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Il silenzio di Netanyahu dopo l'intesa Usa-Iran
Oggi 18-06-26, 15:36
AGI - Se la firma del Memorandum d'intesa tra Stati Uniti e Iran è stata celebrata con toni trionfalistici sia dal presidente americano Donald Trump che da quello iraniano Massoud Pezeshkian, in Israele si registra un silenzio assordante: è quello del premier Benjamin Netanyahu, per sua stessa designazione il principale alleato di Washington, che oggi tuttavia deve ingoiare un boccone molto amaro. Per il leader di Tel Aviv è uno schiaffo sonoro, reso ancora più difficile da digerire a meno di quattro mesi da elezioni cruciali per la sua sopravvivenza politica. I suoi oppositori denunciano 'urbi et orbi' una sua sconfitta personale, nel suo governo l'estrema destra ribolle di rabbia e incita a proseguire e anche nelle forze armate c'è qualche malcontento. Per non parlare dei residenti del nord, in gran parte ancora sfollati, e i soldati che continuano a cadere in Libano. L'ultimo in ordine di tempo è morto ieri a causa dell'esplosione di un ordigno improvvisato. Tensioni con la Casa Bianca A tutto ciò si aggiungono le telefonate non più amichevoli con Trump e le frecciate lanciate pubblicamente dal capo della Casa Bianca: si va dall'invito a "essere più responsabile" in Libano all'affermazione che Netanyahu "fa quello che voglio io" fino al furioso "non ha un briciolo di buon senso" dopo il bombardamento su Beirut domenica scorsa, poco prima dell'annuncio dell'intesa con Teheran. Critiche sulla gestione del Libano Il tycoon ha anche duramente criticato la politica indiscriminata dei bombardamenti nel Paese dei Cedri - "non si può radere al suolo un condominio ogni volta che vi entra uno di Hezbollah" - e ha suggerito che "se Israele non è in grado di risolvere la questione (con Hezbollah), allora lo farà la Siria" guidata dal nuovo leader di Damasco, Ahmad al-Sharaa. Rapporto tra Trump e Netanyahu "Non avrà scelta, sono io che decido tutto, non lui", diceva il presidente Usa di Netanyahu già dieci giorni fa in un'intervista al Financial Times. Non proprio il massimo della pubblicità elettorale per il premier, che ha sempre insistito sullo stretto rapporto personale con lui, il "migliore amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca". Il tema del nucleare iraniano resta sicuramente una delle principali preoccupazioni per il premier, ma il nodo più pressante al momento è il Libano, fronte compreso nell'accordo tra Usa e Iran ma al quale Netanyahu ha già detto lunedì sera che non intende rinunciare. Strategia militare israeliana Le truppe israeliane resteranno nel Paese e manterranno la libertà d'azione di rispondere alle minacce, ha affermato all'indomani dell'annuncio dell'intesa. Resta da vedere, al di là delle dichiarazioni, come si evolverà la situazione. Per ora l'Idf ha diminuito, ma non interrotto, gli attacchi contro Hezbollah e le truppe sono state riposizionate, rimanendo però dispiegate nella 'zona di sicurezza', fino a 10 chilometri all'interno del territorio libanese. Incertezza sui negoziati A questo punto, a Tel Aviv c'è la speranza che il Memorandum d'intesa non trovi attuazione e che nella finestra di 60 giorni che si è aperta per i negoziati succeda qualcosa che impedisca di arrivare a un accordo definitivo. Obiettivi politici ed elettorali L'obiettivo di Netanyahu è rimanere in Libano almeno fino a fine ottobre-inizio novembre, quando ci saranno le elezioni in Israele e le mid-term negli Stati Uniti. Dopo questi appuntamenti elettorali, qualcosa potrebbe riaprirsi. Fino ad allora, l'Idf punta a mantenere il controllo di alcune aree strategiche all'interno del Paese dei Cedri, come per esempio la cresta di Ali Taher che domina l'area di Nabatieh e il villaggio di Kfar Tebnit. Stesso discorso per il mare antistante la costa libanese: l'Idf ha tracciato una zona di sicurezza marittima che resta inaccessibile. Dialogo Israele Libano Ma è uno scenario in divenire, sul quale potrebbero avere un impatto i negoziati diretti Israele-Libano che vanno avanti da aprile a Washington, con la mediazione del dipartimento di Stato. In vista del quinto round di colloqui, previsti per la prossima settimana, ieri il presidente libanese Joseph Aoun ha tentato di smarcarsi, sottolineando che "lo Stato libanese è sovrano e per la prima volta siamo noi a condurre i negoziati, nessuno negozia per noi". Posizione del Libano "Il percorso del Libano nei negoziati è indipendente", ha affermato, ribadendo che "non è consentita alcuna interferenza esterna", pur dicendosi a "favore di un cessate il fuoco e di qualsiasi Paese che ci aiuti, Iran compreso". La decisione di avviare tale filo diretto è stata duramente contestata da Hezbollah, il gruppo sciita sostenuto direttamente dalla repubblica islamica. La speranza di Beirut, ma anche degli Usa, è che il fronte libanese si raffreddi e trovi una soluzione politica attraverso i negoziati diretti con Israele e non come conseguenza dell'accordo con l'Iran. Silenzio e negoziati in corso Netanyahu per ora tace ma una fonte a lui vicina ha fatto sapere che il governo israeliano sta portando avanti "colloqui tenaci" con gli Stati Uniti, insieme a "negoziazioni difficili" riguardo al futuro della presenza dell'Idf in Libano, con l'obiettivo di mantenere il dispiegamento di truppe nel sud.
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