il topo vive dove gli consentiamo di vivere. Prospera nei nostri scarti, nelle nostre guerre, nei nostri porti, nelle nostre città troppo piene e troppo sicure di sé.
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