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Cultura e Spettacolo
Ottant’anni di silenzio rosso sui morti italiani di Pola
Oggi 18-08-26, 10:14
Dei tanti bambini esibiti in tv e sui giornali per muovere a pietà per i conflitti e le crisi nel mondo, manca un’immagine in bianco e nero che disturba assai più dell’orrore che evoca: il corpicino tenuto per le braccia di un bimbo decapitato da una terrificante esplosione sulla spiaggia di Vergarolla, sull’altra sponda dell’Adriatico che nel 1946 era Italia, a Pola. Ha sempre dato fastidio ai volenterosi fiancheggiatori di Tito che da questa parte allora non mancavano nelle fila del Pci e oggi dopo tanti trasformismi sono rimasti nostalgicamente ancorati a quel passato imbarazzante.L’8 agosto di 80 anni fa il giorno di festa divenne quello della tragedia, con un’ecatombe di civili per la quale non c’è stata nessuna inchiesta e nessun interesse a perseguirne i responsabili: il rumore assordante del silenzio dopo il fragore dell’esplosione, le urla dei feriti e le grida disperate delle madri. RESTI DILANIATI Su almeno un centinaio di morti (il numero esatto non è mai stato stabilito, alcuni corpi vennero polverizzati e altri fatti a pezzi), solo 64 ebbero un nome perché fu possibile identificare i resti dilaniati. Un terzo erano bambini. Più di 200 i feriti. Tutti italiani e tutte vittime innocenti, ma non abbastanza per farne un simbolo nazionale e di memoria collettiva, come le Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, e pure la più recente strage della stazione di Bologna. Erano passate da poco le 14 sulla spiaggia di Vergarolla quando si era scatenata l’apocalisse. Quella zona dell’Istria era amministrata dagli Alleati, ma sotto le mire annessionistiche di Tito. Pola si trovava isolata in una piccola Zona A, completamente circondata dalla Zona B occupata militarmente dagli jugoslavi. La decisione sui nuovi confini sarebbe stata presa il 10 febbraio 1947 col Trattato di pace di Parigi, e le tensioni erano altissime. A inizio luglio L’Arena di Pola aveva riportato a tutta pagina un titolo che era un grido di dolore: «O l’Italia o l’esilio». Che l’orizzonte fosse a tinte fosche lo dimostrava qualche giorno dopo il Comitato Esodo di Pola con un sondaggio sui circa 32mila abitanti, di cui circa 28mila avevano manifestato l’intenzione di abbandonare la città per non cadere in mani jugoslave e fare la fine degli italiani inghiottiti dalle foibe. Quel 18 agosto a Pola si celebravano le tradizionali gare di nuoto della Coppa Scarioni organizzate dalla società canottieri Pietas Julia.Su un lato della spiaggia di Vergarolla erano state ammonticchiate poco meno di una trentina di mine antisbarco, che ufficialmente erano state rese inoffensive perché private dei detonatori, e quindi lo spiazzo non era neppure recintato in quanto ritenuto non pericoloso. Il boato improvviso provocò una carneficina. L’ospedale di Pola fu preso d’assalto. In sala operatoria il dottor Geppino Micheletti, pur avendo perso nella deflagrazione i figli Carlo e Renzo di 9 e 6 anni, continuò con la morte nel cuore a cercare di salvare vite. Nell’Italia sempre più lontana da Pola, il massacro venne raccontato da angolazioni diverse e politicizzate. L’Unità, organo del Partito comunista allineato alle posizioni jugoslave, ne attribuì la responsabilità agli anglo-americani. MINE DISINNESCATE Il dubbio che si fosse trattato di un attentato contro la forte componente etnica italiana per spingerla all’esodo aveva già cominciato a stagliarsi rispetto all’ipotesi insostenibile dell’incidente. Le autorità militari inglesi affermeranno documentalmente che le mine erano disinnescate e controllate più volte, quindi l’esplosione era stata provocata e in base anche a testimonianze metteranno nero su bianco che qualcuno aveva deliberatamente fatto saltare in aria le 9 tonnellate di esplosivi. Sabotaggio, dunque, ma senza matrice e senza rivendicazione, anche se la logica portava da una sola parte: il terrore per provocare l’abbandono in massa di Pola. L’arena romana, la bambina con la valigia e l’anziana strappata alle sue radici diventeranno le immagini dell’esilio forzato: la rinuncia a tutto per non rinunciare a essere italiani. Non stupisce quindi, ma sconcerta, la cappa di silenzio stesa attorno alla strage di Vergarolla dalla sinistra italiana, in piena empatia con l’altra parte della Cortina di ferro. Quella sbagliata della storia.
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