Il Foglio Quotidiano, meglio conosciuto come Il Foglio, è un quotidiano a diffusione nazionale fondato il 30 gennaio 1996 da Giuliano Ferrara, il quale ne fu direttore responsabile per 19 anni; dal 28 gennaio 2015 è diretto da Claudio Cerasa. Il giornale prende il nome dalla sua veste editoriale: esce infatti in un unico foglio, in formato lenzuolo. All''interno del foglio c''è un inserto, di solito in quattro pagine, con approfondimenti.
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Sinner batte Alcaraz a Wimbledon ed entra nel presente del tennis
Sport
Ieri 03-07-22, 21:01

Sinner batte Alcaraz a Wimbledon ed entra nel presente del tennis

Mai nelle 134 edizioni precedenti, la domenica tra la prima e la seconda settimana si era giocato a Wimbledon. La tradizione imponeva il riposo, ossequiato con rigoroso rito sacro all'All England club. Ci hanno pensato i diritti televisivi, le esigenze di marketing, a infrangere un altro pezzo di storia. Si sono persino visti sfilare i grandi campioni del passato e del presente (c'era anche un elegantissimo Roger Federer) per i cento anni del campo centrale. Eppertanto Jannik Sinner non poteva scegliere giorno migliore per vincere la più importante partita della sua giovane carriera. Dopo 3 ore e 35 minuti di un match che giustamente Elena Pero in commento ha definito di "un'intensità quasi insopportabile", ha abbracciato Carlos Alcaraz con aria vagamente sollevata. Quattro set che agli appassionati di tennis hanno ricordato la nascita di rivalità altisonanti: non faremo nomi, ma tant'è, gli esempi sono quelli lì. E possono impaurire. Sinner non aveva mai battuto un top 10 in un torneo del grande slam. Erroneamente una grafica curata dalla regia britannica ricordava come si fosse spinto oltre gli ottavi di un major in una sola occasione. Parigi 2020, sconfitta onorevole con Nadal. Ma dimenticavano che l'incontro che ha fatto scattare un click nella mente dell'altoatesino è stato il quarto di finale di quest'anno agli Australian Open. Ci era arrivato, alla quinta partita, concedendo le briciole agi avversari. Aveva aspettative altissime, voleva prendersi il mondo. Morale: il greco l'ha preso a pallate. E da quel giorno nulla è stato più lo stesso.    La separazione con Riccardo Piatti, il lavoro con Simone Vagnozzi e adesso Darren Cahill, avevano come precisco scopo quello di arrivare a infrangere un tabù: battere i primi dieci nella classifica mondiale. Andare oltre i propri limiti. I risultati non è che si fossero visti granché, complice anche un fisico gracilino in larghi tratti di questa stagione. Sinner sembrava un giocatore-cantiere, involtolato in un processo di costruzione ancora a lungo periodo. Il miglior match lo aveva giocato a Montecarlo, sempre ai quarti di finale, contro Alexander Zverev. Ma aveva perso al tie-break del terzo set. Come nel match di round robin a Torino contro Danil Medveded, a novembre scorso. Sembrava una condanna. Ecco perché il successo contro Alcaraz è uno spartiacque. Il campioncino di Murcia aveva dimostrato di essersi spinto già oltre Sinner, aveva vinto tornei più importanti, lo aveva già battuto nell'unico confronto a livello Atp, Settimana dopo settimana affastellava suggestioni di strapotere fisico. Quando s'è visto il sorteggio ci si è detti: al massimo arriviamo agli ottavi di finale, Alcaraz è troppo forte. E invece no. Anche grazie a una risposta che per i primi due set e mezzo ha ricordato quella di Novak Djokovic, modalità muro, un servizio solido, la partita ha preso una piega che nemmeno Sinner si aspettava. Due set a zero dopo poco più di un'ora di gioco. All'inizio del terzo set l'italiano ha avuto tre palle break per chiudere la pratica. Ma lo spagnolo si è salvato e tutti e due hanno tenuto i propri turni di servizio. Ha fatto capolino l'imbuto tie-break. Con Alcaraz che si porta sul 6-3 e Sinner che annulla con un dritto a più di 150 chilometri orari. Ribalta la situazione e va a servire per il match. Ma fallisce una, poi anche la seconda occasione. Il terzo set è andato. A quel punto la domenica potrebbe avvelenarsi da un momento all'altro. Basterebbe che Sinner perdesse il servizio all'inizio del quarto set e la famosa teoria del piano inclinato