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Juventus, amaro Luciano: Spalletti, ecco cosa succede senza Champions
Oggi 19-05-26, 08:56
Il fallimento della Juventus è manageriale, prima che tecnico. È di Damien Comolli, l’uomo a cui John Elkann ha affidato la società ormai un anno fa offrendogli mari e monti, ovvero una scalata professionale da direttore generale ad amministratore delegato e pieni poteri per ristrutturare la società. Ma il francese arrivava dal Tolosa, club da metà classifica in Ligue 1: con tutto il rispetto, un’altra dimensione rispetto alla Juventus. E un altro calcio, quello francese, rispetto alla Serie A che ha sfaccettature uniche. Comolli, poi, ha allestito una squadra dirigenziale a spizzichi e bocconi, ingaggiando Modesto come direttore tecnico solo a metà luglio scorso, quindi a mercato ampiamente iniziato, e infatti ha finito la sessione in piena “modalità panico” con le follie Openda e Zhegrova negli ultimi due giorni. Soltanto a gennaio è riuscito a ingaggiare Ottolini come direttore sportivo, formando un assetto che, di fatto, non ha ancora lavorato e potrebbe già sfaldarsi, in particolare nella figura di Modesto, con un ripensamento di funzioni anche per quanto riguarda Chiellini (che potrebbe diventare direttore tecnico) e Ottolini stesso. Ma il consiglio a Elkann è di imitare la gestione del cugino Andrea, cioè farsi presidente-presente nelle vicende del club, piuttosto che delegare tutto e pagarne le conseguenze. CALCOLI Non è il fallimento di Luciano Spalletti, come è venuto spontaneo dire anche a Spalletti stesso, perché la squadra da anni mette insieme gli stessi identici punti: battendo il Torino potrà arrivare a 71; l’anno scorso (Thiago Motta-Tudor) furono 70; nelle tre stagioni precedenti (Allegri) 71, 72 (sul campo), 70. Dalla stagione con Pirlo ha preso 100 punti dalla prima in classifica, in media 16,6 ogni anno. Ci sono problemi evidenti che dall’alto non sanno risolvere. E se Spalletti dice di avere in programma in settimana un colloquio con Elkann, vuol dire che intende scavalcare Comolli per riportare direttamente alla proprietà tutte queste carenze. Intanto la Champions non è data per persa, ma quasi. D’altronde la Juventus deve battere il Torino e in contemporanea sperare che una tra Roma e Milan più il Como non vincano. In caso di Europa League, salteranno 40-50 milioni, immaginando che il percorso nella seconda competizione europea l’anno prossimo sia decente: non un dramma assoluto perché con l’uscita di Vlahovic (che a questo punto difficilmente verrà rinnovato, anche a cifre più basse) si liberano esattamente 41 milioni a bilancio, ma non potrà sfruttare questo grande alleggerimento. E Ottolini dovrà fare un miracolo in uscita per sbolognare tutti gli acquisti flop di Comolli (e Giuntoli): sembra impossibile infatti non solo vendere decentemente, ma proprio riuscire a piazzare David, che ha il più alto ingaggio in rosa dopo Vlahovic, o i vari Openda e Zhegrova, come pure Joao Mario e Conceicao che Comolli ha deciso di riscattare per oltre 35 milioni. Questi cinque “colpi” dell’ad francese, sommati, pesano altri 50 milioni annui. E si sommano alle zavorre di Giuntoli come Koopmeiners (17 milioni di peso annuo, follia simile a Vlahovic), Di Gregorio, Kelly e i rientranti Douglas Luiz e Nico Gonzalez. Senza Champions sarà anche più difficile attrarre i giocatori di rilievo richiesti da Spalletti per curare il clamoroso vuoto di personalità, vedi Alisson, Bernardo Silva e Lewandowski. Senza questi, il livello rimarrà quello attuale. E si rischia di andare avanti così, in un loop senza fine, a meno di miracoli o di ritorni a una presenza... famigliare.
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