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San Giovanni Teatino, scontrini taroccati e conto sospeso: i trucchi della commessa infedele
Oggi 02-06-26, 15:08
Alla fine l’ammanco (anzi, il mancato incasso) è arrivato alla cifra ragguardevole di (quasi) 300mila euro: che, tra l’altro, considerata la spesa media di un single nei supermercati italiani, la quale si aggira intorno ai 3mila euro annui, fa circa lo stesso scontrino ma moltiplicato per cento volte. Mica male. Un punto vendita di San Giovanni Teatino, paesotto abruzzese di 13mila anime, una cassiera che batte i prezzi mentre il carrello di un cliente si riempie, una collega che allunga lo sguardo (una, due, tre volte) e capisce che qualcosa non va. Sul rullo c’è merce per diverse sporte, il conto finale richiesto a voce sembra sospettosamente basso. Ha-la-carta-fedeltà? È stata condannata a quatto anni e tre mesi (in primo grado, lei si proclama innocente e si vedrà in appello come procede la faccenda) la dipendente del “Risparmio casa” di San Giovanni che, secondo l’accusa, avrebbe in questo modo, ossia «in concorso con persone» per ora ignote, fatto sparire 286.071,71 euro, precisi al centesimo, dalla fatturazione dell’azienda per la quale lavorava. In sostanza, come ha sostenuto la procura e come riporta il quotidiano locale IlCentro, avrebbe rodato un meccanismo pressoché perfetto: da gennaio del 2016 fino a febbraio del 2021, avrebbe battuto «scontrini corrispondenti al prezzo della merce», epperò al contempo «consentendo di pagare importi di gran lunga inferiori». Risultato: un procedimento per furto aggravato, la prima sentenza di condanna e una provvisionale immediatamente esecutiva che le pende sul capo per 15mila euro. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47936271]] L’hanno beccata, i carabinieri di Sambuceto, quattro anni fa mentre serviva il suocero (nonostante la policy aziendale vietasse di vendere direttamente ai parenti): «Il totale dell’importo che aveva chiesto a voce non corrispondeva alla quantità di merce messa nel carrello», aveva osservato un’altra impiegata e così è venuta a galla la modalità contestata. Lei, la cassiera, per non crear problemi, avrebbe sempre battuto scontrini effettivi sul registratore di cassa (in modo che a un controllo all’uscita l’utente non avesse timore di incappare in alcuna ripercussione), solo che dopo, contante ricevuto in mano, sospendeva il conto e, quando tutti andavano a pranzo o era ora di chiudere, azzerava la compravendita oppure la “copriva” con uno sconto ufficiale. Metodo arzigogolato, sì, ma quantomeno sulla carta efficiente: saranno adesso gli ulteriori due gradi di giudizio a chiarire se le cose sono andate per davvero in questo modo. Quel che è certo è che (lo dice l’edizione 2024 del Barometro dei furti nel retail in Italia promossa dalla società di sicurezza Checkpoint systems), in linea generale, la stragrande maggioranza dei taccheggi che subiscono i nostri super all’anno avvengono sì a opera dei clienti (il 53%), ma una fetta considerevole (il 21%, più di due episodi su dieci) vanno inquadrati nella categoria dei “furti interni”, cioè messi in atto dai dipendenti. Mica è una sciocchezza, anzi: la Confcommercio, in una relazione presentata un paio di settimane fa, stima i costi dell’illegalità alle imprese del settore con un ammanco di 41 miliardi di euro (una cifra addirittura in crescita rispetto ai numeri del 2024) nel quale il taccheggio incide per perdite di almeno 5,4 miliardi. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47954297]] Oltre sei commercianti su dieci (il 62,3%) lamentano di essere vittime del fenomeno, quasi due su dieci (il 19,8%) sostengono di subire piccoli furti più volte a settimana se non persino ogni dì. Tra i prodotti che vengono sottratti con maggiore frequenza ci sono i profumi e i cosmetici (il 19,7%), l’abbigliamento e le calzature (il 18,9%) e la piccola elettronica (il 14,1%). Nei reparti alimentari, invece, pasta, farine, caffè, tonno e carne in scatola sono tra le confezioni più rubate (al 13,4%, anche perché sono estremamente facili da nascondere) e superano anche gli alcolici (che si fermano al 13,1%). Prodotti per la pulizia e bevande analcoliche sono taccheggiati rispettivamente all’8,7% e al 5,6%. Il taccheggio, per l’88% di chi lo subisce, incide fino al 2% degli incassi annuali.
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