prenderebbe il sopravvento. Sbagliato: tiene botta a fatica. Rimane sempre in testa nel punteggio. E nel quarto game Alcaraz torna a sparacchiare. Il resto sono altri quattro match point annullati, che negli scettici per natura fanno intravedere un disegno malefico, prima di chiudere con un dritto incrociato sulla riga. Sinner braccia al cielo. Prima di Wimbledon non aveva mai vinto una partita sull'erba. La settimana scorsa da numero due del seeding aveva perso al primo turno del torneo di Eastbourne. Dopo il ritiro di Berrettini per Covid avevamo le mani tra i capelli. Non sapevamo che un'eterna promessa stava per sbocciare. E da giocatore in construzione diventare un piccolo campioncino. Se anche la strada dovesse essergli sbarrata da Djokovic, non importa. Sinner oggi ha lasciato il futuro ed è entrato nel presente del tennis. Per restarci. 
La Ferrari vince a Silverstone. Primo Sainz, la safety car manda Leclerc giù dal podio
Sport
Ieri 03-07-22, 19:16

La Ferrari vince a Silverstone. Primo Sainz, la safety car manda Leclerc giù dal podio

Vince la Ferrari, ma non è quella “giusta”. Sainz conquista la sua prima vittoria dopo 150 gran premi disputati. Leclerc mastica amaro, amarissimo. Giù dal podio dopo una gara quasi vinta, il monegasco perde 13 punti che sembravano sicuri ed in una giornata nera per Verstappen (da capolista e quasi fuori dai punti in pochi giri a causa di una serie inenarrabile di problemi, a partire da una foratura) ne recupera soltanto sei all’olandese (da -49 a -43). Nessuna delle decisioni che vengono prese al muretto sono semplici e soprattutto accadono in frazioni di secondo. Tutto accade, ancora una volta, a causa di una safety car. Qualcosa di simile al finale di Abu Dhabi dello scorso dicembre. Giro numero 39. Leclerc è davanti a Sainz dopo che lo spagnolo gli aveva dato strada. Dietro di loro un Hamilton mai visto così in palla ma probabilmente non in grado di insidiare i ferraristi per la vittoria finale. Ecco il colpo di scena. Ocon si pianta e lentamente parcheggia la sua Alpine. Entra la safety car, un’opportunità per tutti per cambiare ancora gomme e rimettere in discussione il risultato. La Ferrari in pista è prima e seconda. I rossi sanno che quelli dietro (Hamilton e Perez, che è clamorosamente risalito dopo un contatto in partenza con Leclerc) metteranno la gomma rossa, quella che dura meno ma che ha più grip. D’altronde mancano una dozzina di giri alla bandiera a scacchi. Leclerc esita, offre qualche secondo al muretto per pensarci ancora. Decidono di stare fuori con lui e di far rientrare Sainz per “marcare” quelli dietro. E’ una catastrofe per Leclerc. Alla ripartenza Sainz con la rossa lo infila subito, il numero 16 viene aggredito anche da Hamilton e Perez, che lo passano dopo un duello rusticano nel quale Leclerc pennella un paio di controsorpassi davvero da mago. Ma per lui la gomma bianca è una condanna e rischia addirittura di farsi infilare da Alonso. Finisce con Sainz in trionfo, con una classifica mondiale ora abbastanza corta (Verstappen 181, Perez 147, Leclerc 138 e Sainz 127) ma soprattutto con una necessità di chiarimento a Maranello. Sainz ha fatto pole e vittoria e quando accade questo non ci sono discussioni. Ci saranno invece, perché Leclerc potrà sempre pensare di essere stato privato di un successo certo in virtù di una decisione del muretto sulla cui bontà il 16 rosso non potrà mai essere d’accordo.   La giornata di Silverstone, una domenica nella quale Mick Schumacher ha conquistato i primi punti della sua giovane carriera e Lewis Hamilton è ufficialmente tornato a lottare per la vittoria, era iniziata con una spaventosa carambola innescata da George Russell. Guanyu Zhou sulla sua Alfa viene speronato e si cappotta. Finisce come un missile contro le barriere. Lo fa con la testa del pilota sottosopra e solo grazie ad Halo possiamo parlare di un incidente di corsa e non anche di una tragedia. Un incidente non simile nella dinamica ma identico nella sorte del pilota era accaduto in Formula 2. Ed anche in quel caso era stato Halo ad evitare i danni peggiori. Nessuno spenga i motori, sabato in Austria la sprint race e domenica ancora gara. Luglio bollente e lotta apertissima.
