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Trump a Netanyahu: "Senza di me saresti in galera". Così ha salvato i negoziati
Oggi 03-06-26, 09:12
Una telefonata di fuoco, sulla linea Washington – Gerusalemme, in cui Donald Trump non le ha mandate a dire all'alleato israeliano. «Sei un fottuto pazzo» è il senso del messaggio riferito dal presidente americano al primo ministro Benjamin Netanyahu, almeno stando alle fonti citate dal sito Axios. Un’irritazione esternata di fronte alle operazioni che l’Idf sta conducendo in Libano, compromettendo il percorso accidentato dei colloqui tra Stati Uniti e Iran: Teheran ha infatti minacciato di abbandonare il tavolo delle trattative se Israele dovesse continuare con gli attacchi verso il gruppo terroristico Hezbollah, protetto del regime sciita. Il disappunto trumpiano, secondo il retroscena riportato dalla testata americana, è stato espresso con termini particolarmente duri, oltre i limiti di una comunicazione trumpiana che è già di per sé diretta e senza troppi ossequi diplomatici. E la Casa Bianca avrebbe sottolineato come un attacco a Beirut renderebbe Israele ancora più isolato sul piano internazionale. Perché se da una parte c’è il diritto legittimo di difendersi dai continui attacchi che Hezbollah conduce con razzi e droni sulle postazioni militari avversarie, dall’altra Trump avrebbe maturato la convinzione che Netanyahu stia reagendo in modo sproporzionato e sarebbe giunto a definirlo ingrato per il sostegno americano che non è mai mancato, alimentando ancor di più la tensione della conversazione. La capitale libanese – almeno per ora – è stata risparmiata, ma l’esercito israeliano non si è fermato: così mentre Trump lunedì annunciava un cessate il fuoco, ieri mattina alcuni droni israeliani hanno sorvolato il sud del Libano e ai residenti della città di Nabatieh è stato ordinato di evacuare l’area. Quattro persone sono rimaste uccise, a cui si aggiungono le vittime dell'attacco all’ospedale Jabal Amel di Tiro, stando al bilancio diffuso da Al Jazeera e dall'agenzia di stampa Nna. Segno che la sfuriata americana ha lasciato il segno, ma solo in parte: i vertici militari israeliani restano molto preoccupati che i miliziani di Hezbollah siano in possesso di droni a lungo raggio per raggiungere importanti centri come Haifa e il solo modo per intervenire è colpire i punti da cui sono guidati, visto che la tecnologia di cui sono dotati azzera i tentativi di disturbare il segnale tra operatore e drone. La divergenza tra Stati Uniti e Israele è emersa per il fronte libanese, ma riguarda direttamente la questione iraniana. Ancora ieri il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha riferito al Congresso degli Stati Uniti che Teheran avrebbe accettato di negoziare alcuni aspetti del proprio programma nucleare su cui in precedenza si era rifiutata di discutere: una «possibilità concreta» che potrebbe concretizzarsi «oggi, domani o la prossima settimana», ma su cui il regime sciita ha posto la condizione di una totale interruzione degli interventi in Libano, contando sulla forza di convincimento di Washington, dove ieri sono riprese le trattative tra le delegazioni israeliane e libanesi. Il presidente del parlamento libanese, Nabih Berri, che copre il ruolo di intermediario tra Hezbollah e Stati Uniti, ha quindi garantito che il gruppo sponsorizzato dal regime iraniano aderirà al «cessate il fuoco globale» con Israele. PIANI DI DISTRUZIONE L’espressione, ha precisato un suo collaboratore, indica la cessazione degli attacchi aerei, terrestri e navali, oltre che l’interruzione delle operazioni di demolizione o distruzione nel sud del Paese. Berri è anche il leader storico di Amal, partito e movimento paramilitare sempre a trazione sciita, che si è dato una veste più istituzionale ma che resta un fedele alleato di Hezbollah. Un intreccio che non rassicura Gerusalemme, che ha più volte rimproverato al governo libanese di non riuscire a domare il gruppo terroristico antisemita. Ecco perché Netanyahu ha ribadito – dopo la telefonata con Trump – che l’Idf continuerà a tenere alta la guardia e ad agire contro Hezbollah finché non cesseranno gli attacchi sul territorio israeliano. Ed ecco perché la minaccia sciita non viene per nulla declassata: lo ha ufficializzato ieri Roman Gofman, nuovo direttore del Mossad, il servizio segreto israeliano. «L’asse sciita iraniano ha subito un duro colpo», ha dichiarato Gofman nel corso della cerimonia di insediamento e ha aggiunto che il lavoro non è finito. Una posizione in linea con quella del predecessore David Barnea, che ha concluso il suo mandato quinquennale rilanciando l’obiettivo di impedire che gli ayatollah dispongano di un arsenale nucleare. Il ribaltamento strategico imposto all’Iran – ha proseguito Gofman – ha compromesso i piani sciiti per distruggere lo Stato ebraico e «ha modificato gli equilibri di potere nell'intera regione». Un risiko ancora in evoluzione.
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