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La politica, i segreti e i vizi del Duce Lo sfogo dall’America della Sarfatti
Oggi 05-05-26, 12:24
My Fault riveste un’importanza eccezionale anche dal punto di vista storico, perché oltre a fornire un racconto spesso a tinte fosche della quotidianità di Mussolini, della sua famiglia e dei gerarchi più in vista, procura anche alcuni retroscena politici di cui solo la Sarfatti era a conoscenza.Uno dei più significativi riguarda il ruolo di Vittorio Emanuele III all’indomani del celebre discorso mussoliniano del 3 gennaio 1925, quello a cui si fa ascrivere la nascita della dittatura, quando in parlamento il capo del governo annunciò che «entro 48 ore tutto sarà chiarito». Un termine perentorio di cui poi nell’immediatezza non si comprese bene il significato, e su cui anche gli storici si sono a lungo interrogati: perché dire che «entro 48 ore sarà tutto chiaro» quando poi nelle 48, o 72 o 96 ore, non si verificò niente di troppo particolare?Ricordiamo che i primi giorni del 1925 furono un passaggio chiave, perché con un abile colpo di mano di cui in quella fase era capace, Mussolini riuscì in pochissimi giorni a passare da una situazione di estrema debolezza (quando molti lo vedevano ormai spacciato) a uno scenario opposto in cui purtroppo sbaragliò le opposizioni e si dimostrò padrone del campo. VITTORIO EMANUELE Secondo quanto rivelato dalla Sarfatti, la mattina successiva al discorso alla Camera, Mussolini si recò al Quirinale con il decreto di scioglimento del parlamento e di arresto immediato dei capi dell’opposizione – più o meno quello che accadde quasi due anni dopo con le leggi fascistissime – ma il Re non volle firmare. Margherita racconta di uno scontro durissimo tra i due, dal quale però Mussolini uscì per il momento sconfitto.Una volta tornato a palazzo Chigi, il Duce convocò Margherita con la quale sfogò tutta la propria rabbia. Un particolare di non poco conto che certo non rivaluta la figura di Vittorio Emanuele ma che ci aiuta a comprendere quali fossero le esatte dinamiche tra Corona e governo in questa prima fase della dittatura.Finora a far luce su quei terribili giorni ci era riuscito Renzo De Felice, che con una ricostruzione rigorosa fondata su testimonianze d’archivio, aveva ricordato come il 2 gennaio 1925 Mussolini avesse richiesto al Re, prima attraverso il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giacomo Suardo e poi personalmente con un incontro al Quirinale, la firma di un decreto di scioglimento della Camera per andare a nuove elezioni. De Felice non menziona però quanto descritto da Margherita, ossia il tentativo mussoliniano di ottenere anche l’assenso per la messa in mora delle opposizioni, quella che poi si avverò l’anno successivo quando nel novembre 1926 furono sciolti tutti i partiti non fascisti e i dirigenti dell’opposizione vennero arrestati e mandati in carcere o al confino, come accadde tra gli altri a Filippo Turati e Antonio Gramsci. Quello riportato da Margherita è quindi un retroscena inedito.Dinamiche complesse, e che riguardano per esempio i rapporti tra Mussolini e il principe Umberto, erede al trono. Anche qui le rivelazioni di Margherita rivestono una certa importanza, quando riportano delle mire del dittatore sulla successione a Vittorio Emanuele. Il Duce non accettava che potesse essere il principe di Piemonte a salire al trono dopo la morte del padre (a metà degli anni Trenta Vittorio Emanuele ha sessantasei anni) e guardava con sempre maggiore invidia il modello inaugurato da Hitler, che aveva unito su di sé la figura di capo del governo e di capo dello Stato.Secondo la Sarfatti è (anche) in questa logica che Mussolini mette in atto la conquista dell’Etiopia e la conseguente proclamazione dell’Impero, pensando che in quel modo potesse essere più facile prendere il posto del sovrano. Interessanti in My Fault sono poi le rivelazioni dei primi rapporti di Mussolini con Hitler, nel 1934, quando il Duce era ancora in vena di confidenze alla sua amica-amante, rivelazioni improntate alla diffidenza da parte del capo del governo italiano nei confronti dell’ancora non-alleato tedesco. LA GALLERIA DI MOSTRI Una buona parte delle pagine di My Fault sono riservate sia al Mussolini privato sia ai membri della famiglia di Mussolini, con cui Margherita ebbe sempre pessimi rapporti, e di cui in qualche modo «salva» solo i fratelli del Duce, Edvige e Arnaldo. Per il resto solo ritratti scritti con inchiostro intinto nel vetriolo. C’è un po’ di tutto.Dalle accuse verso Rachele, dipinta come rozza e pessima madre, prima che moglie anche «sorellastra» di Mussolini dato il legame che unì Alessandro Mussolini e la madre di Rachele, infedele pure lei e con una spiccata tendenza a tessere trame di bassa lega alle spalle del marito, agli altri figli che sono somari, zucconi, prepotenti.Nessun rispetto neppure per Bruno, morto in un incidente aereo nel 1941, causato, secondo Margherita, proprio da lui stesso visto che era decollato «pur essendo ubriaco». Le righe più acide sono per Edda, descritta come una mezza ninfomane drogata e viziata, e per il marito Galeazzo Ciano. Su tutti e due (come per la famiglia di provenienza di Ciano) Margherita stende l’ombra del malaffare, con invettive pesanti che, ripetiamolo, il curatore del presente volume riporta per il loro estrinseco valore storico e documentale, e che ovviamente dopo tanti anni non possono essere state verificate e che in ogni caso negli anni successivi alla stesura di My Fault numerosi storici hanno documentato ampiamente.Tra tutte, verso Edda, l’accusa peggiore: quella di non essere figlia di sua madre Rachele ma di una giovane russa di cui Mussolini si sarebbe invaghito ai tempi. Edda che secondo Margherita non era per niente amata da Mussolini, come si diceva, un uomo che la Sarfatti descrive come incapace di provare alcun tipo di sentimento. LA COCAINA «Mussolini non ha mai amato nessuno», sostiene Margherita, con perfidi riferimenti a tutte le amanti del Duce e in primo luogo Claretta, volubile, arrogante, profittatrice, disonesta e in combutta con i tedeschi. Anche qui, un quadro del personaggio sostanzialmente in linea con quanto altri studiosi hanno successivamente rivelato.Lo sfondo è sempre lei, Margherita, che come in un negativo fotografico propone un continuo anche se silenzioso raffronto tra sé medesima e il resto del mondo che ha gravitato intorno al suo ex amante. Che la Sarfatti non chiama mai per nome, Benito, e al quale comunque riserva parole gelide quando si tratta di rivelare particolari inediti della sua vita privata. Tra tutti il suo vizio per la cocaina, di cui Mussolini, secondo il racconto di Margherita, sarebbe stato schiavo intorno al 1920-1921 a Milano (va precisato che all’epoca l’uso della cocaina oltre che essere molto diffuso era del tutto legale).Anche in questo caso, un particolare abbastanza sconosciuto, che Margherita non si fa scrupolo di raccontare, e che ci fa rendere conto dell’importanza della sua testimonianza e dell’unicità di un documento per troppo tempo rimasto sotto il tappeto.
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