Il Foglio Quotidiano, meglio conosciuto come Il Foglio, è un quotidiano a diffusione nazionale fondato il 30 gennaio 1996 da Giuliano Ferrara, il quale ne fu direttore responsabile per 19 anni; dal 28 gennaio 2015 è diretto da Claudio Cerasa. Il giornale prende il nome dalla sua veste editoriale: esce infatti in un unico foglio, in formato lenzuolo. All''interno del foglio c''è un inserto, di solito in quattro pagine, con approfondimenti.
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Il Mondiale ci dice che se hai in squadra Mbappé è tutto più facile
Sport
Oggi 27-11-22, 08:38

Il Mondiale ci dice che se hai in squadra Mbappé è tutto più facile

“Dialoghi mondiali” accompagnerà ogni giorno di Qatar 2022. Un dialogo quotidiano tra il calcio e il faceto tra Fulvio Paglialunga e Giuseppe Pastore sui temi di giornata, o forse no, dei primi Mondiali invernali della storia.     Fulvio - Parliamoci chiaro, tanto per cominciare: se prima della partita suonano Life is life degli Opus, la canzone del più celebre dei riscaldamenti di Maradona, e se giochi il giorno dopo il secondo anniversario della morte di Maradona, e se Messi comincia la partita ed è a un gol dagli otto segnati da Maradona ai Mondiali, non può che segnare Messi, vincere l'Argentina, e poi tutto il resto. Dai, questo Mondiale avrà ancora l'Argentina: mi sbilancio a dispetto delle sorprese che abbiamo già visto. Forse è meglio così, e abbiamo visto che libera dalla paura poi la squadra è tornata. Anche perché il Messico non avrebbe segnato nemmeno con altri 100 minuti di recupero. Giuseppe - Contro il Messico, il paese in cui Diego scrisse interi volumi della propria enciclopedia calcistica. Che dire? La squadra che gioca meglio a calcio nel Gruppo C è l'Arabia Saudita, ma al Mondiale la qualità del gioco conta relativamente: conta - soprattutto per certe squadre - la mistica, e in questo caso non mi sento di dar torto al mullah Adani che ha dato di matto al gol di Messi. L'Argentina è molto più forte di così, fino a una settimana fa non perdeva da tre anni, ma il terremoto saudita l'ha paralizzata per un'ora. Poteva sbloccarla solo il suo fuoriclasse. Dopo di che è appena la seconda partita di girone, e la terza non sarà per nulla facile. Messico incommentabile: ancora una volta questi orrendi e primitivi 5-4-1 senza punte, che molte squadre stanno impalcando per puntare al pareggino, non portano da nessuna parte. Fulvio - Il girone si è ingarbugliato un bel po', ma se devo esprimere un desiderio per l'ultima giornata, tifo almeno perché il Messico non subisca gol. Perché potrebbe essere l'ultimo Mondiale di Ochoa e la sua devozione a queste gare mi ha sempre divertito. Merita di uscire senza gol, e sventolare la sua maglia numero 13. Che, visto che ci sono, ha una sua storia: Ochoa è nato il 13 luglio 1985, per essere precisi venerdì 13. E la sua prima partita in un Mondiale è stata il 13 giugno alle 13. Giuseppe - Polonia-Argentina sarà un bel (si fa per dire) confronto di stile tra due squadre che hanno espresso a lungo brani di calcio straziante ma ieri hanno vinto entrambe con lo stesso punteggio, trascinate dai loro due fuoriclasse. E guardando al nostro orticello - dopo la Champions League - sarà di nuovo Messi contro Szczesny, fin qui il portiere migliore del Mondiale, nonché l'unico ancora imbattuto dopo due partite. Fulvio - E oggi tocca alla Germania, l’altra che trema dalla prima giornata e ha qualche ragione in più per tremare, perché oggi ha contro una Spagna che non sa da che parte prendere, che ha mille risorse e tutte molto giovani. Non pensavo che saremmo stati a questo punto, alla seconda giornata, ma ogni Mondiale vuole la sua vittima sacrificale per cucire addosso una storia. I tedeschi hanno chiamato confronto franco quello che sembra essere stato un grosso scazzo intento. Ma credo che la sintesi più efficace l’abbia fatta Brandt in conferenza stampa: “Sappiamo di essere nella merda”. Giuseppe - Il tracollo della Germania mi ha lasciato a bocca aperta perché per 70 minuti avevano davvero dominato una buonissima squadra come il Giappone. Non saprei nemmeno cosa consigliargli, e ora devono mettere la testa nella bocca del leone. Partita che si preannuncia di gestione ed emozione devastanti, perché entrambe le squadre non sanno far altro che giocare bene, lontane mille miglia da calcoli e speculazioni. Forse la Germania avrebbe bisogno di snaturarsi un po' e tornare ai propri "antiqui mores"(senza però avere il materiale umano adatto) per uscire viva da questa situazione. Fulvio - Ieri, comunque, la Francia ci ha spiegato il calcio in un modo semplice. Ovvero: si possono organizzare tutte le tattiche possibili, predisporre la tattica, analizzare gli avversari, ma se hai Mbappé è comunque tutto più facile. A proposito: ti ricordi la mia tesi dell'altro giorno per cui senza Benzema e tutti quegli altri assenti non è escluso che la Francia si compatti e che il resto dei talenti si sentano più liberi di esprimersi? Ecco, poi l'ho letta sull'Equipe. Ma non mi sento di dire che leggono questa rubrica. Giuseppe - Sì, se non sbaglio ti ho dato anche ragione! Mbappé è diventato il secondo calciatore a segnare 7 gol ai Mondiali prima di compiere 24 anni - il primo era Pelé. E' un campione assoluto, provvisto anche della necessaria presunzione per volare sopra le ansie e il senso di inadeguatezza dei suoi coetanei. E poi, rispetto a Messi e Ronaldo, lui ha un grande vantaggio: un Mondiale l'ha già vinto, e questo gli dà molta più leggerezza nel consesso Mondiale. Ottima Francia, che però ha anche rischiato di perderla. Questa buona Danimarca è molto superiore all'Australia. Fulvio - Però l'Australia ha vinto, e mi pare già una cosa da raccontare. Ma mi perdonerai se mi intenerisco (oh, il calcio me lo fa) se penso che contro la Tunisia ha segnato Duke, che è cresciuto come secondo di nove figli, e, per esultare, ha fatto un gesto con le mani che in tribuna ha replicato il figlio, sorridente. Ma non dovevi parlarmi dell'allenatore della Tunisia? Giuseppe - Avrei dovuto, ma questa magrissima figura mi ha un po' demoralizzato. Ad ogni modo, si chiama Jalel Kadri ed è nato a Tozeur, la città cantata da Franco Battiato in un suo pezzo memorabile: ai margini del Sahara, in un'oasi dove d'estate non è infrequente assistere al fenomeno ottico delle "fatemorgane". E anche gli ottavi per la Tunisia sono diventati un miraggio. Fulvio - Invece pensa che bello essere giapponese (tipo quell’uomo diventato meme nella basilica di San Gennaro), ora ti senti fortissimo perché hai battuto la Germania e sei sicuro oggi di poter battere la Costa Rica facile. Soprattutto perché ti ricordi quando la Costa Rica sembrava la squadra del futuro? Il solito abbaglio da Mondiale ben riuscito. Come potrebbe anche essere il Giappone nel prossimo. Però Navas deve la sua carriera ai Mondiali, gli è rimasto questo e altri sette gol non può prenderli. Giuseppe - Magari, come l'Iran, la Costa Rica è molto meglio di com'è sembrata all'esordio. Sono curioso di mettere alla prova il killer instinct del Giappone, che secondo i nostri stereotipi occidentali non è esattamente il ritratto del cinismo: se non fallisce una seconda partita ampiamente più facile della prima, mette una pressione pazzesca addosso alla Germania. Il ct Moriyasu è l'mvp della prima giornata per quanto riguarda i cambi: con tre mosse molto ben azzeccate ha ribaltato le sorti di Germania-Giappone, prima inserendo un difensore per una punta (Tomiyasu per Kubo) per restituire equilibrio, poi sguinzagliando i levrieri migliori nell'ultima mezz'ora. Fulvio - Direi, invece, che la Polonia ci ha fatto uno sgarbo. L'Arabia Saudita ci aveva così esaltato che sarebbe stato bello vederla dominare il girone, e non aveva nemmeno iniziato male. Certo, però se hai contro Szczesny che para il rigore del pareggio possibile cambia la partita. Alla fine la differenza, quando sale la posta in palio nelle partite, la fanno anche i singoli, i grandi campioni che la Polonia ha e l'Arabia Saudita un po' meno. Però diciamo che se i sauditi possono consolarsi con la Rolls Royce regalata a ciascuno di loro dal principe, proprio disperati non li vedo. Giuseppe - Sono contento per il sommo Lewandowski e mi lascia comunque molto perplessa la Polonia sempre più striminzita e liofilizzata, ma posso dire che ho un po' cambiato idea sui sauditi? Grandissimo lavoro di Renard dal punto di vista tattico, grandissima preparazione atletica (o forse è la Polonia che è piuttosto fiacca), risultato estremamente bugiardo, ma hanno mantenuto dal primo al centoduesimo minuto un atteggiamento sempre volto alla perdita di tempo, alla simulazione, all'accentuare contrasti normalissimi con massimo fastidio dello spettatore neutrale. Per esempio, il contatto che ha portato al calcio di rigore sul quale permettimi il gioco di parole politically uncorrect: Allah al Var. Fulvio - Non so se te la passo, quindi vado alle altre partite di oggi. Il Belgio (contro il Marocco) e la Croazia (contro il Canada) un tempo le avrei viste con più convinzione, ma mi pare siano arrivate a una fase più a fari spenti del loro ciclo. Che poi è un ciclo che ci ha portati a dire “che squadra il Belgio”, che però a un certo punto si fermava, mentre la Croazia almeno è arrivata a una finale. Oggi vediamo se possono andare avanti o meno, perché non posso dimenticare di aver detto che, fino all’eliminazione, tifo Croazia. Giuseppe - Due partite molto insidiose e molto interessanti: il Marocco, velenosissimo e almeno un giocatore in forma illegale come Hakimi, sembra fatto apposta per smascherare il bluff belga, che è tale a prescindere dalla presenza o meno di Lukaku. Nel Canada ti segnalo il portiere Milan Borjan, nato in Croazia ma appartenente a una minoranza serba (residente nella Repubblica Serba di Krajina) che fu presa di mira dalla Croazia indipendentista nei primi anni '90 e fu difesa e poi abbandonata da Slobodan Milosevic: di conseguenza, pensarono bene di emigrare in Ontario. Fulvio - Peraltro in Croazia si è alzata parecchio la temperatura pre partita. Colpa di John Herdman, il tecnico del Canada, che dopo la sconfitta della prima giornata contro il Belgio, ha incitato i suoi dicendo pubblicamente “andiamo a fottere la Croazia”. I croati – sia la delegazione della nazionale che la stampa - non l'hanno presa bene, e un tabloid non si è risparmiato, pubblicando in prima una foto di Herdman nudo, coperto solo sulla bocca e tra le gambe dalle bandiere del Canada, con una scritta non proprio sibillina: “Hai la bocca, hai anche le palle?”. Ecco.. Giuseppe - Si sta alzando la temperatura delle partite, si sta alzando la temperatura delle dichiarazioni. E questa settimana ci aspettano Iran-Usa, Ghana-Uruguay, Serbia-Svizzera... Fulvio - Una roba mondiale, insomma. Aggiungerei la parola van Gaal, per salutarci, perché non l'abbiamo ancora detta. Giuseppe - Van Gaal anche a te, Fulvio.
La tregua italiana, ovvero la nostra solita sfacciata fortuna
Politica
Oggi 27-11-22, 06:00

