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Ma quale stanchezza, è un uomo in missione: adesso Roma, poi Parigi
Oggi 04-05-26, 10:18
Tanto rumore per nulla. Quasi sempre attorno a Jannik Sinner, argomento di discussione degli ultimi giorni, la programmazione del calendario. «Non deve andare a Monte Carlo», ha vinto. «Madrid? Meglio di no, non serve a nulla andarci», ha vinto anche lì. Adesso il tormentone si è spostato su Roma, l’ultimo dei 1000 a mancare nella bacheca dell’azzurro: «Forse dovrebbe riposare, forse meglio concentrarsi direttamente su Parigi, sarà stanco». Nel frattempo però è lui stesso a chiarire tutto: «Voglio vedere fino a dove posso spingermi, voglio capire quali sono i miei limiti». Sta bene, la sua nemesi Carlos Alcaraz è assente: perché non provarci fino in fondo, senza calcoli? Ci pensa Simone Vagnozzi a mettere ordine tra le parole e riportare tutto sul piano della realtà. Il tecnico del numero uno del mondo è stato netto: «Siamo dove vogliamo essere, Jannik sta bene. Ha recuperato da un po’ di stanchezza e ogni giorno migliora». Poi il passaggio più interessante: «Dobbiamo cercare di dimenticare l’assenza di Carlos, perché al Roland Garros ci saranno sette partite da vincere, a Roma sei. Pensiamo giorno per giorno». Tradotto significa: abbiamo la strada chiara di fronte a noi, con buona pace degli avversari e quel «migliora ogni giorno» che sa di sentenza prima dell’azione. E il campo, per chi ha avuto modo di seguirlo da vicino, racconta una verità diversa da quella delle chiacchiere. Allenamenti intensi, progressi costanti, una struttura solida costruita attorno a lui. Con Darren Cahill al fianco di Vagnozzi e Umberto Ferrara a curare ogni dettaglio fisico, Sinner è dentro un sistema che funziona. E allora viene da chiedersi: davvero ha senso fermarsi quando tutto gira così? Così bene? Se le partite sono queste e lo sforzo è sotto controllo, forse la risposta è scontata. Giocare aiuta a stare meglio, alimenta la fiducia, tiene viva quella fame che fa la differenza tra vincere e dominare. Il ritmo partita, per uno come lui, è un alleato, non un rischio, è lì che si misura, è lì che cresce, è lì che trova energia. L’antidoto migliore alla stanchezza non è fermarsi, ma continuare a vincere. Anche perché, vi possiamo garantire, abbiamo visto allenamenti molto più duri della finale di ieri. E allora sì, fidiamoci. Di lui, del suo team, delle sue scelte. Fin qui non ne ha sbagliata una. Basta voltarsi indietro di dodici mesi: era fermo, ai box, costretto a saltare proprio quei tornei che oggi sta cannibalizzando. La rabbia di allora si è trasformata nella benzina di oggi. Il resto è rumore, destinato a spegnersi davanti all’unica cosa che conta davvero: i risultati.
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