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Moschea a Venezia, il diritto di pregare e il dovere di rispettare le regole
Ieri 28-08-26, 18:09
La comunità islamica bengalese chiede un grande luogo di culto a Mestre. Dopo lo stop del Comune arrivano annunci di proteste, scioperi e manifestazioni. Una vicenda che riapre una questione delicata: libertà religiosa, integrazione, sicurezza e rispetto delle istituzioni devono poter convivere. A Venezia, o più precisamente nella terraferma mestrina, la questione della moschea è diventata qualcosa di molto più grande di una disputa urbanistica. Il progetto riguarda l’area dell’ex segheria di via Giustizia, acquistata per realizzare un centro di culto islamico. Il Comune di Venezia ha però frenato sull’operazione, sostenendo che, al momento, non vi siano le condizioni per procedere. La risposta di alcuni esponenti della comunità bengalese è stata durissima. Prince Howlader, presidente dell’associazione “Giovani per l’umanità”, ha annunciato la disponibilità a scendere in piazza qualora non arrivasse l’autorizzazione. Sono state prospettate manifestazioni, uno sciopero, momenti di preghiera davanti al Comune o nelle strade e il ricorso alle vie legali. Il TG4 ha sintetizzato la vicenda parlando di bengalesi “pronti allo sciopero”, mentre Tgcom24 ha utilizzato un titolo ancora più forte: “Blocchiamo la città”. Parole e prospettive che inevitabilmente fanno discutere. Un luogo di culto è un diritto. Ma nessun diritto autorizza alcun tipo di ultimatum Il primo punto deve essere chiarissimo: in Italia la libertà religiosa è tutelata dalla Costituzione. Un musulmano ha diritto a professare la propria fede esattamente come un cattolico, un ebreo, un ortodosso, un buddhista o chiunque professi un’altra religione. E una comunità numerosa e stabilmente radicata sul territorio può legittimamente chiedere uno spazio adeguato nel quale pregare. Ma chiedere non significa automaticamente ottenere qualsiasi progetto, in qualsiasi luogo e a qualsiasi condizione. Esistono norme urbanistiche, autorizzazioni, requisiti di sicurezza, valutazioni sull’impatto sul territorio e procedure amministrative che valgono per tutti. Anche per la comunità islamica di Venezia. Se un’amministrazione dice no, quel no può essere contestato. Si può manifestare pacificamente. Si può scioperare nel rispetto della legge. Si può presentare un ricorso. Si possono impugnare gli atti davanti ai giudici competenti. È precisamente questa la forza di una democrazia. Quello che, invece, sarebbe sbagliato è trasformare il confronto in una prova di forza: “O accettate la nostra richiesta oppure blocchiamo la città”. L’integrazione non può funzionare attraverso ultimatum reciproci. Le seconde generazioni sono italiane: proprio per questo il confronto deve avvenire nelle istituzioni Molti giovani appartenenti alle famiglie bengalesi sono nati o cresciuti in Italia. Una parte possiede la cittadinanza italiana. Parlano italiano, frequentano le nostre scuole, lavorano nelle nostre città e partecipano alla vita economica e sociale del territorio. Non ha quindi senso considerarli automaticamente degli “ospiti”. Per chi è cittadino italiano, l’Italia è casa propria. Ed è proprio questo che rende ancora più importante un principio: essere pienamente parte della società italiana significa condividerne non soltanto i diritti, ma anche le regole democratiche attraverso le quali quei diritti vengono esercitati. Il Comune, dal canto suo, ha la responsabilità di motivare le proprie decisioni attraverso criteri amministrativi trasparenti e non attraverso generalizzazioni religiose o etniche. Cosa che, è giusto precisarlo, non ha mai fatto. La comunità musulmana non parla con una sola voce ed è divisa sull’approccio alla decisione dell’amministrazione comunale C’è poi un particolare che rischia di scomparire nella contrapposizione. Non tutti gli esponenti musulmani veneziani condividono i toni dello scontro. All’interno della stessa comunità sono emerse posizioni differenti: c’è chi chiede un tavolo con le istituzioni, chi ritiene necessario un luogo di culto ma critica gli annunci di protesta e chi considera addirittura prematuri i tempi per la costruzione di una grande moschea. È un elemento fondamentale. Parlare di “musulmani” come se migliaia di persone costituissero un unico blocco politico e culturale sarebbe un errore. La comunità islamica veneziana, come qualsiasi altra comunità numerosa, contiene opinioni, sensibilità e idee diverse. Poi c’è un altro tema, non certo secondario: la sicurezza. La realizzazione di una moschea destinata