La tregua italiana, ovvero la nostra solita sfacciata fortuna

Viviamo un momento di tregua psicologica, innestato dalla politica. I vincitori delle elezioni hanno formato il governo e procedono, è il loro mestiere. Tutto va secondo canoni da ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Il dg dell'Arpal pugliese resta al suo posto: la legge votata da Pd (senza Emliano) e M5s è incostituzionale
Politica
Ieri 26-11-22, 16:23

Il dg dell'Arpal pugliese resta al suo posto: la legge votata da Pd (senza Emliano) e M5s è incostituzionale

Il Partito democratico non l’aveva digerita la candidatura di Massimo Cassano, grande elettore di Michele Emiliano, tra le fila di Carlo Calenda. Lui che nelle varie diramazioni del potere regionale occupa il comando della società pubblica con più capacità di assunzioni: l’Arpal, l’agenzia regionale per il lavoro, che gestisce i centri per l’impiego. Cassano da Forza Italia seguì Alfano dopo la rottura per rimanere al governo e diventò sottosegretario al Lavoro. Da sempre nemico interno di Raffaele Fitto, che Cassano chiamava “uno Schumacher delle sconfitte elettorali” anche quando alle Europee del 2014 uno contro l’altro Fitto raccolse 284mila voti e Cassano 19mila. Finita l’esperienza di governo con Alfano, Emiliano lo chiamò per dirigere l’agenzia regionale nominandolo commissario. Successivamente si notò che serviva un concorso, bandito e vinto dallo stesso Cassano. Nel frattempo costruisce una sua lista civica raccogliendo tutti gli uomini di centrodestra fuoriusciti dai grandi partiti, e li schiera alle regionali per Emiliano raccogliendo centomila voti. L’Arpal, che all’inizio sembrava un’agenzia inutile visto il deserto dei centri per l’impiego, diventa un bottino di consenso. Arriva il governo Conte, i navigator, e il decreto per l’assunzione degli impiegati dei centri, duemila in Puglia. E Cassano si è divertito, ancor prima di fare i concorsi, assumendo personale somministrato per i centri per l’impiego pubblici, tramite i centri per l’impiego privati. E qui si sono incontrati tra gli assunti diversi familiari, amici e iscritti al partito di Cassano. Tutto regolare, li hanno selezionati i privati, perché un iscritto al partito di Cassano non dovrebbe partecipare? Poi ovviamente chiedono di essere stabilizzati, e i sindacati si schierano per loro. E’ il momento di riprendere la scalata, dopo aver bussato alla Lega e al partito di Di Maio, alla fine grazie alla vecchia amicizia con Mara Carfagna Cassano si candida in Azione. E’ secondo dietro di lei, può farcela. Continua a fare assunzioni in piena campagna elettorale, prima del mese di aspettativa. Francesco Boccia gli chiese di dimettersi. Quando sarebbe bastato chiedere a Emiliano di farlo: la nomina era tutta nelle sue mani. Poteva revocarla come aveva fatto con il capo della protezione civile arrestato mentre prendeva tangenti per appalti Covid e migranti. Ma stare con Calenda non è come prendere una tangente. Il governatore è ancora pm e lo sa bene. E continua a difendere il direttore: la nomina è legittima, questa è Stalingrado, meglio votare Cassano, Calenda e Renzi che Raffale Fitto. Fratelli d’Italia avvertiva Calenda: “Se Cassano avesse davvero abbandonato Emiliano, oggi non sarebbe più all’Arpal”. Alla fine i voti di Cassano in Puglia sono serviti solo per far eleggere Mara Carfagna, avendo questo patto fatto perdere i voti di Italia Viva. Cassano non ci sta e fa ricorso alla corte d’Appello. E chi è il legale che lo difende? Davide Bellomo, suo avversario diretto per il centrodestra alle politiche nel collegio di Bari. Che a differenza di Cassano è stato eletto, ed è oggi deputato della Lega. Si dirà: una cosa è il lavoro un’altra è la politica. Vero, però la Lega in Puglia, e Bellomo in particolare, hanno sempre difeso la nomina di Cassano (dopo aver fatto perdere Fitto alle regionali). Il Pd, che non l’aveva digerita, presenta in Consiglio regionale una proposta di legge per farlo decadere, trasformando la direttore unico in un cda a 5. Così ogni partito avrebbe potuto avere il proprio nome in cda. Ma Emiliano non può rompere il patto con il suo pupillo, ha appena partecipato al matrimonio della figlia di Cassano, e sventola un parere contrario dell’avvocatura regionale: il candidato di Calenda non si può togliere. Nel frattempo arrestano la paladina di Cassano al consiglio comunale di Bari per voto di scambio mafioso. Proprio lei che quando a Cassano chiedevano delle assunzioni dei parenti in Arpal, rispondeva che stavano facendo “lavoro creativo”. La proposta di legge regionale per far decadere Cassano passa con il voto di Pd e 5 stelle, votano contro i civici di Emiliano. La maggioranza si spacca. L’avvocato di Cassano, onorevole Bellomo, presenta con la Lega una proposta per far rientrare Cassano. Cassano lancia l’editto: “Tornerò da direttore”, e presenta ricorso. Ieri la Ragioneria di Stato ha inviato un parere all’ufficio legislativo dichiarando incostituzionale la legge regionale per la decadenza di Cassano. Ora il parere verrà trasmesso al Consiglio dei ministri che potrà recepire il parere e impugnarlo davanti alla Corte costituzionale. Ironia della sorte il governo di centrodestra farà ricorso per salvare Massimo Cassano. Per la gioia di Raffaele Fitto. A quel punto i 5 stelle potranno dire che il centrodestra si fa le leggi per salvare i suoi. In qualche modo avrebbero anche ragione. Questa è Stalingrado.
A Qatar 2022 la politica è la vera protagonista
Sport
Ieri 26-11-22, 11:54

