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Sanchez si arrende ma il caos casa lo ha creato lui
Oggi 06-10-26, 11:56
Secondo un copione che egli stesso ha recitato più volte, dopo un fine settimana di riflessione e di conti, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha indetto elezioni anticipate. La causa ufficiale è la mancata maggioranza sui due decreti reali sulla casa, quella ufficiosa è il tentativo di cogliere in contropiede una destra largamente in vantaggio nei sondaggi ma che non ha ancora trovato la quadra di una vera alleanza, puntando su un tema popolare che gli consente di presentarsi come il presunto salvatore dei diseredati e di evitare, per quanto possibile, di affrontare gli scandali che hanno travolto il suo esecutivo, nonché il disastro di Ceuta. Le elezioni, indette per il 29 novembre, gli permettono anche di non presentare un bilancio generale dello Stato, per la prima volta nella storia democratica spagnola. «Abbiamo trasferito più risorse che mai a questi governi regionali affinché investissero in sanità, istruzione e alloggi. E loro hanno comprato attici e privatizzato ospedali», ha affermato il premier socialista nella sua dichiarazione ufficiale, mettendo subito in chiaro quello che sarà il terreno su cui i socialisti cercheranno di fare campagna. Quello di Sanchez tuttavia è un basso tentativo di scaricabarile, perché sa benissimo che la sua amministrazione è quella che ha fatto meno sul piano delle abitazioni. I dati del Ministero dell’Edilizia Abitativa parlano chiaro: negli otto anni di governo, Sanchez ha realizzato 78.735 alloggi sociali, contro i 105.424 del suo predecessore popolare Rajoy, i 498.982 di Zapatero, i 477.410 di Aznar, per non parlare del record di 1.057.506 di alloggi fatti costruire da Felipe Gonzalez. La produzione di edilizia popolare sotto la guida di Sanchez è addirittura inferiore a quella di Leopoldo Calvo-Sotelo, che è rimasto in carica per soli 22 mesi e ha costruito 213.709 appartamenti. Se c’è dunque un responsabile della crisi abitativa in Spagna non sono le amministrazioni locali, non è “l’ultradestra” o i fascisti, né i fondi “buitre” americani, la colpa è sua, solo sua. «Ci sono ancora problemi da risolvere. Per fare di più, dobbiamo rinnovare e ampliare il sostegno popolare. Dobbiamo mobilitarci e fare in modo che il Parlamento ci conceda una maggioranza socialista e progressista più ampia», ha detto ancora il premier nell’annunciare di aver convocato un Consiglio dei Ministri straordinario per indire elezioni quanto prima (secondo la Costituzione spagnola al 54° giorno successivo alla loro indizione). L’impresa è comunque improba. Gli ultimi sondaggi parlano di un Psoe in lieve recupero, ma sempre comunque marginale: con il 25,6% rispetto al 31,7 del 2023, avrebbe 18 seggi in meno rispetto ai 121 attuali. I socialisti perderebbero un milione e mezzo di voti. I suoi principali alleati sarebbero messi ancora peggio, con Sumar ad esempio che li dimezzerebbe dal 12,3% a 6,6% e ridurrebbe ai minimi termini i seggi, da 32 a 9. La destra invece va a gonfie vele: sia i popolari di Feijoo che vantano un 32,6%, risultato molto simile a quello già ottimo del 2023, sia Vox di Abascal che passerebbe dal 12,4% al 18,3%. Insieme Pp e Vox arriverebbero a 203 seggi in Parlamento, ben oltre i 176 necessari per la maggioranza assoluta e, quindi, per formare un governo. La notizia peggiore per Sanchez è però il fatto che secondo varie analisi ben il 4,7% di coloro che hanno votato per lui tre anni fa ora voterebbe per Abascal: 367.620 persone convertite a quella che lui definisce “l’ultradestra”. Un cortocircuito che ha fatto saltare il muro ideologico al quale sempre meno cittadini evidentemente credono. «Por fin!», ovvero «finalmente!», ha commentato la notizia il Pp sui social con un video in cui un gruppo di persone, con sottofondo dell’“Inno alla Gioia” di Beethoven, grida: «Faremo giustizia», «ricostruiremo il nostro Paese», «abbatteremo i muri». E «por fin», ha aggiunto Feijoo, «sarà il popolo spagnolo a decidere. Questa è l’unica buona notizia che Sánchez poteva darci». La missione per il Pp e Vox sarà quella di non ripetere l’errore di tre anni fa quando non riuscirono a trovare terreno per un’alleanza. Abascal però sembra avere le idee chiare e ieri ha ribadito tre punti inderogabili: «Priorità nazionale, deregolamentazione, e remigrazione».
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