potenzialmente a raccogliere migliaia di persone, non soltanto appartenenti alla comunità islamica veneta, pone inevitabilmente anche il tema della sicurezza. E, in particolare, quello della prevenzione del jihadismo e della radicalizzazione: fenomeni sui quali è necessaria la massima attenzione. Negli ultimi anni le autorità italiane hanno condotto numerose attività di prevenzione contro fenomeni di radicalizzazione jihadista e terrorismo. Anche nel 2026 le forze dell’ordine hanno portato a termine operazioni riguardanti materiale di propaganda estremista e documentazione collegata alla preparazione di azioni violente. Sono fatti seri, che dimostrano quanto siano indispensabili il lavoro dell’intelligence, della magistratura, della Digos e delle altre forze di sicurezza. Ma proprio perché il terrorismo è una cosa terribilmente seria, non deve essere utilizzato come un’etichetta da applicare indiscriminatamente a un’intera comunità religiosa. Questo, però, non significa rinunciare alla necessaria attenzione verso eventuali fenomeni di radicalizzazione che possono svilupparsi all’interno di singoli ambienti o coinvolgere singoli individui. La richiesta di costruire una moschea e un’indagine per terrorismo appartengono a piani completamente differenti, finché non emergano prove concrete che li colleghino. Vigilare sulla radicalizzazione è un dovere dello Stato. Garantire la libertà religiosa dei cittadini rispettosi della legge lo è altrettanto. Le due cose non sono incompatibili. Venezia ha bisogno di fermezza, ma soprattutto di responsabilità La vicenda della moschea di Mestre rappresenta dunque una prova importante sia per le istituzioni sia per la comunità musulmana. Il Comune deve spiegare con chiarezza quali condizioni urbanistiche, amministrative e di sicurezza siano necessarie affinché un luogo di culto possa essere autorizzato. I rappresentanti della comunità bengalese e musulmana devono, a loro volta, portare avanti le proprie rivendicazioni attraverso gli strumenti previsti dalla democrazia, evitando qualsiasi linguaggio che possa essere percepito come un ricatto nei confronti della città. Nessuno dovrebbe ottenere un’autorizzazione attraverso la minaccia di una prova di forza. È su questo equilibrio che si misura uno Stato autorevole: fermo sulle regole, inflessibile contro ogni forma di estremismo e terrorismo, ma altrettanto fermo nel garantire libertà e diritti costituzionali a chi quelle regole le rispetta. Perché una moschea può essere approvata oppure respinta sulla base delle norme. Una decisione amministrativa può essere contestata e persino ribaltata da un tribunale. Ciò che non dovrebbe essere negoziabile è il metodo: in Italia le controversie si risolvono con le leggi, con i tribunali, con il confronto politico e con la protesta pacifica. Mai con la paura e mai con la contrapposizione religiosa. Ed è un principio che vale anche per la comunità islamica bengalese di Venezia e, in particolare, per quei suoi rappresentanti che in queste ore hanno scelto toni molto duri nei confronti dell’amministrazione comunale. La richiesta di una moschea è legittima e merita di essere discussa nelle sedi istituzionali. Ma nessuno può pensare che prospettare il blocco della città, utilizzare la propria forza numerica o economica come strumento di pressione oppure trasformare una richiesta in un ultimatum possa renderla più forte o automaticamente accettabile. Alla comunità islamica bengalese veneziana va quindi rivolto un messaggio altrettanto chiaro: dialogate con il Comune, manifestate pacificamente se lo ritenete necessario, fate valere le vostre ragioni e, qualora riteniate illegittima una decisione amministrativa, rivolgetevi alla giustizia. Sono tutti strumenti che la democrazia italiana mette a disposizione di chiunque. Ma le regole valgono per tutti. E se qualche estremista islamista pensa di poter ottenere nel nostro Paese ciò che vuole adottando maniere forti o cercando di imporre i propri obiettivi attraverso pressioni, intimidazioni o minacce, si sbaglia di grosso. Lo stesso principio, naturalmente, vale per chiunque, indipendentemente dalla religione professata o dalla comunità alla quale appartiene. Anche alla comunità islamica bengalese di Venezia diciamo quindi con chiarezza: il diritto di chiedere una moschea esiste, ma deve essere esercitato nel rispetto delle leggi, delle istituzioni e delle regole della convivenza democratica. In Italia i diritti si chiedono e si difendono attraverso gli strumenti della democrazia. Non si impongono con la forza. Capito bene!
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