Noi, incapaci di ridere di questa politica disperatamente comica
02-07-2022, 11:06

Noi, incapaci di ridere di questa politica disperatamente comica

Per osservare la politica con gli occhi di uno spettatore teatrale serve una distanza che ci è stata crudelmente sottratta. La decomposizione …
"Un Mondiale così bello non lo rivedrete". Dino Zoff racconta il Mundial 1982
Sport
02-07-2022, 09:41

"Un Mondiale così bello non lo rivedrete". Dino Zoff racconta il Mundial 1982

Il mio nome è Zoff, Dino Zoff. Se avesse bisogno di presentarsi potrebbe farlo alla James Bond. Ma Dino Zoff non ha bisogno di presentazioni. È un monumento, un francobollo, una leggenda, oltre che il portavoce del Mundial ‘82. Le sue mani quarant’anni fa hanno alzato nel cielo azzurro sopra Madrid la Coppa del Mondo più bella che l’Italia abbia mai vinto. Quel gesto è diventato un francobollo firmato da Renato Guttuso. Zoff è ancora oggi l’unico ad aver vinto Europei e Mondiali. Ha cominciato da ragazzo, ha chiuso da uomo. Sempre con il suo stile, la sua integrità. Parole poche e sempre centrate. Parate tante, quasi sempre decisive, quasi mai spettacolari, perché ha sempre badato alla concretezza come gli hanno insegnato dalle sue parti dove non era autorizzato a cercare scuse, mai. “Una volta mio padre mi chiese perché avevo preso un gol. Gli risposi che non avevo visto partire il tiro. Mi disse: ma che cosa sei tu un farmacista? Se non lo vedi tu chi lo deve vedere?”. Dopo aver chiacchierato con lui ci si rende conto che, oltre a tutto quello che abbiamo detto, Dino Zoff è anche un’altra cosa. È una medicina. Prendi mezz’ora di Zoff al giorno e la vita di sembrerà più bella.   Cominciamo.   Che cosa le è rimasto in casa di quel Mondiale del 1982? “In casa ho i ricordi”.   Qualche cimelio le sarà rimasto, tra maglie, telegrammi di Pertini, riconoscimenti? “Certamente, ma non lo dico perché poi magari me lo rubano. Però sì, un amico mi ha costruito una stanza della memoria al paese”.   Se dovesse scegliere un’immagine di quel Mondiale quale sceglierebbe? La parata su Oscar, lei che alza la coppa, la partita a scopa con Pertini? “La parata contro il Brasile è stata determinante e mi ha dato gli onori, poi ricevere la coppa mi ha portato una felicità violenta come solo lo sport sa dare. In un attimo ti manda in paradiso. Sono momenti che non durano molto, ma ti fanno sentire in gloria. Tutti momenti in cui sento ancora la felicità di Bearzot, quella è sempre presente e non se ne va”.   Quel famoso bacio dato a Bearzot ancora non riesce a spiegarselo per come è sempre stato misurato? “Quella volta andai un po’ oltre i soliti canoni friulani, mi sono lasciato trascinare dall’istinto. E sono contento di averlo fatto. Per fortuna poi mi trattenni quando mi venne l’idea di baciare la regina durante la premiazione”.   Che effetto le ha fatto raccontarsi in un libro? “Ho giocato d’anticipo. Per i quarant’anni sapevo che tutti mi avrebbero chiesto un sacco di cose e io sono stato felice di raccontare quell’avventura”.   