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Cultura e Spettacolo
Il Vidocq italiano al servizio del Papa Re
Oggi 18-03-26, 11:19
AGI - Il francese Eugène-François Vidocq è diventato popolare anche grazie al cinema e alla televisione, mentre l’italiano Filippo Nardoni nella finzione ha avuto solo un ruolo nel 1969 nella pellicola di Luigi Magni “Nell’anno del Signore”, magistralmente impersonato da Enrico Maria Salerno. Ambedue partirono da esperienze malavitose e approdarono all’investigazione, ma mentre l’uno è considerato uno dei padri della criminologia e primo detective privato della storia, l’altro è ricordato come un simbolo della repressione poliziesca antiliberale. Vidocq nacque ad Arras nel 1775, Nardoni venne alla luce il 9 novembre 1791 ad Ascoli Piceno, mentre il transalpino militava per la chiamata alla leva e non per scelta nell’armata rivoluzionaria, dopo un probabile omicidio. A tredici anni l’italiano incappa nelle maglie della giustizia rimediando una condanna a cinque anni di lavori forzati per furto con scasso, quando il francese già sbarca il lunario come ladro e truffatore, essendosi lasciato alle spalle il battesimo del fuoco nella vittoriosa battaglia di Valmy del 20 settembre 1792 contro i prussiani e avendo gettato alle ortiche la divisa disertando. Una brillante progressione di carriera partendo da semplice carabiniere Il sedicenne Nardoni riesce invece a farsi arruolare nell’esercito pontificio come artigliere e pochi giorni dopo transita nei carabinieri, dove prende subito i gradi da brigadiere e con la stessa celerità li perde, venendo pure trasferito in un altro reggimento nell’autunno del 1817. Vidocq all’epoca, dopo avventure e disavventure con evasioni fallite e riuscite, e pure da informatore della polizia, aveva già ricevuto l’incarico di fare l’infiltrato nella malavita per conto di un’unità sperimentale trasformata nel 1812 in unità di sicurezza alle dipendenze del prefetto d’Anglès, di cui era stato poi nominato capo. L’anno dopo l’imperatore Napoleone aveva trasformato quel piccolo dipartimento in forza di polizia dello stato creando la Sûreté Nationale (l’attuale Police Nationale) con al vertice l’ex galeotto graziato. Quando Nardoni scalando la gerarchia dei carabinieri riesce a farsi cucire le mostrine da ufficiale, Napoleone era morto in esilio a Sant’Elena da quattro anni. Proprio il giorno della scomparsa dell’imperatore dei francesi, il 5 maggio 1821, Nardoni aveva avuto dalla moglie Maria il figlio primogenito Vincenzo, avviato alla carriera militare nel corpo dei carabinieri pontifici, che però morirà ventitreenne a Roma quando era già tenente. Lui intanto si distingue nell’ordine pubblico contro i briganti, viene decorato e promosso tenente, e aggiunge medaglie sul petto al servizio del cardinale Filippo Invernizzi. Unisce un’indubbia abilità di investigatore alla mancanza di scrupoli nell’avvalersi di qualsiasi mezzo pur di raggiungere gli obiettivi che si è prefissato nelle sue azioni di polizia. Nel 1837 finalmente è promosso capitano e l’anno dopo è insignito dell’onorificenza di cavaliere dello Speron d’oro, poi ancora dell’Ordine di San Giorgio e quindi riceve i gradi provvisori da tenente colonnello. I versi irridenti di Pasquino e l’attentato in via della Missione Nardoni è bravo nello stendere la sua rete di informatori e di spie in particolare quando si tratta di tenere sotto controllo quanti sono sospettati di complottare contro il governo del papa re. La sua stella che brilla nell’oscurità dei quartieri romani sembra appannarsi quando al conservatore Gregorio XVI succede Pio IX, che nella prima parte del pontificato appare come un campione del liberalismo. Lui e quelli come lui che avevano mantenuto in funzione e oliato gli organismi della repressione poliziesca del dissenso politico avvertono lo sfavore che li circonda, e allora Nardoni deciderà di cambiare aria per qualche tempo e lascerà Roma per Napoli assieme alla famiglia. In via della Missione tenteranno di ucciderlo e lui riuscirà a scamparla. Era stato descritto in versi da Pasquino: “E pur dal petto al traditor spione / Pende una croce, esposta all’altrui scherno / Croce di Cristo? Ah no! Del rio ladrone / Degno di croce per i merti sui / Era il Nardoni, ma appender si doveva / Esso alla croce, non la croce a lui”. Dopo la fuga a Napoli e Malta, il ritorno a Roma con la restaurazione Il 1847 è la vigilia dell’anno delle rivoluzioni, il suo nome finisce in una lista di conservatori accusati di complottare contro il papa, forse per liberarsene e sostituirlo, ma il processo si chiuderà con la sua assoluzione per insufficienza di prove. A Napoli scoppia la rivoluzione contro i Borboni e lui cambia ancora aria, stavolta da solo, riparando sotto falso nome a Malta. Con la restaurazione torna utile a Pio IX che lo reintegra nel 1849 per interessamento del cardinale Giacomo Antonelli che lo vuole a capo della polizia segreta. Nel 1850 è il capo di tutta la polizia di Roma, due anni dopo segretario del Comando superiore della gendarmeria. Nel 1860 è promosso colonnello, e sul suo conto si vocifera che si sia enormemente arricchito e sia pronto ad andarsene da Roma per tornare a Malta dove godersi i suoi beni, ma in realtà resta nell’Urbe. Attorno a lui è sedimentata una nomea poco edificante per i suoi metodi inquisitori e la sua disinvoltura nel fare il tutore della legge al di là di ogni principio di legalità. Secondo quanto pervenuto, il colonnello cavaliere Filippo Nardoni morì a Roma il 26 agosto 1864. L’ispiratore di Jean Valjean e il prototipo dello “sbirro” tra film e tv Vidocq si era spento a Parigi l’11 maggio 1857. Ma il francese già da trent’anni si era dimesso dalla Sûreté nella quale aveva arruolato spesso persone che avevano avuto problemi con la legge, passando il bastone di comando a un altro ex malvivente redento, Coco Latour (che riteneva “ladro incorreggibile”), e fondando la prima agenzia di investigazioni private per i commercianti. Lui era entrato nell’immaginario popolare, aveva scritto le sue memorie con grande successo di pubblico, attirato l’attenzione di scrittori come Honoré de Balzac e Herman Melville e ispirato lo Jean Valjean de “I miserabili” di Victor Hugo e l’investigatore Auguste Dupin di Edgar Allan Poe. Sarà celebrato sullo schermo sin dall’apparire del cinema e poi in due fortunate serie televisive, fino al film del 2018 con Vincent Cassel. Il Nardoni cinematografico della prima pellicola della trilogia di Magni sul rapporto tra popolo e aristocrazia papalina ricalca invece la figura descritta e accentuata dai liberali, ovvero strumento dell’oppressione poliziesca e della reazione nella Roma del potere temporale che sarebbe sparito con la breccia di Porta Pia sei anni dopo la sua morte.
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