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L'Italia razzista e i migranti "superiori"
Oggi 19-05-26, 11:16
Da immigrato di seconda generazione, quindi nato e cresciuto in Italia, Salim El Koudri non ha esitato un momento a buttarla sul razzismo, nelle prime dichiarazioni dopo l’efferatoattentato alla vita di innocenti da lui compiuto. Immaginava forse che subito sarebbe scattato il “senso di colpa”, in cui siamo i primi della classe, e che qualche intellettuale avrebbe costruito teorie immaginarie sul nostro “razzismo”. Insomma, l’attenzione mediatica si sarebbe spostata dall’attentato alle “cause” remote, e quindi deresponsabilizzanti, che avevano mosso l’omicida alla criminale azione. Non immaginava male Koudri, dato che Umberto Galimberti, che fra l’altro contro la destra al governo ha un odio viscerale manifestato in più occasioni, ha costruito una teoria francamente bizzarra su un nostro presunto e congenito “razzismo”. In un intervento nel programma In Onda di La7, l’altra sera ha affermato che noi italiani saremmo razzisti e temeremmo gli immigrati perché crediamo che essi «siano superiori a noi, sul piano biologico e psicologico». Insomma, una sorta di “invidia del pene” di freudiana memoria: vorremmo gli stessi muscoli e la stessa prestanza fisica, la stessa sicurezza psicologica, ma siamo fragili e vulnerabili e quindi ce la prendiamo con loro. Un’idea controintuitiva, che vorrebbe épater le bourgeois, ma che è solo illogica. Se il razzismo si riferisce ad un gruppo umano che si ritiene superiore agli altri, qui esso consisterebbe in un complesso di inferiorità. Mah! Che gli italiani siano poi razzisti, oggi nel 2026, non credo che possa dirsi assolutamente. Non c’è forse popolo, genericamente parlando, più ben disposto verso gli altri come il nostro. Ma il razzismo è, ovviamente, un prodotto che ben si vende a sinistra sul mercato della politica, o almeno così credono certi nostri intellettuali ai quali la faziosità politica fa perdere la bussola della realtà. E tanto basti! La cosa più impressionante è che però Galimberti ragiona proprio come i razzisti, seppur col segno cambiato: ragiona per gruppi che vorrebbe omogenei (immigrati e non, neri e bianchi) e parla di “superiorità” e “inferiorità”. Sarebbe più corretto parlare di diversità, concetto quest’ultimo che non gerarchizza i gruppi umani ma esalta l’eterogeneità delle culture e dei percorsi individuali. Il problema però qui in discussione e da cui si svicola in tutti i modi, suonando la solita «canzone da organetto» del razzismo, è un altro. Le diversità, se non governate, possono perciò attriti, e quindi disagi, ed arrivare ad esiti estremi come quello di Modena. È proprio su questo punto che si gioca la partita. E da qui nasce la necessità di accogliere con discernimento i nuovi arrivati con attenzione costante all’integrazione. Galimberti ha citato il modello della Germania e ha anche ammesso che l’integrazione sia fallita, dandone però la colpa a Salvini, che era al governo. In verità, l’integrazione era fallita molto prima ed è la causa di un’accoglienza non selettiva e non ponderata con la sostenibilità sociale. Politica in cui si è sempre distinta la sinistra al governo. In definitiva, la ricerca ostinata di presunti moventi psicologici di un presunto razzismo serve solo ad attenuare le responsabilità, che sono individuali, di chi delinque, a qualunque gruppo etnico appartenga e di qualunque colore sia la sua pelle. Insomma, è un deja vu rispetto a quell’«è colpa della società» con cui si sono giustificate in passato tante efferatezze e che tanti danni ha creato allo spirito pubblico italiano nel “lungo Sessantotto” che abbiamo alle spalle.
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