A Qatar 2022 la politica è la vera protagonista

“Dialoghi mondiali” accompagnerà ogni giorno di Qatar 2022. Un dialogo quotidiano tra il calcio e il faceto tra Fulvio Paglialunga e Giuseppe Pastore sui temi di giornata, o forse no, dei primi Mondiali invernali della storia.   GIUSEPPE - Qatar 2022 è un Mondiale ancora tecnicamente tiepido, ma sta regalando una storia da copertina al giorno. Ieri il secondo atto dell'Iran, i cui giocatori hanno cantato l'inno con la morte nel cuore, ma non hanno rinunciato a farsi sentire: proprio al momento dell'inno Azmoun ha esibito a favore di telecamera un tatuaggio in inglese, cosa profondamente avversata dal regime di Teheran. Giovedì è stato arrestato Voria Ghafouri, terzino destro nel giro della Nazionale che più volte aveva appoggiato posizioni ostili al governo, amico personale di molti calciatori. La sensazione è che vivano e giochino su un crinale sottilissimo e una vittoria come quella di oggi sia per loro ossigeno puro anche al di là del risultato sportivo. Particolarmente coinvolto nelle vicende iraniane, al microfono della Rai Andrea Stramaccioni non è riuscito a trattenere l'esultanza al gol dell'1-0. Anche in questi tempi cinici, il calcio non ha perso il suo potere di rendere universali e immediate anche le storie più complicate e lontanissime da noi.   FULVIO - L'Iran ha fatto quello che doveva nella prima partita. Ha portato i riflettori su di sé con quella protesta e ora tutto diventa simbolico: anche quando hanno cantato l'inno hanno sfruttato le telecamere del mondo per rendere evidente la costrizione. Cantato a mezza bocca, di malavoglia, mentre sugli spalti si vedeva gente in lacrime. Potevano non cantarlo nemmeno stavolta? Non oso immaginare le pressioni ricevute, non oso immaginare cosa pensa un calciatore che sta per scendere in campo se sa che il giorno prima è stato arrestato proprio un altro giocatore per le posizioni contro il regime. Sono i più politici di un Mondiale in cui bisognava parlare del Qatar e, infatti, si riesce pure a parlare del Qatar. Perché è quatariota la polizia che ha cercato di impedire l'ingresso delle tifose iraniane con le maglie che ricordano cosa sta accadendo nel loro paese.   GIUSEPPE - La partita è stata inoltre appassionante, una delle più fiammeggianti del Mondiale, per merito esclusivo del Team Melli, visto che il Galles sembra sempre più una simpatica congrega di volenterosi minatori con i due giocatori più rappresentativi - Bale e Ramsey - nelle condizioni atletiche di due miliardari in vacanza a Tenerife. Queiroz ha ritoccato pesantemente il sistema di gioco rinunciatario del primo match e ha ricevuto risposte importanti sia delle stelle "europee" che dalla manovalanza tipo Rouzbeh Cheshmi, l'uomo della prima vittoria iraniana ai Mondiali contro una squadra europea. E' il primo giocatore di Qatar 2022 a segnare da fuori area.   FULVIO - Diciamo che non so chi, ma qualcuno di sovrannaturale che protegge il calcio c'è già. Mi viene in mente Hazard, che ha preso praticamente in giro i tedeschi dicendo che si sono concentrati su altro e non sul campo e hanno perso. Ecco, magari era pronto a dire che l'Iran doveva pensare a giocare, magari lui o qualcuno come lui si è dato ragione da solo al novantesimo. Ma questi sono i Mondiali dei lunghi recupero e allora quell'entità sovrannaturale che per semplificare chiameremo “Dio del pallone” ha deciso che in quel lungo recupero l'Iran doveva segnare, e perché nessuno dicesse che "è stato un caso", che ne segnasse due. E comunque ho visto miliardari in vacanza a Tenerife più in forma di Bale e Ramsey, pur senza essere mai andato a Tenerife.   GIUSEPPE - Invece Inghilterra-Usa è stata di gran lunga la partita più brutta del Mondiale. C'era da capirle: in virtù del fatto che il primo criterio di qualificazione a parità di punti è la differenza reti, con il punto l'Inghilterra può anche perdere con 3 gol di scarto contro il Galles per andare agli ottavi. Quanto agli Usa, con il pareggino sono padroni del proprio destino nel match senza ritorno contro l'Iran. Il secondo tempo alla camomilla è stata la conseguenza di tutto ciò. Inutile trarne considerazioni tecniche, anche se è un po' triste che la grande Inghilterra si presti a codeste manfrine.   FULVIO - Per fortuna non dovevamo scriverci durante il secondo tempo, perché stavo rischiando di addormentarmi. Non fosse che il risultato un po' se lo sono tenuto le due squadre facendo un calcolo mi smonta anche l'idea, se vedi i risultati, che questo sia un girone pazzo, perché la squadra che ne aveva fatti sei nella prima giornata non ha segnato e quella che ne aveva presi sei ha vinto. Però è un po' meno sorprendente di così, ci siamo detti.   GIUSEPPE - A questo punto, martedì Iran-Usa sarà questione di vita o morte sportiva, con enormi connotazioni politiche che non è nemmeno necessario ribadire. Gli Usa di ieri sera sono sembrati molto più organizzati e avveduti che lunedì contro il Galles, ma mi domando quanto la lucida follia degli iraniani - che sembrano ondeggiare costantemente tra esaltazione e disperazione - possa metterli in difficoltà. Oltretutto (a parte la disfatta con l'Inghilterra) storicamente l'Iran ha sempre offerto eccellenti prove difensive ai Mondiali: per me sono favoriti loro.   FULVIO - In questo Mondiale sembra che la politica sia la vera protagonista. Non che la storia dei Mondiali stessi non lo sia, il potere lo ha sempre visto come un'occasione e ci sono stati storici regolamenti di conti in partite come queste. Ma che nello stesso girone l'ultima giornata veda Iran-Usa, con tutto quello che vuol dire, e Inghilterra-Galles, che mette in difficoltà pure il re, mi pare tanto significativo quanto divertente. Se non altro questo Mondiale ha una buona sceneggiatura. Anche la giornata di domani non sembra male.   