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L'Arabia Saudita si prende il nucleare made in Usa
Oggi 23-07-26, 14:52
Mentre l’America bombarda l’Iran per negargli l’atomica, Donald Trump ha approvato un accordo nucleare trentennale con l’Arabia Saudita che non esclude l’arricchimento dell’uranio in casa del principe Mohammed bin Salman. Un pazzo, dunque, che straccia mezzo secolo di non proliferazione. Se non fosse che il paziente da esaminare non è Trump, è il Golfo. L’educazione di Riad è figlia di due lezioni. Il 14 settembre 2019 droni e missili iraniani dimezzarono in una mattina la produzione petrolifera saudita, e Washington si limitò a spostare qualche batteria antimissile. Nel 2021 Joe Biden completò il corso togliendo l’appoggio alla campagna saudita in Yemen e depennando i loro nemici Huthi dalla lista dei gruppi terroristici. A corte capirono che l’ombrello americano si apre secondo il meteo di Washington. Riad allora provò a cambiare fornitore e il 17 settembre 2025, dopo il raid israeliano sui capi di Hamas a Doha, firmò con il Pakistan un patto di mutua difesa – un attacco all’uno è un attacco a entrambi – con la promessa, all’occorrenza, dell’atomica. Tra febbraio e marzo missili e droni iraniani caddero sui sauditi, raffinerie e ambasciata Usa comprese. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48536439]] Riad invocò il patto e Islamabad rispose mandando a Teheran un ministro con un severo ammonimento e uno squadrone di caccia a casa dell’alleato. La morale è che la deterrenza a noleggio non funziona granché e il pulsante conta solo quando si trova sotto al proprio dito. Trump non ha smarrito la fede nella non proliferazione globale, semplicemente fa un affare che giudica buono per l’America: miliardi all’industria Usa, Westinghouse in testa, mentre i russi di Rosatom e la cinese Cnnc restano fuori dal mercato. A maggior ragione ora che Washington ha indizi sempre più evidenti che le piattaforme di ricognizione di Mosca e i satelliti commerciali di Pechino facciano da mirino ai missili iraniani, compreso quello che ha ucciso due soldati Usa in Giordania. È lo stesso metodo a compartimenti stagni che il capo della Casa Bianca utilizzò per gli Accordi di Abramo, le storiche intese che sancirono la normalizzazione diplomatica ed economica tra Israele e gli arabi di Emirati, Bahrein, Marocco e Sudan, e che furono siglate perché Trump negò alla questione palestinese il ruolo di casello d’ingresso a tutto il resto. Biden aveva impacchettato nucleare, trattato di difesa e riconoscimento saudita di Israele in un unico negoziato, finché il 7 ottobre non lo seppellì. Trump ora ha sciolto il pacchetto: niente trattato, niente normalizzazione, solo affari, F-35 compresi. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48178359]] Gerusalemme e politici Usa di entrambi i partiti hanno elencato i rischi. Mancano il “gold standard”, la clausola con cui si rinuncia ad arricchire l’uranio accettata dagli Emirati nel 2009, e il Protocollo aggiuntivo, che dà agli ispettori dell’Agenzia atomica il diritto di entrare a sorpresa anche negli impianti non dichiarati. Si negozia però la serratura dell’impianto, che sarebbe gestito con un sistema controllato dagli Usa, impedendo il trasferimento di tecnologie sensibili e il rischio di un utilizzo militare del programma. L’ex ministro della Difesa israeliano Liberman ha infatti ricordato che ogni programma militare nasce civile, e che su tutto pende la promessa che Bin Salman fece nel 2018: se Teheran avrà la bomba, Riad la seguirà. Trump non è impazzito né rassegnato all’atomica iraniana. Ha solo deciso che i reattori sono merce e che se il Golfo vuole il pulsante in casa, meglio venderglielo Made in Usa piuttosto che Made in China. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48171054]]
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