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Il caso Hannoun e il confine che non può essere oltrepassato: se la beneficenza avesse finanziato Hamas, non sarebbe più solidarietà ma sostegno al terrorismo islamista
03-10-2026, 08:22
C’è una domanda che, più di ogni altra, attraversa il caso Mohammad Hannoun e che non può essere elusa né trasformata in una semplice contrapposizione politica: che cosa accadrebbe se denaro raccolto in nome della solidarietà verso la popolazione palestinese fosse stato consapevolmente destinato, anche solo in parte, a Hamas? La risposta, se questa ipotesi dovesse essere dimostrata nelle sedi giudiziarie competenti, sarebbe di una gravità straordinaria. Non perché aiutare i palestinesi sia qualcosa di illecito. Al contrario. La popolazione civile di Gaza e dei territori palestinesi ha diritto all’assistenza umanitaria, così come ogni popolazione colpita da un conflitto. Così come andrebbe sostenuta e tutelata la popolazione israeliana. Il problema nasce nel momento in cui ed è questo che la magistratura italiana deve accertare un circuito di raccolta fondi apparentemente destinato all’assistenza umanitaria, anche attraverso iniziative e proteste di area pro-Palestina, potrebbe essere stato utilizzato consapevolmente per trasferire risorse a un’organizzazione terroristica islamista come Hamas. È questa la vera questione. Un’accusa che non può essere trattata come una semplice polemica. La Procura di Genova ha concluso nel settembre 2026 le indagini nei confronti di Mohammad Hannoun e di altri cinque indagati nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas. Hannoun era stato arrestato il 27 dicembre 2025 e, secondo l’accusa, avrebbe avuto un ruolo in una rete attraverso la quale sarebbero state raccolte e trasferite risorse destinate a Hamas. La contestazione investigativa è estremamente pesante. Secondo la ricostruzione della Procura, riportata dalle fonti giudiziarie e giornalistiche, nell’arco di circa venticinque anni sarebbero stati raccolti 18 milioni di euro che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero stati destinati a Hamas, organizzazione qualificata come terroristica dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. Ma qui è indispensabile fermarsi un momento. Diciotto milioni di euro sono una cifra contestata nell’ambito dell’inchiesta, non una somma che possa essere presentata oggi come definitivamente accertata da una sentenza. Questa differenza non è un dettaglio tecnico. È il principio sul quale deve reggersi qualsiasi informazione seria. Hannoun deve rispondere di accuse molto gravi, ma la responsabilità penale definitiva può essere stabilita soltanto attraverso il procedimento giudiziario. Il punto decisivo è la destinazione del denaro. Una raccolta fondi per comprare medicine, generi alimentari o garantire assistenza a persone colpite dalla guerra appartiene al campo della solidarietà. Una raccolta fondi destinata consapevolmente a sostenere un’organizzazione terroristica appartiene a un’altra dimensione completamente diversa e di una gravità indiscutibile. Non esiste una zona grigia capace di cancellare questa differenza. È proprio per questo che la domanda fondamentale dell’inchiesta non dovrebbe essere soltanto quanto denaro sia stato raccolto, ma soprattutto: chi lo ha ricevuto, attraverso quali canali, per quale finalità e con quale consapevolezza da parte di chi lo ha raccolto o trasferito. È qui che si trova il cuore dell’intera vicenda. Se il denaro fosse effettivamente arrivato a strutture civili indipendenti per aiutare persone innocenti, ciò dovrebbe emergere dalla documentazione. Se invece una parte delle somme fosse stata indirizzata consapevolmente verso Hamas, anche attraverso organizzazioni formalmente impegnate nella beneficenza, il significato della vicenda cambierebbe radicalmente. Hamas non è semplicemente una parte politica del conflitto Anche questo punto deve essere chiarito senza ambiguità. Gli Stati Uniti hanno designato Hamas come Foreign Terrorist Organization e, nel 2024, il Dipartimento del Tesoro americano ha inserito Mohammad