GIUSEPPE - Infatti è arrivato il giorno dello psicodramma argentino - non pensavo così presto. Gerardo Martino detto "el Tata", ct argentino del Messico, può buttare giù Messi dal suo ultimo Mondiale già alla seconda partita. L'Argentina fuori ai gironi non capita da vent'anni, di fatto dall'ultimo Mondiale senza Messi, quello in Asia del 2002 in cui il ct argentino era Marcelo Bielsa, grande amico del Tata con cui ha scritto la storia del Newell's Old Boys. Penso (e spero) che l'Argentina si darà una forma un po' più presentabile soprattutto a centrocampo, il che per me vuol dire dare tutto in mano al mio pallino Enzo Fernandez, 21enne formidabile del Benfica che ha eliminato la Juve in Champions. Poi ovviamente tutto passa da Messi, e penso che lui ne sia pienamente consapevole.   FULVIO - Ma sai che in Argentina tira una lieve aria complottista, dopo la prima sconfitta? C’entra un accordo commerciale di Messi e l’Arabia Saudita per la promozione turistica in un progetto che arriva al 2030. E cosa c’è nel 2030? Un altro Mondiale? E chi si candida? L’Arabia Saudita, peraltro contro l’Argentina. In realtà mi sembra una fesseria gigantesca anche per chi sommessamente la sostiene, ma mi andava di dirla perché rende l’idea di come il calcio renda scemi, che a volte è anche piacevole ma non sempre. Comunque, è la partita del giorno. Il primo Mondiale senza Maradona non può finire così.   GIUSEPPE - In bocca al lupo anche a Daniele Orsato che la arbitrerà, e a Collina che lo ha designato sfidando la scaramanzia: nel 2010 Argentina-Messico fu diretta da Rosetti e fu la pietra tombale sulla sua carriera, per colpa della sciagurata decisione (condivisa con gli assistenti) di convalidare un gol di Tevez clamorosamente irregolare. Non dimentichiamoci di Francia-Danimarca, partita-talismano dei Bleus: ogni volta che l'hanno avuta nel girone (1984, 1998, 2000, 2018) poi hanno sempre vinto il torneo! E i danesi rischiano grosso, specialmente se alle 11 la Tunisia dovesse battere l'Australia.   FULVIO - È l’occasione per pesare la Francia, che continuo a ritenere una delle favorite e mi pare una storia che si può scrivere facile. La squadra con tanti campioni, con tanti infortuni, che trova altre risorse. Lo so che l’ho già detto, ma lo ripeto per far capire che mi sto innamorando di questa vicenda. No, non cambio squadra: restiamo per la Croazia e, appunto, per la Danimarca. Non si dica che scegliamo vie facili, quando si parla di pallone.   GIUSEPPE - E poi torna l'Arabia! Hai visto il video di Renard che suona la carica nell'intervallo, in inglese, con un traduttore impassibile, a 26 arabi sotto di un gol contro Messi, e poi quelli tornano in campo e ribaltano il risultato? Puro Mondiale. Sarei molto sorpreso se si ripetessero anche contro la Polonia, ma i polacchi sono specializzati nel giocare male, a volte malissimo, le partite decisive. E guardo con curiosità anche alla Tunisia, che ha fatto un figurone contro la Danimarca: riuscirà a ripetersi contro la ruvida Australia, la quale ha comunque ancora ampie chances di qualificazione?   FULVIO - Sai che questo Mondiale che sembrava iniziasse con risultati scontati sta diventando una cosa sorprendente? Pensa, aspettiamo l'Arabia perché siamo convinti di vedere un'altra bella partita, un calcio nuovo. Inizialmente avremmo guardato certe partite come si guarda un incidente in autostrada: con curiosità, ma più che altro per capire l'entità del disastro. Si è rimpicciolito il mondo e lo trovo molto bello. Però mi sto facendo trasportare dall'entusiasmo e qui finisce che inizio a tifare per l'Arabia Saudita, la Francia, qualunque altra squadra. Che a pensarci bene è un modo facile per dire che ho scelto la squadra giusta, quello di scegliere tutte. Mi rendo conto ora che ho appena detto il contrario del commento di prima. Torniamo alle partite di ieri?   GIUSEPPE - Davvero brutta l'Olanda, che prima specula sul precoce 1-0 di Gakpò, poi specula sull'1-1, poi si rattrappisce sempre più e non vede l'ora che arrivi il 96'. A fine partita Mastro Van Gaal sorrideva sornione e ne ha ben donde, visto che gli sarà sufficiente battere il Qatar per vincere il girone e trovare agli ottavi Iran o Usa; ma dovrà inventarsi dei gran numeri per spingersi oltre gli eventuali quarti di finale. Ecuador davvero bene, anche oltre Enner Valencia, del quale però sono da valutare le condizioni visto che è uscito malconcio.   FULVIO - Pensavo che stavolta non avresti menzionato Van Gaal, ma apprezzo: nella gioia e nel dolore (che poi dolore, insomma). Valencia è praticamente l’unico che segna nell’Ecuador, però se è uscito dal campo così può darsi che non abbia una cosa da poco. Pur essendo lui capace, anni fa, di fingere un malore in campo per saltare il processo a cui doveva presentarsi per non aver pagato gli alimenti al figlio. Non è questo il caso, direi.   GIUSEPPE - Il Senegal fa il suo dovere e spedisce a casa con 90 minuti d'anticipo il Qatar - che poi a casa c'è già, anche se visto il calore dei suoi cosiddetti tifosi sembra giocare in capo neutro. Una squadra improbabile che passa alla storia come la prima padrona di casa della storia dei Mondiali a essere aritmeticamente eliminata già alla seconda partita. Il Senegal si giocherà tutto con l'Ecuador, ma a occhio è superiore per risorse e talento ai sudamericani. Personalmente contento per Boulaye Dia, primo calciatore della Salernitana a segnare ai Mondiali, un attaccante poco appariscente e molto utile che sembra poter rendere in ogni contesto.   FULVIO - Il Qatar mi spaventava, prima dell'inizio. Tutto sommato non aveva cattivi giocatori, ma avrebbe affermato un principio malsano: che, in fondo, basta avere i soldi e tutto si può far. Invece hanno avuto dodici anni per preparare queste partite e hanno dovuto aspettare il 63' della seconda gara per il primo tiro in porta. Recuperi compresi, dopo 168 minuti dall'esordio al Mondiale. Poi qualcosa hanno fatto vedere, ma è proprio la prova che fuori dal laboratorio in cui creano i talenti c'è bisogno di un'abitudine alle partite complicate. Che in un Mondiale sono tutte.   GIUSEPPE - Ai Mondiali le partite sono tutte complicate, ai Mondiali le partite sono tutte da guardare. Sotto ogni ciottolo può nascondersi il genio della lampada. A proposito, domani devo parlarti del ct della Tunisia nato a Tozeur.   FULVIO - Me lo segno.  
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Il Brasile non gioca solo per vincere il Mondiale
Sport
Ieri 26-11-22, 09:00

