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IN ITALIA LA LEGGE VALE PER TUTTI: LA FEDE ISLAMICA NON PUÒ DIVENTARE UN LASCIAPASSARE
Oggi 03-10-26, 08:24
C’è una domanda che, davanti alle immagini del video, non può essere elusa: che cosa accade quando una convinzione religiosa entra in contrasto con una regola dello Stato? La risposta, in un Paese democratico, dovrebbe essere semplice: si può discutere della legge, la si può criticare, si può chiedere che venga modificata attraverso gli strumenti previsti dalla democrazia. Ma finché una norma è in vigore, deve essere rispettata. Il tema del velo integrale nelle scuole riporta esattamente a questo principio. Non è una questione di fede. Non è una questione di etnia. Non è una guerra contro l’Islam. È una questione di regole comuni. Una persona musulmana ha, in Italia, il diritto di professare la propria religione nel rispetto dell’ordinamento. Ma lo stesso principio vale per ogni cittadino e per ogni persona che vive nel nostro Paese: la libertà religiosa non significa poter scegliere autonomamente quali norme dello Stato rispettare. Ed è proprio qui che il confronto raccontato nel video diventa significativo. La domanda rivolta all’interlocutore è concreta: se una ragazza, sua figlia, frequentasse una scuola italiana e si presentasse con il volto integralmente coperto, dovrebbe rispettare la disposizione prevista per la scuola? È una domanda che porta il dibattito fuori dalle dichiarazioni di principio e lo mette davanti alla realtà quotidiana. Perché una cosa è rivendicare la propria identità religiosa. Un’altra è sostenere che quella identità possa automaticamente prevalere su una disposizione stabilita dalle istituzioni italiane. Non può funzionare così. In Italia nessuno viene privato del diritto di pregare, di avere una propria fede, di frequentare un luogo di culto o di trasmettere ai propri figli i propri convincimenti religiosi nei limiti previsti dalla legge. Ma insieme ai diritti esistono anche dei doveri. Chi vive in Italia è chiamato a rispettare l’ordinamento italiano. Chi frequenta una scuola italiana deve rispettarne le regole. Chi entra in un’istituzione pubblica deve accettare le disposizioni che ne disciplinano il funzionamento. Questo non è un principio contro qualcuno. È il principio dell’uguaglianza davanti alla legge. E proprio per questo sarebbe sbagliato trasformare la questione in uno scontro tra italiani e musulmani. Non tutti i musulmani hanno la stessa interpretazione della propria religione e non è corretto attribuire a un’intera comunità le parole pronunciate da alcuni intervistati. Il problema nasce quando una singola persona, indipendentemente dalla propria religione, ritiene di poter sottrarre se stessa a una regola comune. A quel punto la questione religiosa passa in secondo piano. Rimane una domanda molto più semplice: la norma vale oppure no? Se vale, deve essere rispettata. Se viene ritenuta ingiusta, esistono il Parlamento, i tribunali, il dibattito pubblico e tutti gli strumenti attraverso i quali, in una democrazia, una norma può essere contestata o modificata. Quello che non può diventare un principio è l’idea che una legge sia obbligatoria per alcuni e facoltativa per altri sulla base della propria fede. Questo è il cuore della questione. E vale la pena chiarire anche un altro aspetto: non bisogna confondere il velo integrale con qualsiasi forma di velo religioso. Il niqab e il burqa coprono il volto; l’hijab, invece, lascia il volto scoperto. Confondere questi indumenti significa rendere il dibattito più confuso di quanto già non sia. Il confronto riguarda dunque una specifica modalità di abbigliamento e, soprattutto, il rapporto tra l’occultamento del volto e le regole previste negli spazi pubblici. Sul piano legislativo, il Senato mostra che il disegno di legge n. 1823 propone modifiche alla disciplina sull’occultamento del volto, includendo espressamente indumenti o accessori di origine etnica, culturale o religiosa e prevedendo specifiche disposizioni anche sulla costrizione all’occultamento del volto. Si tratta però di un disegno di legge, non di una norma che possa essere descritta come definitivamente approvata. Ed è proprio questa distinzione a rendere ancora più importante una discussione seria: non slogan, non generalizzazioni, non contrapposizioni religiose, ma fatti e regole. L’integrazione, del resto, non può essere concepita come un percorso a senso unico nel quale è soltanto il Paese ospitante a doversi adattare. Integrarsi significa anche imparare la lingua del Paese nel quale si vive, conoscerne le istituzioni, rispettarne le leggi e comprendere i principi fondamentali che regolano la convivenza. Questo vale per chiunque. Non significa rinunciare alla propria storia. Non significa cancellare la propria religione. Non significa abbandonare le proprie tradizioni. Significa comprendere che una tradizione personale non può trasformarsi automaticamente in una deroga alle regole dello Stato. Ed è qui che il dibattito sul velo integrale diventa molto più grande del velo stesso. Riguarda il modello di convivenza che vogliamo costruire. Una società pluralista può accogliere differenze culturali e religiose. Ma proprio perché è pluralista deve avere un quadro di regole comuni. Altrimenti il pluralismo rischia di trasformarsi in una somma di comunità separate, ciascuna con le proprie regole e con una diversa interpretazione dei limiti da rispettare. Lo Stato democratico non può funzionare così. Le leggi possono essere cambiate. Possono essere contestate. Possono essere sottoposte al giudizio dei tribunali. Possono essere oggetto di campagne politiche e di discussione pubblica. Ma non possono diventare facoltative. E questo vale anche quando la motivazione addotta per non rispettarle è religiosa. La libertà di culto è una libertà fondamentale. Proprio per questo va distinta dalla pretesa di sottrarsi alle regole comuni. Il punto, allora, non è chiedere a qualcuno di smettere di essere musulmano. Il punto è chiedere a chi vive in Italia di rispettare le leggi italiane, esattamente come viene richiesto a tutti gli altri. È un principio tanto semplice quanto importante. Una società libera non deve avere paura delle differenze. Ma non può nemmeno rinunciare alle proprie regole per paura di affrontare le differenze. Ed è questo il vero nodo sollevato dal video: non quale religione debba prevalere, ma se, davanti a una disposizione dello Stato, possa esistere una deroga fondata esclusivamente sull’appartenenza religiosa. La risposta, in uno Stato di diritto, deve arrivare dalle norme e dalle istituzioni, non dalle convinzioni individuali. Perché alla fine la questione è una sola: in Italia la libertà religiosa è garantita. Ma la legge, quando è validamente in vigore, vale per tutti anche per gli Islamici.
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