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Per far la pace ci vuole il Libano per fare il Libano ci vuol la Siria...
Oggi 02-06-26, 09:20
Ancora una volta le trattative fra Americani e Iraniani hanno rischiato di saltare a causa del Libano. Benjamin Netanyahu aveva autorizzato la ripresa degli attacchi aerei su Beirut Sud, la zona sciita della capitale, dove si trovano le basi di Hezbollah. E Teheran si era chiamata fuori dalle trattative con gli inviati di Trump. I colloqui per risolvere la crisi del Golfo si vanno a infrangere sempre su due scogli: il programma atomico degli ayatollah e l’assetto del Paese dei Cedri. Per Nicola Fratoianni (AVS), quello israeliano in Libano è «l’ennesimo atto da Stato terrorista (...). Netanyahu vuole spingere il mondo verso un conflitto allargato, è ogni giorno più evidente». Che si vada verso un conflitto allargato è possibile, ma che il responsabile sia il governo di Gerusalemme e non il “Partito di Dio” libanese è invece una distorsione della realtà. Israele senza dubbio, dal giorno successivo al 7 ottobre 2023, sta attaccando i suoi nemici in modo inesorabile e la sua azione sta mutando radicalmente lo scenario mediorientale. Se ne sono visti gli effetti, indirettamente, in Siria, e lo si sta vedendo in Libano mentre non lo si vede, per ora, in Iran. Bombardare, infatti, non è fare la guerra. Quello dei Cedri è il Paese che più è cambiato in questi anni. Dopo gli attacchi terroristici messi a segno nel 1983 da Hezbollah (col nom de plume di Jihad Islamica) e la conseguente ritirata delle forze occidentali, Beirut era finita sotto il tallone di ferro di Hezbollah che ha trasformato il Paese in una base militare contro lo Stato ebraico. Un po’ quello che poi ha realizzato Hamas a Gaza. Storicamente, per controllare il Libano occorre controllare la Siria. Hezbollah ne sa qualcosa: il suo predominio è stato possibile grazie al potere degli Assad, alleati della Repubblica islamica iraniana; poi è stata la volta dei miliziani Hezbollah a ricambiare il favore, salvando il regime Baathista durante la guerra civile siriana. I russi ci hanno messo i jet e i satelliti, ma a combattere i terroristi dell’Isis e di tutte le altre sigle sunnite, sono stati i libanesi sciiti. Ed è invece grazie alle mazzate inferte dagli israeliani prima ad Hamas e poi a Hezbollah che sono caduti gli Assad, rimasti privi di protezione e alle prese con un Paese sunnita che li voleva, nel migliore dei casi, morti. A Teheran sanno che se dopo Damasco cade anche Hezbollah, il fallimento del sogno rivoluzionario-imperialista di Khomeini e successori sarebbe irreversibile. Perciò tirano la corda con Trump. C’è però un altro tassello del domino: dietro la Siria di oggi c’è soprattutto la Turchia. Erdogan non si è mai fatto troppi problemi di coerenza: è nella Nato e amico della Cina, sta con Kiev e con Mosca, era lo sponsor delle Primavere arabe e ora ha buoni rapporti con le monarchie arabe; unica cosa su cui non cambia è la posizione anti-israeliana. Per questo qualche analista ha cominciato a chiedersi se la Turchia non sia «il nuovo Iran». E non sia in vista una guerra fra Gerusalemme e Ankara. Difficile immaginarne una anche se è vero che il “Sultano” ha un ruolo centrale: per far la pace ci vuole il Libano, per fare il Libano ci vuol la Siria e per far la Siria ci vuole Erdogan. E a Erdogan la pace per Israele non interessa.
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