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La triste fine della favola progressista Turci-Pascale
Oggi 11-05-26, 09:05
Loro due vestite di bianco, una con tuta di Alberta Ferretti e l’altra con tailleur di Fendi. La cornice medievale della Toscana che piace per la cerimonia. Il menù vegano per gli invitati al matrimonio. Così nel 2022 la favola bella di Paola Turci e Francesca Pascale si prendeva la scena tra gli applausi entusiasti di Monica Cirinnà per la quale ogni nuova unione civile era un antidoto all’omofobia galoppante. Poi c’era il sottotesto che mandava in estasi la sinistra tutta: l’ex donna di Silvio Berlusconi che sposava una cantante impegnata a sinistra. La società civile che era molto più avanti di una destra arroccata sulla triade Dio-Patria-Famiglia. Era un bocconcino troppo ghiotto per i demonizzatori del presunto «oscurantismo» culturale della destra omofoba per definizione. Ebbene ora, per ammissione delle stesse protagoniste, veniamo a sapere che dietro quell’apparato retorico c’era solo un amore tossico. Pascale non ha lesinato frecciatine all’ex compagna tipo «odiava Berlusconi ma non i miei soldi», Turci non è stata meno velenosa: «Non dovevo sposarmi, l’ho fatto per lei». E ancora: «Di quell’unione non rimane niente, solo un vissuto». In fondo sono solo fatti loro, e certi risentimenti, certe spigolature amare fanno parte delle recriminazioni che scaturiscono dopo che la coppia scoppia. È normale, è fisiologico, ma nel caso di quella coppia lì non si può sorvolare del tutto. Perché il punto è che la loro unione l’hanno voluta trasformare in un simbolo, per volontà ideologica dei media mainstream ma non senza la complicità delle due spose, e quando il privato diventa pubblico per farsi addirittura normativo, per rappresentare la modernità che avanza a dispetto delle sacche reazionarie che ostacolerebbero la felicità individuale e libera che sgorga dagli amori arcobaleno, ci si carica sulle spalle una responsabilità troppo pesante. Le vite prendono poi direzioni imprevedibili e dimostrano che ogni vissuto va certo rispettato, ma nessuna esistenza, nessuna scelta può diventare «modello» culturale. Il privato al contrario andrebbe rispettato sempre, senza giudizi elogiativi o denigrativi, senza strumentalizzare gli affetti, senza elevare a simbolo positivo un tipo di amore rispetto ad altri. Invece quella coppia subì una sorta di trasfigurazione. Rolling Stone si esaltò al punto di scrivere che l’Italia era finalmente pronta per le nozze di «Francesca Pascale & Paola Turci, le Jodie Foster & Alexandra Hedison italiane» e che dopo quel matrimonio il mondo sarebbe stato un po’ più giusto di quanto non fosse allora. Neanche l’Italia, il mondo... perché la loro era «la coppia più progressista e rivoluzionaria del Paese più conservatore e bacchettone dell’Europa occidentale». Paola e Francesca erano il vessillo della battaglia per i diritti civili, per il ddl Zan, per le rivendicazioni della comunità Lgbtq+. Dove ci fu chi lamentò il fatto che quell’unione civile non potesse chiamarsi ancora «matrimonio». Oggi di tutto quel fragore di applausi resta solo l’eco di un fallimento e la tenace deriva gossipara che ha preso il posto delle esaltazioni ideologiche di quattro anni fa, quando dall’Espresso al Manifesto le nozze di Turci e Pascale furono lette come resistenza culturale al clima di odio generato da una destra retrograda. Ancora oggi questo racconto, a parte la fine dell’amore tossico tra Pascale e Turci, va per la maggiore nel mondo antimeloniano. Si deve sostenere che questo governo è ostile al mondo Lgbtq+ anche se non è possibile citare un solo provvedimento preso da Palazzo Chigi contro l’universo arcobaleno. L’amore che si trasforma in risentimento di quella che venne dipinta come una coppia emblematica dovrebbe indurre a fare tesoro di una lezione: mai trasformare un personaggio o una coppia, qualunque essa sia, in una prova vivente di una battaglia ideologica perché poi la realtà si prende la rivincita sulle astrazioni dottrinarie.
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