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L’Iran minaccia attacchi in Italia
Oggi 20-08-26, 09:32
Da febbraio l’Iran ha fatto la guerra ai vicini: le petroliere nello Stretto, le basi americane in Iraq e in Giordania, i Paesi del Golfo colpevoli di ospitare gli americani. Ora la mappa si allarga. Foad Izadi, docente di Relazioni internazionali all’Università di Teheran, l’ha detto all’Adnkronos: «Colpire le basi statunitensi in Italia potrebbe essere un’opzione». È il commento iraniano all’indiscrezione del Financial Times. Due fonti vicine al regime hanno riferito al quotidiano che la Repubblica islamica ha studiato come colpire obiettivi americani nell’Europa meridionale e sudorientale, se gli Usa attaccassero le infrastrutture iraniane. Nell’elenco compare la Bulgaria, che a luglio ha aperto la base di Bezmer agli americani e che ora ha rafforzato le difese aeree, e Cipro, dove a marzo un drone ha colpito la base britannica di Akrotiri. Seguono i cavi in fibra ottica di Hormuz. E d’altronde, l’attacco che il mese scorso ha colpito la base Usa in Giordania – tre morti – «era anche un messaggio all’Europa», ha spiegato una fonte al quotidiano britannico. RAGGIO D’AZIONE Sigonella è nel mirino degli ayatollah? Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ridimensionato il pericolo: con quella logica l’Iran potrebbe fare qualunque cosa, «persino attaccare la Cina».Se fosse nel Ft, ha aggiunto, eviterebbe di offrire idee e spunti. A Teheran l’analista Mohammad Marandi si è lamentato del contrario, ovvero che il giornale abbia pubblicato una velina di Washington: «Forse sono insider del regime americano».Resta la domanda: l’Iran può arrivare fin qui? Sulla carta sì, di poco. Il generale Giorgio Battisti, già comandante Nato in Afghanistan, ha fatto i conti sui vettori iraniani con una gittata fra i 2.000 e i 3.000 chilometri: dentro quel raggio d’azione ci sta il Sud Europa, Italia compresa. Il Khorramshahr-4 arriva sui 2.000 con testata pesante.Ma è il limite, e al limite le cose si complicano. Sidharth Kaushal, del Royal United Services Institute, ha definito la minaccia «reale, ma ridotta»: per allungare la gittata bisogna alleggerire il carico, e un carico leggero fa soltanto rumore, non macerie. Meglio, si fa per dire, lavorare per interposta persona: milizie irachene, Hezbollah, Houthi. Douglas Barrie, dell’International Institute for Strategic Studies, ha aggiunto una domanda più pratica: quanti vettori a lunga gittata ha Teheran, e quanti sarebbe disposta a impiegarne per una dimostrazione? Più il tiro si allunga, meno è preciso. E un missile che fallisce o viene intercettato da rappresaglia si trasforma in un fiasco. La storia lo conferma: i lanci dell’Iran contro la base di Diego Garcia, a 4.000 chilometri di distanza nell’Oceano Indiano, non andarono a segno e la Nato intercettò i missili balistici iraniani sulla Turchia. Il punto, però, non è militare. Colpire una base in Italia non sposta un equilibrio: sposta un calendario. Aaron MacLean, su The Free Press, ha ridotto la guerra a due orologi. Il primo segna 20 milioni: i barili al giorno che attraversavano Hormuz prima del conflitto. Più ci si avvicina, più i mercati reggono e più Washington guadagna tempo per strangolare l’Iran. Da settimane l’esercito Usa ha creato in segreto un corridoio di transito attraverso lo Stretto: quotidianamente circa 10 milioni di barili vengono trasportati oltre il Golfo Persico percorrendo la rotta omanita e immessi nel mercato energetico globale, ha riferito Axios.Il secondo segna i giorni che mancano all’insediamento del nuovo Congresso dopo le elezioni di metà mandato: avverrà fra 136 giorni, il 3 gennaio 2027. Donald Trump si ritroverà quasi certamente con una Camera democratica, e la Camera tiene i cordoni della borsa. Nel 1975, fu un Congresso rancoroso a sancire la caduta di Saigon. I DUE OROLOGI Il secondo orologio corre più veloce, ed è l’unica cosa che a Teheran vada bene. Il primo infatti non è fermo: uno Stretto chiuso da sei mesi non ha prodotto la catastrofe per cui era stato chiuso e tra riserve, oleodotti sauditi e traffico al buio, il mondo ha imparato a girargli intorno.Più dell’80% di ciò che passa, secondo i dati Kpler, ignora la rotta che il regime iraniano ha imposto. Ogni tanto i pasdaran colpiscono una petroliera. Ogni tanto si viene a sapere. Una guerra ipertecnologica è diventata lenta, a bassa risoluzione, riferita per sentito dire come quelle di cent’anni fa.«Forse a un certo punto», ha risposto ieri Trump a chi gli chiedeva se e quando sarebbero ripresi i negoziati con Teheran. Il guaio dei “certi punti” è che si vedono solo da fuori: sull’orizzonte degli eventi il tempo si ferma per l’osservatore lontano, e chi lo attraversa non sente nulla.Il presidente statunitense guarda la sua guerra da lontano e la vede immobile. Un punto fissato però c’è, il 3 gennaio, e non dipende da chi guarda.
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