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Cultura e Spettacolo
Il rapporto fra guerra e religione, questione millenaria
Oggi 26-04-26, 10:24
Il credente di una religione che afferma di seguire il Vangelo può benedire le armi? Prendiamo l’esempio del cattolicesimo. La risposta che il cattolicesimo ha dato a questa domanda è cambiata nel tempo, seguendo trasformazioni politiche, paure collettive e mutamenti del potere. Se il punto di partenza è il Vangelo, occorre ricordare che Gesù ha annunciato misericordia, perdono, amore per i nemici, invitando a riporre la spada nel fodero. Perciò, nei primi secoli, molti cristiani guardarono con sospetto il mestiere delle armi e il servizio militare. La comunità cristiana nacque come minoranza spesso perseguitata, estranea agli apparati coercitivi dello Stato. Diventato il cristianesimo religione dell’impero, soprattutto con Teodosio agli uomini di Chiesa si presentarono nuovi problemi. Ad esempio, come conciliare il modello lasciato da Gesù – che rifiutava ogni coinvolgimento con il potere – con la responsabilità di governare società complesse? Con le sue riflessioni Agostino di Ippona fu uno dei primi a elaborare un’idea di guerra “giusta”, concetto che avrebbe conosciuto maggiore sistematicità secoli dopo con Tommaso d’Aquino. Fu il tentativo di moralizzare la guerra. Quando poi nei secoli la Chiesa acquisì il potere temporale, lo Stato Pontificio si dotò di eserciti, si occupò di diplomazia e alleanze. Il papa fu insieme guida religiosa e sovrano. Vada sé che ogni istituzione che amministra territori e interessi tende a usare strumenti di conservazione del potere, compresa la forza. Il Novecento ha messo in crisi l’impianto teorico della guerra cosiddetta “giusta”. Dopo le due guerre mondiali il Concilio Vaticano II rilanciò il primato della pace e della cooperazione internazionale. Nel 2003 Giovanni Paolo II si oppose alla guerra in Iraq, definendola una sconfitta dell’umanità. E oggi papa Leone XIV parla contro il riarmo e contro l’idea che la forza sostituisca la diplomazia. Discorsi non graditi a Donald Trump e al suo vicepresidente James David Vance. Quest’ultimo, cattolico convertito, ha sostenuto che esistono casi storici in cui l’uso delle armi sarebbe moralmente legittimo. Ha chiesto: «Dio non era forse dalla nostra parte quando abbiamo liberato i campi di sterminio?». Restano allora le domande, che nessuna formula diplomatica o teoria riesce a disinnescare: una religione che afferma di seguire il Vangelo può benedire le armi e la guerra? Può invocare il nome di Cristo sui preparativi bellici? Può mettere il proprio sigillo religioso sui bombardamenti e sulla possibilità di impiegare persino le armi nucleari? Può chiamare “pace” l’equilibrio della paura? E soprattutto: se ogni belligerante prega Dio perché sia “dalla sua parte”, non è forse questo un tentativo di far schierare Dio con i potenti? Forse, però, la questione cruciale non è chiedersi se Dio stia con i vincitori, ma se i vincitori stiano ancora con il Vangelo. E questo perché il Cristo dei Vangeli chiama felici gli operatori di pace e non muore impugnando la spada, ma disarmato su uno strumento di tortura. Davanti a chi consacrala guerra questo interrogativo ritorna più tagliente di prima.
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