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Il carcere per Moretti è un precedente pericoloso
Oggi 27-06-26, 08:46
La sentenza con cui Mauro Moretti, affermato manager ed ex amministratore di Ferrovie e di Rfi, in carica dal 2006 al 2014, è stato condannato in modo definitivo dalla Cassazione per il grave incidente ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009 sembra da ogni punto di vista abnorme. E segnala ai nostri occhi una sorta di impazzimento della giustizia italiana, la quale dà l’impressione di essere (ma in questi casi l’apparenza è sostanza) qualcosa di più simile a una giungla ove vige l’anarchia e la vendetta che non l’ordinato svolgimento di una funzione essenziale ma delicatissima qual è l’esercizio giurisprudenziale in uno Stato di diritto. Sia beninteso: l’incidente di 17 anni fa fu uno dei più gravi mai verificatisi sulle strade ferrate italiane. In quell’occasione, un treno merci carico di cisterne di gas deragliò esplodendo. L’inchiesta accertò gravi deficienze nella manutenzione dei vagoni, con il cedimento strutturale di uno degli assi. La morte di innocenti, alcuni in tenera età, indignò l’intera Italia e giustamente si chiese da più parti, a cominciare dai familiari delle vittime, che la giustizia facesse il suo corso e che i responsabili pagassero per gli errori commessi. Tutto legittimo e naturale a livello emozionale, ma con conseguenze a livello giuridico che non possono essere sottovalutate. C’è infatti una differenza fondamentale fra uno Stato a civiltà liberale e garantista e uno che non lo è: nel primo le emozioni, per quanto forti, non dovrebbero mai prendere il posto della ragione e chi esercita la giustizia dovrebbe mantenere la freddezza che è richiesta all’esercizio del ruolo senza dare minimamente l’impressione di dare in pasto all’opinione un “colpevole” chicchesia. PULSIONI NEGATIVE Casomai un “colpevole”, come nel caso di Moretti, potente e ben remunerato, in modo da sollecitare pulsioni negative del tipo “anche i potenti” o “anche i ricchi piangono”. Nel qual caso, al primo populismo, giudiziario come quello che si realizzò in Francia al tempo del Terrore quando il boia eseguiva le pene capitali in piazza fra gli applausi delle tricoteuses, se ne aggiungerebbe un secondo, politico, che avvalorerebbe la tesi, fortemente contestata dai magistrati, di una giustizia politicizzata. In uno Stato liberale, la responsabilità è sempre diretta, personale, e non si può certo farla risalire ai vertici ultimi, come è avvenuto in questo caso. Fra Moretti e i responsabili diretti dell’omissione di controllo c’erano molte linee di coCome togliere alla sentenza il sapore di un giudizio emesso, come era proprio del regime illiberale sovietico, in base alla cosiddetta “responsabilità oggettiva” dei capi? Ora sia altresì ben chiaro: sicuramente i magistrati hanno seguito e applicato le leggi in essere, sicuramente hanno agito in maggioranza con buona fede, ma non si può impedire al cittadino comune di porsi queste domande di semplice buon senso, né di richiedere a gran voce un ripensamento politico di un sistema giudiziario che genera questi cortocircuiti. È proprio questa riflessione ad essere purtroppo costantemente elusa e contrastata dalla minoranza più rumorosa e politicizzata della magistratura, nella sottovalutazione delle conseguenze effettive di una giustizia non giusta come è a tutta evidenza quella italiana.Più nello specifico, si può dire che la condanna definitiva di Moretti segna un precedente pericoloso che potrebbe allontanare dall’assunzione di responsabilità di vertice dei manager più dotati e affermati.Un po’ come è accaduto in politica, ove in molte città della penisola le persone perbene rinunciano a fare carriera nell’amministrazione comunale, o a concorrere alla carica di sindaco, proprio per la paura di ricevere avvisi di garanzia o essere fatti oggetto di decisioni giudiziarie a forte risonanza mediatica che ne lederebbero l’immagine di onorabilità conquistata in anni di lavoro nella società civile.
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