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Cultura e Spettacolo
L'arte libera in Israele ma boicottata a Venezia
Oggi 11-05-26, 08:24
Il discorso inaugurale della Biennale di Venezia, pronunciato dal presidente Buttafuoco dopo le polemiche sulla partecipazione di Russia e Israele, si è focalizzato sui concetti di apertura, dialogo e rifiuto dell’esclusione preventiva. Il presidente ha ribadito che la sua Biennale è all’insegna dell’apertura verso tutti e verso tutto: Venezia fin da subito si è affermata come città capace di accogliere «l’altro» a braccia aperte: un luogo d’incontro che, soprattutto in un mondo lacerato, supera differenze e conflitti, non imbraccia le armi ma prepara la pace attraverso l’arte. E invece è accaduto esattamente l’opposto: negli ultimi giorni la Biennale è diventata terreno di guerra, fortemente politicizzata e attraversata da polemiche sempre più violente. Perché è vero, verissimo, che l’arte è al di sopra della politica e non può essere etichettata come italiana, israeliana o russa: appartiene soltanto a sé stessa ed è ridicolo pensare di poterla censurare. Ma questo, allo stato attuale delle cose, non può valere per il padiglione russo, che non rappresenta uno spazio libero per gli artisti ma, come ha scritto anche Giuliano Ferrara sul Foglio, è uno strumento di propaganda gestito direttamente dagli organi politici del Cremlino, che intanto continuano la loro guerra del terrore, con uno spaventoso numero di vittime, contro l’Ucraina difesa dall’Euro pa. Diverso, invece, il caso di Israele, dove, al contrario, non esiste un’arte di Stato: l’arte è libera. Perché allora opporsi alla sua partecipazione per contestarne le politiche del governo, se gli artisti sono indipendenti e non rappresentano il potere politico? Israele è una democrazia con stampa libera e una scena artistica molto aperta e, tra l’altro, spesso radicalmente critica verso il governo stesso. Per questo, impedire a Israele di partecipare significa boicottare l’intero popolo israeliano e con esso la sua nazione, negando il suo stesso diritto di essere. Già mesi prima dell’apertura della Biennale è iniziata la battaglia contro la sua partecipazione: circa duecento figure del mondo dell’arte erano intervenute con una lettera aperta. Ma l’episodio più grave è stato l’ultimo tentativo, da parte di migliaia di manifestanti, di sfondare il cordone della polizia per devastare il padiglione israeliano, al grido di «Palestina libera dal fiume fino al mare» o «sionisti assassini». La polizia è riuscita a bloccarli, evitando il peggio. In ogni caso, per questi boicottatori, sia quelli che hanno agito in forma apertamente violenta sia quelli che lo hanno fatto in modo meno plateale, tutto ciò che Israele produce dovrebbe essere rifiutato, peggio ancora se si presenta sotto forma di arte riconosciuta a livello internazionale. L’accusa è sempre la stessa: adoperare, in questo caso la Biennale, come strumento di legittimazione culturale mentre continua la guerra a Gaza. Sì, anche se si trattasse di grande arte e del tutto libera da influenze esterne, sarebbe sempre e comunque un’arte demoniaca dal momento che, secondo costoro, si mette al servizio di uno Stato genocida. Di qui la richiesta di boicottare l’intera arte prodotta in Israele o da artisti israeliani in quanto arte del male, come se esistesse un’arte del bene: un’arte «colpevole» a priori perché associata allo Stato che la esprime. Un’arte di stato, insomma, come nei paesi totalitari. Ma non è certo questo il caso di Israele. Quindi, il discorso di Buttafuoco sull’arte come spazio libero, capace di superare i confini e perfino gli odi della storia, e sul fatto che non si possa escludere un artista per il Paese da cui proviene, è valido per Israele, ma non per la Russia di oggi. Se non si tengono a mente certe differenze, si genera ulteriore caos e proprio quel genere di conflitto che il suo discorso diceva di voler evitare.
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