Il Brasile non gioca solo per vincere il Mondiale

Quando si gioca un Mondiale il distretto di Caiçara, a Belo Horizonte, si trasforma: bandiere del Brasile vengono appese ovunque, si addobbano persino i lampioni e i pali dell’elettricità, le strade si colorano di blu, verde e giallo. Hanno iniziato nel 1994, finì con la Seleção campione e, da allora, hanno pensato di replicarlo. Quest’anno hanno aggiunto uno striscione: “Não é política. É Copa”. Chiaro: non è politica, è la Coppa. O almeno, chiaro a noi che vediamo il Brasile da lontano, non a loro che vivono in un paese spaccato in due, in cui persino la maglia della Nazionale diventa terreno di lotta e quindi, in un pezzo di paese vestito a festa per il pallone, bisogna spiegare che no, la squadra non è politica.   Il Brasile che ha vinto alla prima, vestito di verdeoro, è quasi certamente la squadra più forte di quelle in Qatar, ma non è una squadra serena. Ha alle spalle un paese in agitazione, diviso, ed è colpa della campagna elettorale appena finita, che ha visto Lula vincere le presidenziali di un soffio, ma ha anche fatto vivere giorni senza esclusione di colpi.   C’entra Jair Bolsonaro, l’ex presidente che non si rassegna all’esito delle elezioni e che per vincere sembrava disposto a tutto. Ha indossato la maglia della Nazionale come un simbolo identitario, l’ha fatta indossare ai suoi sostenitori, si è appropriato dei colori, l’ha chiamata “moda patriottica” e ha creato un’enorme discussione ideologica: la maglia del Brasile è di estrema destra? L’effetto, in un paese che in questo momento o è di qua o è di là, è stato deflagrante; per i progressisti, che pure hanno vinto le elezioni, quella divisa è ormai stata rubata e ora bisogna decidere che fare: la scelta tra è rifiutarla da adesso in poi o recuperarla come patrimonio nazionale. Giovedì il Brasile l’ha indossata, anche se nelle settimane precedenti c’era chi chiedeva di giocare con la seconda maglia, quella blu, e chi chiedeva di tornare a quella antica. Perché la maglia gialla con gli inserti verdi è relativamente giovane: il Brasile l’adottò, dopo un concorso, nel 1953, quando decise di abbandonare quella bianca con i pantaloncini blu perché legata alla tragedia sportiva del Maracanazo.   Mentre fuori la battaglia politica e dei simboli infuria, dentro la squadra non è sicuro che ci sia serenità. La domanda che sembra scorrere sotto ogni immagine di allenamento e persino durante la partita contro la Serbia è se il calcio può unire una nazione così lacerata. Ma non c’è la risposta, perché nello spogliatoio in cui si agita da mediatore Tite, il commissario tecnico con visibili simpatie a sinistra, c’è per esempio Neymar, che si è schierato apertamente con Bolsonaro negli ultimi giorni di campagna elettorale. E non è stata la prima stella del calcio brasiliano ad averlo fatto, visto che prima si erano esposti anche Ronaldinho, Ronaldo, Dani Alves, Cafu, Rivaldo, Kaká e altri ancora. Tra i vari motivi possibili (nel caso di Neymar sembrano anche favori fiscali ricevuti) c’è la fede ostentata da Bolsonaro, che incontra il movimento evangelico a cui appartengono tutti quei calciatori che esultano ringraziando il cielo. Tite, invece, di Bolsonaro non ne vuole sentir parlare e ha già detto che se il Brasile dovesse vincere la Coppa, non si recherà a festeggiare al palazzo, dicendosi disposto a interrompere una tradizione che dura dal 1958 per salvare la sua integrità. Come si fa, allora, a tenere insieme una squadra che vede la sua maglia usata per scopi politici, che al suo interno ha ferventi sostenitori di chi di quella maglia ha fatto un simbolo di partito e ha anche chi ha votato per Lula, ma pubblicamente ha preferito tenerlo per sé? Tite, che dopo il Mondiale dovrebbe lasciare la panchina del Brasile per sua volontà, ha pensato che fosse meglio dare a tutti la possibilità di esprimersi, anziché vietare i discorsi politici nello spogliatoio, perché “altrimenti invochiamo la democrazia solo se c’è gente d’accordo con noi. Invece, dobbiamo rispettare le reciproche posizioni”.   Così si sta tenendo, per il momento, il Brasile. Con la voglia di chi comanda di spazzare gli spettri di una lotta politica durante il Mondiale (e, magari, la lotta politica tout court), cominciando con il salvare la maglia. Ha cominciato proprio Tite, ma poi è toccato a Lula, con un appello: “Non dobbiamo vergognarci di indossare la maglia gialloverde. La maglia non appartiene a un partito politico, appartiene al popolo brasiliano”, annunciando che lui stesso la indosserà, con il numero 13, quello legato al suo partito alle ultime elezioni.   E prima ancora la Federcalcio brasiliana ha creato uno spot in cui si esalta l’amore dei brasiliani per la maglia, nel tentativo di depoliticizzarla. La campagna viene trasmessa in questi giorni nelle tv del paese e qui si scatena il caso, o forse, no. Perché probabilmente è una scelta precisa utilizzare tra i protagonisti di questo spot proprio Richarlison, che è un anti-bolsonarista. Ma nessuno poteva prevedere che la prima partita del Brasile in questo Mondiale venisse decisa proprio da una doppietta di Richarlison, oppositore ideale di chi la maglia voleva renderla proprietà politica. Se le coincidenze si fermano qui, allora il Brasile si riprenderà la maglia discussa ma il Mondiale sarà ancora aperto. Se, invece, viviamo in un mondo deciso del caso, allora rassegniamoci all’esito scontato: l’ultima volta che il Brasile ha conquistato il Mondiale è stato il 2002. Quell’anno le elezioni presidenziali furono vinte da Lula. E nel distretto di Caiçara, a Belo Horizonte, festeggiarono tantissimo. Non era politica, era la Coppa.
Il calcio giapponese non è solo manga
Sport
Ieri 26-11-22, 08:38