Pensa che questo racconto possa essere un esempio per i calciatori di oggi? “No, sono altri tempi, oggi i giovani sono diversi. Io pensavo di aver dato un segno di comportamento in campo, invece vedo che in pochi mi seguono ancora. Vedo delle sceneggiate insopportabili, ma forse fanno parte del mondo moderno, di una certa esasperazione mediatica”.   Certo voi all’epoca in ritiro non avevate telefonini, social o playstation, ma libri, carte, sigarette… Si può fare gruppo vincente anche oggi? “Sono un po’ restio ad adoperare la parola gruppo. L’importante è inculcare nei giocatori il senso del dovere, il fatto che devono dare tutto per fare bene il loro lavoro anche nella componente comportamentale. Io ho vinto anche con squadre dove non tutti si volevano bene, però facevano tutti il loro dovere. Devi capire che la palla va data a chi è giusto darla, indipendentemente che sia amico o nemico. Quello crea il gruppo dopo”.   Bearzot ci mise tanto di suo con convocazioni che fecero arrabbiare molta gente. “Scelse delle persone fatte in un certo modo. Fece arrabbiare Milano perché non chiamo Beccalossi, Roma perché non convocò Pruzzo. Diede invece ancora fiducia a me dopo l’Argentina e le critiche per quei gol presi, chiamò Rossi nonostante le scommesse e continuò a farlo giocare…”.   Alla fine ha avuto ragione lui. “Però certe scelte le paghi. Non ha avuto gli onori che doveva avere. Io c’ero e so bene che solo lui poteva farci vincere quel Mondiale”.    Che cosa scattò dopo quel primo turno passato con tre pareggi e tante critiche? “Il primo turno è pesantissimo per la responsabilità e la paura di non passarlo. Quando in Germania nel 1974 fummo eliminati al primo turno perdendo con la Polonia, alla Malpensa ci vennero a prendere con il cellulare. Che non era il telefono… Poi passato il primo turno la pressione diminuisce un po’, dici: almeno il minimo sindacale l’ho fatto. Allora ti esprimi con un po’ più di leggerezza”.   Beh se pensiamo che adesso non arriviamo neppure al primo turno del Mondiale. “Però oggi passa tutto in cavalleria… magari c’è qualche chiacchiera in più, ma basta. Almeno questa volta c’era il salvagente dell’Europeo vinto che non era poca roba”.   Il vostro gioco, descritto come attendista, alla fine era molto moderno, avevate un terzino come Cabrini che faceva l’ala, un libero come Scirea che impostava. Se prendiamo la cronaca del gol di Tardelli in finale, se la passano solo i difensori fuori dall’area tedesca… “Moderno o antico non so. L’importante è che la squadra si esprima in un certo modo. Non sarà facile vincere ancora con un gioco così spettacolare. Abbiamo fatto tanti gol su azione, tanti bei gol. Quelli del 2006 i cui meriti sono uguali, non voglio dire questo, però hanno vinto con un corner, ai rigori. Noi abbiamo fatto tanti gol bellissimi, credo sia irripetibile. Avesse vinto così un allenatore più alla moda di Bearzot…”.   Le piacciono i portieri che giocano tanto con i piedi? “Vi spiego il mio pensiero, basta non dire che Zoff è contro i portieri che giocano con i piedi”.   Prego. “Il ruolo del portiere è un gioco di responsabilità. Sbaglia già abbastanza, se tu lo metti nelle condizioni di rischiare ancora di più… si perde il concetto del portiere. Se mi dribbla l’attaccante quattro volte e alla quinta sbaglia e prende gol e magari perdi 1-0 finisce che è solo colpa sua. Io sento i commenti quando dite ‘quello è un bel portiere, gioca bene con i piedi.’ Io dico: è un bel portiere perché ha una bella presa, esce bene e gioca bene ANCHE con i piedi. È un di più. Importante, ma è un di più”.   Chi sono i migliori oggi? “Donnarumma ci ha fatto vincere l’Europeo e quindi partiamo da questo. Quest’anno vediamo se gioca Meret perché il portiere ha bisogno di giocare”.   Donnarumma è a livello suo e di Buffon? “Forse non ancora, ma ha tutte le qualità”.   Chi è stato meglio tra lei e Buffon? “Buffon era meglio di me da giovane, ma non da vecchio. C’è dietro tutto un concetto di miglioramento, di lavoro per cercare di sbagliare di meno, non per parare di più”.   Oggi i portieri sono degli omoni rispetto ad un tempo. Alti, grossi. Una provocazione: non sarebbe il caso di allargare un po’ le porte? “Però vedo che pur essendo così alti sulle palle alte in uscita ci vanno poco, hanno paura di sbagliare, vanno sempre di pugno. Dovrebbero sfruttare di più la loro altezza”.   La sua parata della vita è quella su Oscar? “Un quoziente di difficoltà c’era. Non potevo respingere perché attorno c’erano tanti brasiliani. Non dovevo muovermi perché per alcuni secondi avevo il terrore che l’arbitro potesse dare il gol…”.   Oggi la tecnologia l’avrebbe aiutata. Le piace? “Per il gol non gol e il fuorigioco è insostituibile. Ma su certe cose porta a interventi un po’ troppo fiscali. Il calcio è anche un gioco di contatto, certe partite come la nostra con l’Argentina possono essere molto dure”.   Insomma con il Var Gentile non avrebbe finito quella partita? “Ma non so. Vedo che siamo più fiscali nel nostro campionato però”.   La diverte ancora il calcio? “Sì, anche se il possesso palla esasperato mi annoia tremendamente. Toglie quel qualcosa di più che deve avere lo sport, quella voglia di fare sempre una virgola in più…”.   A proposito di virgole in più. Lei ha giocato contro Maradona, Pelé, Cruijff, ha giocato con Platini. Chi è stato il migliore? “Mi hanno fatto gol tutti”. Risata. “L’artista in assoluto è stato Maradona. Poi la completezza di Pelé era unica. Poteva fare il regista, fare gol, faceva tutto. Giocatori fuori dal comune. Tutta gente che ha fatto vincere la propria squadra”.   A parte non aver mai detto a Bearzot che gli voleva bene, ha altri rimpianti? “Rimpianti no. Però è certo che non mi piace rivedere le partite perché trovo sempre qualcosa che non andava. Però penso in quel momento non ero in grado di fare diversamente…”.   Ridarebbe anche le dimissioni da ct? “Certamente. Sapevo che quello era un gesto rivoluzionario. Per me le parole hanno un peso. Non mi andava di far finire tutto a tarallucci e vino”.   Berlusconi le ha mai chiesto scusa? “No, ma non le voglio neanche. Non ho nulla da recriminare”.   A parte Tardelli, l’unico autorizzato a chiamarla mummia, sente ancora qualcuno dei suoi compagni? “Sì, certo, ma non ho le attrezzature elettroniche che hanno loro. Non sono nel gruppo su Whatsapp …”.   Uno spettacolo, come quell’Italia di quarant’anni fa. Bellissima e irripetibile.