Hannoun tra i soggetti sanzionati nell’ambito di un’azione contro una rete internazionale di raccolta fondi ritenuta collegata a Hamas. Anche l’Unione europea considera Hamas, nel suo complesso, nell’ambito delle proprie misure antiterrorismo: il Consiglio dell’UE decise nel settembre 2003 di inserire Hamas nella lista prevista dalla normativa antiterrorismo europea. Questo significa che un eventuale finanziamento consapevole di Hamas non potrebbe essere considerato una semplice forma di sostegno politico o una donazione a una generica causa internazionale. Sarebbe una questione di finanziamento di un’organizzazione qualificata come terroristica dalle autorità statunitensi ed europee. Ed è proprio per questo che le accuse rivolte a Hannoun sono così pesanti. Gli Stati Uniti avevano già acceso un faro su Hannoun. La vicenda italiana non nasce dal nulla. Il 7 ottobre 2024 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti inserì Hannoun nelle proprie sanzioni e sostenne che egli avesse fornito sostegno finanziario e materiale a Hamas attraverso l’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese. Secondo il Tesoro americano, l’associazione avrebbe raccolto fondi che sarebbero poi stati messi a disposizione dell’ala militare di Hamas. Washington indicò anche una cifra di almeno 4 milioni di dollari trasferiti a Hamas nell’arco di dieci anni, secondo la propria ricostruzione. Nel giugno 2025 gli Stati Uniti adottarono ulteriori sanzioni nei confronti di una serie di soggetti e associazioni che, secondo il Tesoro, avrebbero utilizzato strutture apparentemente umanitarie per sostenere finanziariamente Hamas. Tra queste figurava anche La Cupola d’Oro, associazione italiana collegata a Hannoun secondo le autorità americane. Sono provvedimenti del governo statunitense, non sentenze pronunciate dalla magistratura italiana. Devono quindi essere presentati per quello che sono: accuse e determinazioni amministrative delle autorità americane, non una condanna penale definitiva. Ma costituiscono un elemento documentato del contesto. Il punto più delicato: beneficenza e terrorismo? Se una persona consegna cento euro a un’associazione per aiutare una famiglia che non ha più una casa, quella persona pensa di aver compiuto un gesto di solidarietà. Non immagina di aver contribuito al finanziamento di un’organizzazione terroristica. È proprio la fiducia del donatore a rendere particolarmente delicata l’eventuale utilizzazione impropria delle raccolte benefiche. Il Dipartimento del Tesoro americano ha esplicitamente evidenziato il rischio che strutture apparentemente caritatevoli possano essere utilizzate come canali per trasferire denaro a organizzazioni terroristiche. Nel caso specifico di Hannoun, Washington ha sostenuto che alcune associazioni presentate come umanitarie sarebbero state utilizzate proprio in questo modo. Se un meccanismo simile fosse stato effettivamente utilizzato in Italia, la questione non riguarderebbe soltanto il terrorismo. Riguarderebbe anche la fiducia delle persone che hanno donato il proprio denaro. Ma la giustizia deve ancora stabilire le responsabilità. La vicenda giudiziaria ha attraversato anche un passaggio particolarmente significativo: la Corte di Cassazione ha disposto un nuovo esame del quadro cautelare, chiedendo una valutazione più puntuale degli elementi utilizzati nell’inchiesta e, tra le altre cose, della consapevolezza degli indagati rispetto alla finalità terroristica dei finanziamenti. Il successivo Riesame ha nuovamente confermato la misura cautelare, mentre i difensori hanno presentato ulteriori ricorsi. Questo significa che il quadro giudiziario non può essere raccontato come se fosse già arrivato alla conclusione. La Procura ha chiuso le indagini, ma la chiusura delle indagini non significa condanna. Significa che l’accusa ritiene di aver completato la fase investigativa e mette a disposizione della difesa gli elementi sui quali fonda le proprie contestazioni. Sarà poi la magistratura giudicante, nel prosieguo del procedimento, a stabilire cosa possa essere effettivamente dimostrato. Una distinzione che