Il calcio giapponese non è solo manga

Shingo Tamai è la stella degli “Akakichi no Irebun”, sobriamente detti “Gli undici rosso sangue”: trattasi del primo manga dedicato al calcio sull’onda del clamoroso piazzamento del Giappone (bronzo) ai Giochi di Città del Messico '68. Da noi la serie diventa “Arrivano i Superboys” e va in onda su Italia 1 negli anni Ottanta. Sobborghi di Tokyo, Shingo Tamai è un liceale ribelle, si va avanti tra risse e partite infinite costellate da acrobazie da Circo Togni. È calcio-wrestling all’ennesima potenza: tutto molto manicheo, tutto così avvincente da appassionare per anni i ragazzini italiani, ben prima dell’arrivo di Holly e Benji. Scena-cult: l’allenatore che - per irrobustire i muscoli - fa avanti e indietro con un fuoristrada sulle gambe di tale Ken Santos, un meticcio mezzo giapponese e mezzo brasiliano.    È KK l’idolo degli anni 60. Alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 segnate dall’iconico pugno guantato di Smith e Carlos e dai salti di Bob Beamon e di Dick Fosbury, l’uno infinito e l’altro rivoluzionario; c’è spazio anche per Kunishige Kamamoto, il bomber che trascina il Giappone fino alla medaglia di bronzo e che vince il titolo di capocannoniere con 7 reti. All’epoca in Giappone il calcio è surclassato dal baseball, non c’è una vera e propria lega, si sfidano le squadre delle università. Kamamoto si laurea in economia e diventa celebre perché nelle sfide contro le grandi squadre del mondo (anche il Cosmos di Pelé) fa un figurone e guadagna la convocazione (primo giapponese in assoluto) nella selezione Resto del Mondo del 1980.   Yasuhiko Okudera: il pioniere in Europa. Estate del 1977, il Furukawa va a fare una tournée in Germania. A Colonia, Hennes Weisweiler - un maestro di calcio che ha vinto tre scudetti con il Borussia Moenchengladbach - nota Yasuhiko Okudera. Ha 25 anni, fa l’impiegato nell’azienda elettrica-sponsor della squadra. Tante titubanze prima di accettare, poi la scelta: Okudera è il primo pioniere del calcio giapponese in Europa. In Bundesliga giocherà 9 anni (1977-1986) con Colonia, Hertha Berlino e Werder Brema, con un solidissimo bilancio di 313 presenze ufficiali e 41 gol. Quando torna in patria, viene accolto alla stregua di un eroe.   Con Kazu Miura il Giappone sbarca in Serie A. Operazione di merchandising nella stagione 1994-95. Il presidente del Genoa Aldo Spinelli, compra Kazu Miura senza tirar fuori nemmeno una lira. Pagano tutto i giapponesi. La Kenwood tira fuori 2 miliardi di lire. Miura è foraggiato anche da due sponsor personali, Puma e Suntory, una marca di whisky. La Fuji Television acquista in esclusiva i diritti delle partite del Genoa. Il nippo-centravanti resta in Italia un solo anno e segna un solo gol, ma epocale: nel derby contro la Sampdoria (perso però dal Genoa 3-2). Anni dopo scopriremo che Kazu è diventato il Benjamin Button del mondo del pallone. Passa il tempo, ma Miura anziché invecchiare ringiovanisce. A 55 anni è ancora in attività: da qui all’eternità, inseguendo un gol.   Nakata: l’icona-pop. Quando Hidetoshi Nakata arriva in Italia - 1998 - non è affatto uno sprovveduto: anzi, porta in dote qualità e personalità. In Serie A gioca 7 anni (1998-2005) con Perugia, Roma (vince lo scudetto con Capello e Totti), Parma, Bologna e Fiorentina. È l’alfiere di un paese che proprio in quegli anni cresce a dismisura sullo scacchiere mondiale. A seguirlo un codazzo di giornalisti con una sola missione: raccontare l'idolo minuto per minuto. Nakata diventa un’icona-pop con le meches e gli interessi cool: gira il mondo con uno zaino e sfila per i marchi più famosi al mondo e intanto - tra un’intervista e l’altra - chiede e si chiede: “Come posso essere utile al mondo?”.
Non sono solo Fiamme d’oro
Sport
Ieri 26-11-22, 08:26

Non sono solo Fiamme d’oro

Se non esistessero i corpi militari lo sport italiano sarebbe molto più povero. Aeronautica, Marina, Esercito, Carabinieri, Polizia, Polizia penitenziaria, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, Corpo forestale sono la miniera d’oro dei nostri atleti. Garantiscono uno stipendio, una sicurezza economica che in certe discipline sarebbe impossibile 14esimo posto nel medagliere davanti a tanti nazioni importanti”, racconta Francesco Montini, il presidente delle Fiamme Oro che nella loro storia hanno portato 92 medaglie olimpiche e 31 paralimpiche (oltre a 190 titoli mondiali assoluti) all’Italia. Da Livio Berruti a Marcell Jacobs la storia è lunga e ricchissima con un’accelerazione impressionante negli ultimi anni quando in squadra sono potuti entrare anche gli atleti paralimpici. Scorri l’elenco dei medagliati che vestono la divisa cremisi delle Fiamme Oro e vedi nomi di ragazzi e ragazze che non passano inosservati. Dietro le stelle Jacobs, Tamberi e Paltrinieri ci sono Thomas Ceccon, Massimo Stano, Irma Testa, Bebe Vio, Sofia Raffaelli, Federico Pellegrino, Stefania Constantini la nostra signora del curling. Tutte facce da prima pagina. Facce che non lasciano il segno quando passano davanti a voi e e che sanno andare oltre i confini dei loro sport. Ci sono tanti atleti al grattacielo Allianz, nel cuore della CityLife milanese,  per celebrare una partnership che è destinata a lasciare il segno visto che unisce due eccellenze intenzionate a costruire qualcosa di importante insieme e non soltanto a vincere altre medaglie da Parigi 2024 a Los Angeles 2028 passando per Milano-Cortina. Allianz che è già partner assicurativo mondiale dei movimenti olimpico e paralimpico fino al 2028 ha deciso di mettere il suo nome sulle tute degli atleti delle Fiamme Oro e su quelli della loro sezione giovanile. Non bastava più mettere il proprio nome su un impianto come a Torino o al vecchio Palalido milanese oggi diventato un’astronave per lo sport (e non solo). Allianz voleva qualcosa di più per incidere anche tra i giovani, anche nelle zone disagiate dove le Fiamme Oro lavorano da sempre con grandi risultati. “Preparazione, impegno quotidiano, resilienza, eccellenza tecnica, competitività e correttezza sono valori che Allianz condivide e fa propri, ogni giorno – ha detto Giacomo Campora amministratore delegato di Allianz – è emozionante associare quella che è probabilmente la più grande società di assicurazioni al mondo agli atleti delle Fiamme Oro che tante soddisfazioni ci danno quando scendono in campo. Anche noi come le Fiamme Oro abbiamo una missione sociale e siamo sempre in competizione e contiamo di poter fare molto bene insieme anche lavorando sui giovani e sugli impianti”.   Francesco Montini, il presidente delle Fiamme Oro, sa di aver vinto un’altra medaglia con questa alleanza. “Siamo orgogliosi di aver dato all’Italia 92 medaglie olimpiche che sono 45 dal 2008 a oggi. Per noi la legalità è il primo obbiettivo e attraverso lo sport siamo convinti di poter insegnare valori, principi e disciplina come richiedono certi sport di combattimento. Facciamo molta attività tra i giovani e in zone disagiate perché anche questa è una nostra missione come ci raccontano gli esempi di Maddaloni e Picardi con le loro palestre. Lavoriamo con i ragazzi, con i campioni, ma anche per migliorare le strutture sportive”.    Antonio Fantin, un oro, tre argenti e un bronzo nel nuoto paralimpico a Tokyo è un po’ il ragazzo immagine di questa alleanza. Figlio di un agente Allianz, atleta delle Fiamme Oro è un testimonial perfetto. La sua storia, diventata anche un libro (“Punto. A capo”), racconta come è passato dalla malattia (una rarissima malformazione artero-venosa) all’oro olimpico: “È importante andare a capo e trovare una soluzione. Un problema ci permette sempre di crescere scegliendo. Bisogna avere la costanza di sapersi aspettare. A me dicevamo che non ero portato per il nuoto… Per noi atleti avere la garanzia di essere sicuri gareggiando per le Fiamme Oro è fondamentale. Ci rende orgogliosi, ma ci trasmette anche delle responsabilità”. Orgoglio, responsabilità, voglia di fare qualcosa insieme che lasci il segno. “Una cultura dello sport inclusiva passa anche ed in particolare dai settori giovanili, che il Gruppo pportivo Polizia di stato Fiamme oro sviluppa con grande sensibilità e attenzione – ha aggiunto Maurizio Devescovi direttore generale di Allianz –  Un approccio allo sport in cui ci riconosciamo pienamente, come già nelle nostre iniziative a supporto del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, dell’Italia team e del Comitato italiano paralimpico e che si rispecchia in tante altre iniziative per avviare i giovani al lavoro”.
La libertà di stampa “a tempo” a Mondiali
Sport
Ieri 26-11-22, 08:24

