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Troppi coltelli tra i giovani: è la cultura degli immigrati
Oggi 31-05-26, 09:09
C’è una costante negli episodi di violenza che hanno protagonisti i maranza: il coltello. Sempre a portata di mano, spesso esibito, a volte purtroppo usato. È come se il coltello segnasse l’appartenenza al gruppo, come se fosse il simbolo del superamento di un rito di iniziazione. Riunirsi in comitive chiassose e monellesche, cementate da una fedeltà di gruppo e gerarchicamente organizzate, non è né prerogativa dei maranza né dei nostri tempi. Anche molti di noi da giovani ne hanno fatto parte, vittime o carnefici a seconda dei casi delle dinamiche di gruppo che si generano e che non di rado sfociano in scazzottate fragorose. A memoria non è dato però ricordare una ostentazione e un uso dell’aggressività e della violenza sistematico come quello a cui assistiamo oggi. Né, soprattutto, nei gruppi della nostra gioventù circolavano coltelli o altre armi di offese, al massimo qualche rudimentale fionda che veniva usata per rompere i vetri o, al vertice della crudeltà giovanile, per centrare e anche uccidere qualche povero uccellino. La comparsa dei coltelli, il ruolo centrale da essi assunto nelle baby-gang, sembra perciò portato da altre culture, specificamente di quella islamica. La storia dei simboli, e la storia senz’altro, ce lo attestano facilmente. Prima di tutto l’Islam è una “religione di guerrieri”, nata nel deserto, propria di popoli di beduini in continua lotta fra loro e con i vicini. Nei paesi islamici una componente laica è maturata storicamente tardi e saltuariamente, per opere di élite al potere e non per sentire comune. Ciò proprio perché potere spirituale e potere politico non si sono incrociati e mischiati in una miscela esplosiva per motivi contingenti, come pure è avvenuto in Occidente in ampi periodi storici, ma per un motivo più intrinseco, concernente proprio un legame per così dire strutturale implicito nella dottrina. La morale islamica è infatti una morale austera, rigida, improntata da una disciplina interiore e di vita necessaria per non soccombere alle asperità dei luoghi e della vita; quella cristiana è, al contrario, una morale dell’amore, evidente nella predicazione di Gesù di Nazareth, che pure è riconosciuto e venerato dall’Islam come un profeta. Parafrasando la distinzione, che in tutt’altro contesto e con tutti altri fini, dette il politologo Robert Kagan, si può dire che, mentre il cristianesimo, nasce metaforicamente da Venere, l’Islam è figlio di Marte. Ovviamente questa distinzione non va a sua volta irrigidita o generalizzata: ci sono state correnti profondamente mistiche e spirituali anche nel vasto arcipelago dell’Islam, si pensi al sufismo; persino correnti volte alla ricerca del piacere carnale e altre profondamente razionalistiche, come l’averroismo. Ugualmente, oggi l’Islam è un arcipelago complesso e vasto non riducibile affatto all’islamismo politico e alla pratica ostentata dei “culti della morte” di cui parla Douglas Murray nel suo ultimo libro. Quel che si vuole qui dire è che le culture e le tradizioni, anche le più ancestrali, vanno a sedimentare un immaginario che agisce anche a distanza di anni: sono degli archetipi sociali per dirla con Jung, cioè modelli di comportamenti radicati nell’inconscio collettivo. Il che ci dovrebbe portare non certo a gerarchizzare le culture, ma a comprendere come i processi di ospitalità e integrazione vadano maneggiati con cura e attenzione senza la faciloneria dell’“accogliamoli tutti” che è proprio della sinistra. In culture diverse dalla nostra, il coltello è da sempre simbolo di potere, coraggio, virilità: tutte virtù essenziali, e persino nobili, per popolazioni all’origine guerresche. Che oggi quelle virtù si trasmutino in dispositivi di morte, e che il coltello ricompaia potente fra certe gang giovanili, può meravigliare solo gli incolti, gli ingenui o chi è in malafede.
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