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Trump ha poco tempo per eliminare l'Iran
11-05-2026, 08:21
La guerra porta con sé la carestia. Risaputo. Se questa è nel Golfo a scarseggiare è soprattutto il petrolio. Ma non solo. Magari la produzione globale non si ferma. Ma il blocco dello Stretto di Hormuz – arteria vitale per il 20% delle esportazioni mondiali di greggio – riduce drasticamente i volumi commerciali. Tanker fermi, rotte alternative costose o non immediatamente disponibili, assicurazioni marittime alle stelle. Il risultato è una contrazione netta dell’offerta fisica disponibile sui mercati spot. Nel medio termine tutto si aggiusta. Ma nell’immediato si tira la cinghia. Qualcuno però vendemmia come la compagnia petrolifera araba Saudi Aramco il cui profitto netto trimestrale sale da 25 a 32 miliardi di dollari. Con prezzi del Brent oltre i 110-120 dollari al barile, il colosso saudita si gode un profitto «windfall» dicono gli addetti ai lavori. Manna dal cielo è la traduzione. E senza dover aumentare la produzione e quindi i costi. Meno volumi trasportati e margini unitari più alti. Più i giganti sono integrati verticalmente controllando estrazione, raffinazione e distribuzione e più godono. Pagano i consumatori. Non è solo inflazione energetica. È un trasferimento di ricchezza. Il problema si acuisce i quei paesi che sono (1) democratici e (2) importatori di petrolio. Gli elettori votano col portafoglio. Un pieno da 80 euro diventa 100. I costi di trasporto per le merci aumentano a cascata. La spesa nel carrello lievita non solo a causa della benzina. In Medio Oriente si produce circa un terzo dei fertilizzanti azotati (urea, ammoniaca) e il blocco di Hormuz ha interrotto i flussi. I prezzi dell’urea sono esplosi. In alcuni mercati spot americani l’aumento ha toccato il 50 per cento. E i fertilizzanti rappresentano la prima voce di costo per un agricoltore. Questa può schizzare dal 15% al 50% del valore della produzione. E senza fertilizzanti meno resa per ettaro, piantagioni ridotte, costi che si trasferiscono su pane, pasta, riso e carne. La spirale è pericolosa. I governi dei Paesi democratici sono sensibili al consenso e devono reagire con sussidi o tagli fiscali. Gli Stati Uniti sono teoricamente autosufficienti ma non possono sfuggire alla logica crudele. Il mercato è unico: le compagnie americane non possono permettersi di vendere a prezzi «scontati« sul mercato interno la benzina che, se dirottata all’estero, verrebbe pagata a premio. Quindi pure negli Stati Uniti i costi si ribaltano sui consumatori. Il prezzo alla pompa sale a Houston come a Boston. Trump lo sa bene e per vincere le elezioni del midterm deve considerare l’idea di abbassare pure lui le tasse federali sulla benzina. Una diminuzione temporanea è sul tavolo della Casa Bianca. Una mossa elettorale obbligata, ma anche il riconoscimento che l’inflazione da shock energetico può minare il consenso. Qui si arriva al bivio strategico. Trump non può accettare alcun accordo con Teheran che non preveda la consegna – o la distruzione verificata – delle scorte di uranio arricchito. Senza quel trofeo, nessuna vittoria politica. Ma solo una sconfitta agli occhi degli elettori. Questo è il limite della sua strategia attendista: aspettare che l’Iran ceda sotto sanzioni e isolamento. Ma l’attesa ha un costo: il blocco di Hormuz si protrae, i prezzi restano alti e l’inflazione può mordere. Trump potrebbe ipotizzare di continuare a tenere sotto pressione l’Iran proprio con la chiusura dello Stretto, ma solo se fosse in grado di non far subire lo shock inflazionistico ai consumatori americani. Ecco la necessità di una politica di «protezione interna» che usa il bilancio federale come scudo. In fondo, gli Usa controllano l’architettura finanziaria globale: circuito SWIFT e sistema di clearing in dollari. E quella logistica: basi navali, flotte, alleanze con Arabia Saudita ed Emirati. Trump ha più di ogni altro le carte per orientare i flussi commerciali. Può decidere chi compra e chi no. E anche laddove non c’è democrazia come in Cina il problema rimane. Secondo idati ufficiali, le importazioni di greggio ad aprile 2026 sono crollate del 20% rispetto ad un anno fa, ben 38,5 milioni di tonnellate,l il livello più basso dal luglio del 2022. Le importazioni via mare si sono fermate a 8 milioni di barili al giorno. Le esportazioni di prodotti raffinati sono precipitate a 3 milioni di tonnellate. Il minimo da dieci anni, con un calo di un terzo rispetto a marzo. Il gas naturale è sceso del 13%. Pechino stringe sulle esportazioni per proteggere il mercato interno. Nei sistemi autoritari i margini di controllo del governo sulle imprese sono più ampi. In sintesi, Trump possiede un vantaggio strutturale unico avendo consolidato il controllo sull’architettura finanziaria e logistica degli scambi mondiali. Può orientare i flussi e fare pressione sull’Iran e gli alleati. Più complicato sarà sigillare gli elettori dentro una bolla anti-inflazione. La leva fiscale aiuta, ma non azzera lo shock. La guerra genera scarsità, i grandi player guadagnano, i cittadini pagano. E alle urne, in democrazia, chi paga vota.
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