La libertà di stampa “a tempo” a Mondiali

Uno dei video più noti dei Mondiali non riguarda una partita. Presente in ogni piattaforma social e rilanciato da ogni telegiornale, è quasi impossibile non aver visto il giornalista danese di TV2, Rasmus Tantholdt, avvicinato dal personale di sicurezza durante una diretta, mentre gli viene intimato di chiudere la trasmissione. Tutto è finito bene, non se ne parla più e, per la gioia degli organizzatori, è tornata protagonista quella patina di normalità che contraddistingue tutti i collegamenti da Doha. Perfino troppo.   La normalità stessa è un'anormalità, scriveva Gilbert Keith Chesterton. I più attenti avranno già notato che le immagini di sfondo che arrivano dal Qatar sono tremendamente simili e con la stessa angolatura. Non è un caso, si sta applicando un’indicazione - eufemismo - tanto semplice quanto spinosa. Nel famoso filmato diventato virale, Tantholdt mostra il proprio pass stampa che lo autorizza a filmare. Ebbene sì, per fare riprese tv in Qatar ci vuole un permesso. Se questo può essere perfino comprensibile, la presenza dei giornalisti a Doha è una storia vecchia di anni, tra inchieste e documenti online, che lascia molti dubbi sulla libertà “a tempo” concessa dal governo qatariota. Nelle scorse ore è arrivata la risoluzione del Parlamento europeo, ma le incongruenze sono note da tempo.   A partire dalla creazione del “Supreme committee for delivery & legacy”, istituito dal governo del Qatar per pianificare e preparare la Coppa del Mondo. Accrediti stampa compresi. Un comitato ad hoc suona male, lo sa bene l’ambasciatore del Qatar negli Stati Uniti, lo sceicco Meshal bin Hamad Al Thani, che continua a credere che il torneo aiuterà a cambiare le idee sbagliate sul suo paese. In realtà sembra aver ottenuto l’effetto opposto, ovvero far capire a tutti quali sono quelle giuste. Proprio le inquadrature che sembrano il desktop un computer sono figlie delle regole presenti sul sito ufficiale dove, alla voce “Filming permit request privacy” (eliminata nella versione inglese ma ancora sbadatamente consultabile in quella araba...), si indicano tre zone per le riprese. Tre belle location, per carità, niente da dire sulla Corniche di Doha, sulla lussureggiante West Bay o sull’avveniristica Towers Area. La magnificenza della capitale val bene una diretta mentre tutto il resto no. Intanto quell’indicazione resta lì assieme a lungo elenco, reso noto in tempi non sospetti da Reporters sans frontières, in cui si vieta di mostrare tutto ciò che non è sui cataloghi delle agenzie di viaggio, dalle proprietà private dei residenti agli edifici governativi, dalle università agli uffici pubblici. Interviste sì, ma solo in zone “protette”: si può andare con il microfono nel giardino di un McDonald’s, ma non troppo oltre. "Il Qatar non è contrario al controllo della stampa", ha scritto, sempre Al Thani, in un articolo su Cnn opinion, ma "troppo spesso le loro piattaforme sono state utilizzate per presentare argomentazioni unilaterali e di fatto imprecise”.    Come si è arrivati a tutto questo? Il prodromo era presente in un altro documento, molto burocratico, firmato dalla Fifa, reso noto prima della competizione: non c’era scritto quel che sarebbe successo, ma tra le righe del pdf “Preliminary competition” non si era certo forzata la mano dei qatarioti.   Non ci saremmo aspettati la rivisitazione della celeberrima trasmissione di Piero Chiambretti per Italia 90 quando, con la squadra che diede vita al successo di “Prove tecniche di trasmissione”, si era trasferito per una decina di giorni nei vicini Emirati Arabi Uniti mixando le immagini prese in prestito dalla tv locale con le meditazioni pseudofemministe di Wanna Marchi sulla condizione della donna negli Emirati. Insomma, se nessuno immaginava di vedere le paradossali sfilate di moda nel deserto, le corse di cammello o Chiambretti travestito da Lawrence d' Arabia, è davvero poco doversi accontentare di tre sfondi adatti più per il computer di casa che per la cornice di un mondiale.
In Nba non sempre si perdere pur giocando per perdere
Sport
Ieri 26-11-22, 08:22

In Nba non sempre si perdere pur giocando per perdere

L’Nba è una lega in cui, talvolta, perdere è preferibile a vincere. O meglio, le ultime posizioni in classifica sono preferibili a quelle al centro, scomoda terra di mezzo tra l’essere competitivi per il titolo ed esserlo per una scelta di valore al Draft. È proprio il meccanismo di quest’ultimo che definisce la logica del cosiddetto tanking, ovvero l’ormai consolidata abitudine – che riguarda una manciata di squadre ogni stagione – di giocare, più o meno dichiaratamente, per vincere meno partite possibile.    Perché si gioca per perdere in Nba? Con cadenza annuale, nella lega sbarcano attraverso il Draft i migliori 60 giovani prospetti del college e del panorama cestistico internazionale, che vengono selezionati uno alla volta dalle franchigie Nba secondo un ordine prestabilito dalla Lottery. E il punto focale del discorso, in materia di tanking, riguarda esattamente questo: l’assegnazione delle probabilità nella lotteria. Semplificando, ogni team partecipa all’estrazione con possibilità di ottenere le scelte più alte che sono inversamente proporzionali al numero di vittorie ottenute in stagione. La ratio è chiara, ed è uno dei pilastri fondanti di una lega votata alla rotazione ai vertici e alle pari opportunità: chi perde, deve avere una chance di riscatto. L’effetto collaterale è che un “premio di consolazione” di tale importanza può far perdere di vista un pilastro fondante dello sport in generale, nonché una garanzia della sua spettacolarità: che tutti lottino, sempre e comunque, per ottenere il miglior risultato possibile sul campo. Da anni il commissioner Adam Silver ha intrapreso una guerra al tanking. La recente riforma delle odds in Lottery ha disincentivato gli eccessi (arrivare ultimi o terzultimi, per esempio, non comporta più alcuna differenza), ma non ha risolto il problema. E così, nei prossimi mesi vedremo diverse organizzazioni affannarsi il giusto per migliorare la propria classifica, con l’obiettivo di aggiudicarsi uno dei migliori prospetti in arrivo. Che l’anno prossimo saranno di alto, altissimo livello.   Come sono cambiati i rapporti di forza tra le "perdenti" Ai nastri di partenza, un mese fa, erano diverse le franchigie accreditate per un’annata, diciamo così, proiettata al futuro. Pistons, Magic e Rockets, per esempio, sono squadre giovani e in pieno processo di ricostruzione, e infatti si stanno confermando tra le meno competitive; come loro anche Spurs e Thunder, che a sorpresa sono partiti forte, ma ora hanno rallentato; infine Jazz e Pacers, altre due credibili candidate per il fondo della lega, che invece sono state tra le sorprese di questo avvio e si trovano tra le prime cinque nelle rispettive Conference. Con più di un mese di stagione in archivio, l’andamento di Utah Jazz (12-8) e Indiana Pacers (10-7) ha ormai delle concrete implicazioni sulla loro annata. L’anno scorso, infatti, per arrivare nelle ultime tre – e dunque avere il 14 per cento di ottenere la prima scelta e più del 50 per cento di essere in top 4 – era stato necessario restare al di sotto delle 25 vittorie (su 82 gare): un “obiettivo” ormai fuori portata per Utah e Indiana, che anche con una seconda parte di stagione particolarmente negativa difficilmente potrebbero finire tra le peggiori sei o sette della lega. Da entrambe fino a qualche settimana fa ci si aspettava, a ridosso della chiusura del mercato (febbraio), uno “smantellamento” del roster, con diversi giocatori che avrebbero dovuto salutare in favore di asset futuri e, sì, anche per perdere qualche partita in più. Con le tante (troppe) vittorie ottenute, invece, avere una scelta alta al Draft non sembra più una possibilità, e tutto ciò in nome di una stagione in cui il massimo obiettivo raggiungibile, realisticamente, sarà il raggiungimento dei playoff. La scomoda terra di mezzo.
Una sera al velodromo per Uci Track Champions League
Sport
Ieri 26-11-22, 06:25

