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Mondiali 2026, la Coppa del mondo Usa è un calcio ai catastrofisti
Oggi 24-06-26, 09:35
I superstiziosi facciano tutti gli scongiuri del caso. Ma, se vi capitasse di accendere la tv al 24 giugno 2026 e guardare qualche partita di quella gigantesca parata di sport-entertainment che è il Mondiale di calcio americano, restereste sorpresi. Alla viglia la lente dei grandi media globali aveva puntato forte su una narrazione identica a un trattato di pura paranoia burocratica. Una sorta di catastrofismo preventivo e militante, alimentato con scientifica insistenza al solo scopo di fare da controcanto alle rigidissime linee sull’immigrazione e sui controlli di frontiera dell’amministrazione Trump. C’era questo dettaglio, quasi comico, del Presidente che liquidava mesi di allarmi sul “caos visti” e sui biglietti invenduti con un serafico: «Facciamo entrare le persone giuste», pronunciato nel bel mezzo di una guerra con l’Iran, di polemiche sulle politiche migratorie di tutto il mondo, di attentati contro la Casa Bianca. E il ciuffo biondo contrapponeva quel tono da proprietario un po’ mitomane di un club esclusivo di Manhattan. Assist perfetto per chi profetizzava un torneo asettico, blindato e privo di anima. Anche se Trump ci mette sempre del suo, le cronache pre-torneo sono state stilate come bollettini di un ministero degli interni pur di validare questa tesi nefasta. Basti citare il caso di Omar Abdulkadir Artan, il fischietto somalo eletto miglior arbitro africano del 2025, rispedito a Istanbul dopo undici ore di interrogatorio a Miami per non meglio precisati “motivi di sicurezza”. O la parabola dell’Iran di Amir Ghalenoei, costretto a stabilire il proprio quartier generale a Tijuana, in Messico, per poi attraversare la frontiera statunitense poche ore prima di ogni partita come un gruppo di pendolari d’alto livello. Episodi reali, certo, ma utilizzati come prove schiaccianti di un imminente fallimento globale. Eppure, la realtà ha deciso di dare un calcio solenne a questo catastrofismo politico non appena si sono aperti i cancelli. I funzionari delle guardie di frontiera controllano timbri e passaporti, la polizia fa il suo per tenere tutto in ordine, e la carne e il sangue del tifo popolare hanno iniziato a fare ciò che sanno fare meglio: occupare lo spazio urbano dimostrando che la gioia del gioco è strutturalmente refrattaria ai tentativi di ricostruzione strumentale. L’esempio esteticamente più plastico ci arriva dai tifosi della Norvegia, sbarcati in massa tra New York e Boston dopo ventotto anni di assenza. Ciò che questi scandinavi hanno fatto a Times Square, la cosiddetta Viking Row, è un pezzo di puro dadaismo calcistico. Immaginate migliaia di persone che si siedono sul cemento della piazza simbolo del capitalismo mondiale e iniziano a simulare una remata sincronizzata sui pavimenti della metropolitana, accelerando al ritmo di un tamburo fino a un delirio collettivo. Talmente bello che sono stati i campioni come Erling Haaland e Martin Odegaard ad emularli, sedendosi sul prato del MetLife Stadium per “remare” sotto lo spicchio dei propri sostenitori dopo il 3-2 sul Senegal. Il preciso istante in cui il gioco si riprende la propria purezza, stracciando le sovrastrutture ideologiche. A Boston, la Tartan Army scozzese ha applicato una strategia di occupazione altrettanto efficace, sebbene basata su presupposti più liquidi. Oltre ventimila scozzesi in kilt hanno invaso il Massachusetts, e dopo l’1-0 contro Haiti al Gillette Stadium hanno letteralmente prosciugato le scorte di alcol della città. Gestori di pub storici come l’Hennessy’s si sono visti costretti a esporre cartelli di “esaurito” dopo che i tifosi hanno consumato in sei ore quattro volte la media di birra di un normale weekend, superando i record del giorno di San Patrizio, trascinando i residenti a ballare in mezzo alla strada. Ed è qui, in questa frizione costante tra il controllo poliziesco e l’irruenza dei corpi, che il Mondiale smentisce i profeti di sventura. Perfino l’Iran di Ghalenoei, dopo l’epico 0-0 strappato a Los Angeles contro il Belgio, ha risposto alla rigidità burocratica lasciando lo spogliatoio lucido e una lavagna con la scritta: «Che pace e amicizia possano prevalere». È la dimostrazione che mentre la politica erige barriere e i media sperano nel disastro per colpire il bersaglio alla Casa Bianca, il calcio conserva la misteriosa capacità di far remare tutti, prodigiosamente, verso la stessa identica riva.
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