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L’urgenza di tornare al nucleare, per necessità e virtù. Il libro di Umberto Minopoli
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02-07-2022, 06:00

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Ha ragione Umberto Minopoli  (Nucleare. Ritorno al futuro, Guerini e Associati) a definire  l’energia nucleare uno spettro. Al contrario dei fantasmi, oggetti metafisici, gli spettri sono proiezioni mentali ed emotive. L’energia nucleare popola ampiamente il nostro immaginario “energetico”. Cacciata più volte dalla porta, soprattutto sulla spinta di emozioni causate dalla spettacolarizzazione degli eventi negativi che ha provocato  con una letteratura sterminata di immagini, film e commenti, rientra puntualmente dalla finestra della ragione, imponendosi per le sue intrinseche qualità. La storia energetica dell’umanità e le grandi svolte a essa associate, ci ricorda Minopoli, viaggiano dalle fonti meno dense a quelle più dense, quelle cioè capaci di contenere sempre maggiori quantità di energia in sempre meno materia, e quindi dal legname al carbone, dal carbone al petrolio e al gas e da essi all’uranio, vero concentrato di potenza energetica in pochissimo combustibile. Il confronto  con le rinnovabili, sole e vento innanzitutto, è addirittura impietoso.  Ma c’è poi un’altra ragione, sostiene  Minopoli,  che ha riportato prepotentemente alla ribalta l’energia nucleare. La centralità delle strategie di riduzione dei gas serra prodotti dalle fonti energetiche. Basta consultare in un qualsiasi giorno le emissioni di CO2 associate alla produzione elettrica nei diversi paesi europei. Nessuno si avvicina ai bassi contenuti della Francia, il paese che più fa uso di energia nucleare. Infatti il movimento ambientalista si avvicina alla questione con un evidente strabismo. Lo segnalava già molti anni fa, James Lovelock, uno dei padri dell’ambientalismo moderno, quando evidenziando i rischi legati all’aumentare dell’effetto serra invitava il movimento ambientalista a sostenere con vigore l’espansione dell’energia nucleare, l’unica tra le grandi e continue fonti di energia completamente priva di emissioni climalteranti. Ma l’energia nucleare è per alcuni un idolo negativo da abbattere  a tutti costi. Tanto è vero che negli anni 80 negli Usa, ma anche in Italia, il movimento antinucleare preferì appoggiare una maggiore penetrazione del carbone pur di evitare la scelta nucleare. Con i bei risultati  che sappiamo.  Ma sarà difficile, anzi impossibile, ci ricorda Minopoli, vincere la battaglia contro il riscaldamento globale senza l’ausilio del nucleare. Soprattutto in quelle vaste aree del mondo (Asia, Africa…) dove il fabbisogno di energia è ancora grande e destinato a crescere insieme allo sviluppo  economico.  E infatti per velocità di costruzione e bassi costi spiccano oggi paesi come la Cina e la Corea e la stessa Russia mentre l’Europa e gli  Stati Uniti appiano prigionieri dei pregiudizi che essi stessi si sono costruiti.   Ma il vero punto dolente per Minopoli è l’arretramento tecnologico che tutto ciò ha comportato per l’Italia. Leader negli anni 60, quasi una potenza mondiale d’avanguardia, con le 4 centrali allora realizzate,  ha poi cancellato tutto dopo il referendum del 1987, consegnandosi alla più totale irrilevanza. Rottamando una filiera tecnologica e scientifica di valore assoluto. Eppure l’Italia e l’Europa possiedono ancora tutte le competenze tecniche e le risorse ingegneristiche per ripartire. La dura lezione che ci sta imponendo in termini di dipendenza energetica e di perdita di sovranità la oggi doverosa rinuncia al gas russo  dovrebbe servirci da lezione. Forse ci renderemo anche presto conto, dice Umberto Minopoli, facendo leva sull’ottimismo della ragione,  che idrogeno e rinnovabili non bastano di certo per vincere la guerra contro le emissioni di gas serra. Se veramente vogliamo fare sul serio. Prima lo facciamo meglio è.