non deve essere mai cancellata C’è poi una distinzione che dovrebbe essere scritta a caratteri enormi. Palestina non significa Hamas. Palestinesi non significa terroristi. Aiuti umanitari non significa finanziamento del terrorismo. E, allo stesso tempo: se un’associazione utilizza consapevolmente la solidarietà verso i palestinesi per trasferire denaro a Hamas, la parola “beneficenza” non può diventare uno scudo. Le due affermazioni possono e devono convivere. Difendere la popolazione civile palestinese è una cosa. Sostenere finanziariamente Hamas è un’altra. Non c’è contraddizione nel pretendere contemporaneamente entrambe le cose: aiuti veri ai civili e controlli rigorosi sui destinatari del denaro. La responsabilità, se accertata, sarebbe enorme È questo il punto sul quale non bisogna avere paura di essere chiari. Se l’accusa della Procura dovesse essere dimostrata, la vicenda sarebbe di una gravità eccezionale. Non soltanto per le somme eventualmente trasferite. Non soltanto per la durata del presunto meccanismo. Ma perché significherebbe che il sentimento di solidarietà verso una popolazione colpita da una guerra sarebbe stato utilizzato, consapevolmente, per sostenere un’organizzazione terroristica. Sarebbe un tradimento della fiducia di chi ha donato. Sarebbe un problema di sicurezza. E sarebbe soprattutto un problema di responsabilità individuale che non potrebbe essere nascosto dietro nessuna bandiera, nessuna ideologia e nessuna causa politica. Ma proprio perché l’accusa è così grave, non c’è bisogno di inventare nulla né di anticipare una sentenza. Bastano i fatti che la magistratura sta verificando. Alla fine, il caso Hannoun può essere ridotto a una domanda essenziale: il denaro raccolto attraverso le associazioni era destinato esclusivamente all’assistenza dei civili oppure, consapevolmente, una parte di quelle risorse veniva indirizzata a Hamas? È questa la domanda alla quale dovranno rispondere gli atti, i documenti finanziari, le comunicazioni, le testimonianze e tutte le altre prove ammesse nel procedimento. Se emergerà che le accuse sono fondate, la risposta sarà pesantissima. Se emergerà invece che alcune contestazioni non possono essere provate, anche questo dovrà essere riconosciuto senza esitazioni. Perché la forza di un’inchiesta giornalistica non sta nel dichiarare colpevole qualcuno prima di un tribunale. Sta nel porre le domande che devono essere poste e nel non permettere che la gravità di un’accusa venga né minimizzata né trasformata in una condanna anticipata. Una cosa, però, deve rimanere assolutamente chiara: aiutare i civili palestinesi è solidarietà. Finanziare consapevolmente Hamas, se questo fosse ciò che le prove dimostreranno, sarebbe un’altra cosa completamente diversa e di una gravità assoluta. Ed è proprio su questa linea di confine che il caso Hannoun dovrà essere giudicato. Se Hannoun dovesse essere condannato per aver consapevolmente trasferito denaro a Hamas, ci troveremmo davanti a un fatto di gravità assoluta: non una semplice attività di solidarietà, ma l’eventuale utilizzo di risorse raccolte attraverso circuiti apparentemente umanitari per sostenere un’organizzazione terroristica. Una responsabilità che, se definitivamente accertata, dovrebbe essere valutata con la massima severità prevista dalla legge. Il finanziamento del terrorismo di matrice islamista costituisce un reato gravissimo e, qualora fosse accertato con una sentenza definitiva, dovrebbe comportare una condanna severa e proporzionata alla gravità dei fatti. Il terrorismo islamista radicale rappresenta infatti una minaccia concreta per la sicurezza del nostro Paese e dell’intero Occidente: non soltanto perché colpisce vite innocenti, ma anche perché mira a destabilizzare le nostre società, a minare le istituzioni democratiche e a diffondere paura. Proprio per questo, ogni eventuale sostegno finanziario a organizzazioni terroristiche dovrebbe essere perseguito con il massimo rigore, nel pieno rispetto delle garanzie previste dalla legge e del principio di presunzione di innocenza.
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