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La disabilità non è mai la storia di una sola persona
29-04-2026, 18:04
«Il diritto allo studio per un bambino con disabilità non è l’iscrizione a scuola ma ricevere il supporto necessario a partecipare, capire, comunicare e crescere concretamente». Patrizia Bonzi, coordinatrice del servizio OEPAC di Medihospes, indica la realtà ed il traguardo per le centinaia di migliaia di studenti con disabilità che frequentano la scuola italiana e hanno bisogno di chi li aiuti nel cammino verso l'autonomia. Incontriamo Medihospes, una grande cooperativa sociale (eroga ogni anno cinque milioni di ore di assistenza e serve quotidianamente 22.000 persone vulnerabili), aderente al Consorzio La Cascina, da tempo pienamente impegnata in questo settore. Il servizio OEPAC — Operatore Educativo per l'Autonomia e la Comunicazione — è previsto dalla legge 104 del 1992, che obbliga gli enti locali a garantire questa figura a tutti gli alunni con disabilità che ne necessitano, in obbedienza alla Costituzione. Eppure, trent'anni dopo, non c’è un registro nazionale unificato degli operatori o un contratto collettivo dedicato, le denominazioni della figura cambiano da regione a regione ma soprattutto gli ultimi dati raccontano che, nelle scuole italiane, su 359mila alunni con disabilità, solo 153mila su 190mila aventi diritto riescono ad ottenere il servizio. «Il sistema di finanziamento non corrisponde sempre ai reali bisogni degli alunni, i Comuni… fanno quello che possono» riprende Bonzi. L’ANCI conferma: i Comuni spendono circa 480 milioni di euro all'anno per questo servizio, ma ne ricevono dallo Stato la metà o meno. “Così il rischio è che l'inclusione resti sulla carta”. Medihospes è da anni pienamente coinvolta nel servizio OEPAC, consapevole di potere e dovere trovare una soluzione quotidiana che unisca ragazzi, famiglie, scuola e istituzioni. Con efficacia ed autenticità. «Quando prendiamo in carico gli alunni, ci arriva dai Municipi una lista di nomi e… diagnosi. Il nostro primo impegno è dare un volto a quei codici, capire chi c'è dietro la diagnosi» inizia Bonzi. “Quando un genitore descrive il figlio come "autistico non verbale con comportamenti problematici", il passo successivo è chiedergli qual è il suo gioco preferito, che musica ascolta, che cosa lo appassiona. Il genitore spesso è stupito, e si sente accolto. E il ragazzo, che ama gli scacchi, la musica classica e l'astronomia, diventa una persona intera, non una diagnosi”. Capiamo da Bonzi che è con lo stesso atteggiamento che a Medihospes sono abituati ad affrontare un piano educativo individuale, la mancanza delle risorse, la necessità di un lavoro dignitoso per ogni operatore, l’alleanza con le famiglie, la scuola, il municipio. “Questo approccio si traduce in tre direzioni operative concrete” spiega Bonzi. La prima è dare stabilità ai percorsi educativi, perché è la discontinuità che più danneggia questi bambini; la seconda è la valorizzazione degli operatori: anche con risorse limitate investiamo in formazione; la terza è costruire una rete: Medihospes partecipa attivamente alle Consulte sulla disabilità, ai tavoli istituzionali e territoriali, fa proposte, «perché anche dentro grandi limiti strutturali», osserva Bonzi, «il modo in cui si lavora può fare la differenza». Ci salutiamo con un messaggio, ripetuto con convinzione a Medihospes, il cui motto non a caso è “persone che incontrano persone”: «La disabilità non è mai la storia di una singola persona. È la storia di una famiglia, di una classe, di un quartiere, di un Paese intero. Insieme alla buona volontà di un singolo operatore o all'abnegazione di una cooperativa sociale occorre che gli attori del sistema — istituzioni, enti locali, scuole, imprese sociali, famiglie — lavorino in modo sempre più coordinato. E responsabile”.
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