Una sera al velodromo per Uci Track Champions League

Dalla balaustra sopra i curvoni parabolici di un velodromo viene voglia di buttarsi giù di sotto. Mica di faccia, si rischia, ripidi come sono, di lasciarci il naso o gli incisivi. Ma di culo sì. Buttarsi di sotto di culo, scivolare verso il limite interno della pista, fermarsi sulla fascia di riposo, quella fascia che di solito è azzurra e non si può usare quasi mai (nella velocità sì) nelle gare di ciclismo su pista.   La prima cosa che ho desiderato la prima volta che sono stato in un velodromo era quella di buttarmi giù di culo dalla balaustra sopra una delle curve paraboliche. Da allora sono passati circa trent’anni, anno più anno meno. Non ricordo chi mi ci portò, ricordo però le curve e le balaustre sopra le curve e l’irrefrenabile desiderio di scendere giù di culo dall’alto. Un tizio, uno che aveva più anni che buon senso, e per fortuna, mi diede un cartone – era in cemento la pista –, mi disse di metterlo sotto le chiappe e di non urlare troppo. Fu una meraviglia. Era una cosa bambina, una cavolata forse, una di quelle che l’età dovrebbe far scomparire. Mica vero. Una settimana fa, sabato scorso, al Velodrom di Berlino, l’avrei volentieri rifatto.   Al Velodrom c’era la seconda tappa della Uci Track Champions League. Non c’era fino a due anni fa la Uci Track Champions League, perché, chissà perché lo pensavano, il ciclismo su pista non interessava più nessuno. Poi Discovery ha creato la Uci Track Champions League e il ciclismo su pista è tornato a interessare a qualcuno. A più di qualcuno, a un bel po’ di persone. Ce ne era parecchia di gente al Velodrom. Non tutti i posti a sedere pieni però tutta la tribuna centrale sì e quasi tutta quella dirimpetto. E vabbé che a Berlino il ciclismo su pista è storicamente apprezzato e amato, ma era apprezzato e amato quando c’era la Ddr. Allora tanti, tantissimi, andavano al velodromo per vederla, perché il ciclismo su pista era orgoglio nazionale e di pistard forti nella Ddr ce ne erano a bizzeffe. Tanto che tra gli anni Sessanta e gli Ottanta i tedeschi dell’est erano stati, a lungo, la Nazionale da battere. Alla Werner-Seelenbinder-Halle da novembre a febbraio era una gara quasi continua, e ci andavano a decine di migliaia. E quando c’era la Sei giorni di Berlino mezza città almeno si alternava sugli spalti per vederla. Poi è venuto giù il Muro, al socialismo è andata parecchio male e pure la Sei giorni non s’è sentita benissimo. Sembrava che i berlinesi l’avessero dimenticata (saltò pure per un lustro). E non solo i berlinesi.          Ovunque in Europa e nel mondo le Sei giorni sparivano e con loro anche le altre corse e riunioni su pista. E non venivano rimpiazzate. Sparivano anche i velodromi, ma a Berlino decisero che la città non potesse non avere un velodromo e lo rifecero nuovo. Erano contenti di riavere un velodromo, anche se non ci andavano più in tantissimi.   La gente sta tornando ai velodromi. E non solo a Berlino. Ma anche in Spagna (prima tappa della Uci Track Champions League a Mallorca), in Inghilterra, in Francia (a Saint Quentin en Yvelines, Parigi, si corre oggi, sabato 26 novembre), per non parlare di Paesi Bassi e Belgio dove i velodromi non si sono mai svuotati.   Mentre guardavo giù dalla balaustra e pensavo a quanto sarebbe stato bello buttarmici giù di culo, c’era altra gente attorno a me, uomini e donne che guardavano ragazzini che chissà se stavano pensando allo stesso.   Fuori dal Velodrom la neve scendeva lenta dal cielo, bella secca che si posava al suolo e lì restava imbiancando la città a partire da giardini, aiuole, parchi. Fuori dal Velodrom nevicava e i ragazzini guardavano la pista mentre i pistard si stavano riscaldando pronti a muovere le pedivelle delle loro biciclette per cercare di battere tutti gli altri. Probabilmente pensavano all’indomani, a quando avrebbero fatto a palle di neve. Sembrava però che l’indomani fosse meno interessante del presente. Soprattutto del presente che iniziava a muoversi sotto i giochi di luce che davano il via allo spettacolo. La pista si trasformava in una tela e immagini e vortici giravano come biglie sul legno dell’ovale.        Dicono i puristi che l’Uci Track Champions League sia prima uno spettacolo televisivo e poi una corsa ciclistica. Che le corse sono ridotte e poco, pochissimo ortodosse. Ci si gode poco la vita a fare i puristi, ci si diverte per niente. Al Velodrom c’erano sorrisi, birre che scorrevano, bicchieri che si svuotavano, bici che scorrevano e persone felici. C’era soprattutto quello che uno schermo televisivo non potrà mai dare, il tremolio che fanno le biciclette, che viene amplificato dal parquet della pista, che fa ballare le balaustre dalle quali si vorrebbe scivolare giù di culo. Quel tremore che è velocità ed equilibrismo, colore e suono, una specie di arte dinamica e velocissima. 
Ecco la mappa dei ricorsi che bloccano lo sviluppo del paese
Ieri 26-11-22, 06:12

Ecco la mappa dei ricorsi che bloccano lo sviluppo del paese

Dal nodo ferroviario di Bari al nuovo stadio di San Siro: i tribunali amministrativi sono diventati il rifugio di chi vuole bloccare ogni …
Il mistero delle coperture della legge di Bilancio
Economia e Finanza
Ieri 26-11-22, 06:12

Il mistero delle coperture della legge di Bilancio

Pronti? Mica tanto. La legge di Bilancio di quest’anno è più complicata del solito per motivi che non dipendono dal governo
Schlein o non Schlein? Il dilemma che rende bifronte l’area di Franceschini
Politica
Ieri 26-11-22, 06:06

Schlein o non Schlein? Il dilemma che rende bifronte l’area di Franceschini

Il congresso del Pd si avvicina senza troppe certezze (a partire dai nomi dei candidati ufficiali), ma i dubbi, al momento, investono in particolare un grande classico delle fasi d... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
La cometa Guillermo Ochoa
Sport
Ieri 26-11-22, 06:04

La cometa Guillermo Ochoa

Era scritto. E chi non crede nel fato, si affidi all’aria mondiale. Robert Lewandowski è l’attaccante più continuo del decennio: ha vinto quasi tutto e ciò che non ha vinto (il Pallone d’Oro) l’avrebbe meritato. Guillermo Ochoa, portiere, non ha nemmeno mai giocato in Champions League. Ma avvicinandosi al dischetto, il capitano della Polonia ha il passo pesante. La testa bassa. Mentre il riccioluto messicano, saltellante tra i due pali, sembra un gigante. Breve rincorsa, rigore ineluttabile: come se il pallone fosse un magnete piede-guantone. È la Coppa del mondo, saturnalia del calcio. Dove Lewa si astiene dal gol e Memo si trasforma puntualmente in un arquerazo – portierone, così disse Maradona – da antologia.   La storia di Ochoa è un mix di talento e ascendente, metodo scientifico e calendario azteco. “Ogni giorno, nell’ultimo mese, ho visionato più di 50 rigori a video”, ha dichiarato lui dopo il pareggio al debutto contro la Polonia. “E ho studiato il modo di battere di Lewandowski. Anche se alla fine non sai mai dove buttarti”. Allora entra in ballo quel 13, inusuale per un portiere, fieramente sfoggiato sulla propria maglia. Memo – “Guillermo mi chiama solo papà quando si arrabbia” – ha un debole per la numerologia: è nato venerdì 13 luglio 1985, il suo esordio ai Mondiali risale al 13 giugno 2014, in occasione di una partita col Camerun iniziata alle ore 13. E a che minuto poteva mai essere il rigore di Lewandowski, il primo parato da Ochoa in un Mondiale? Claro: al 13 del secondo tempo. Va aggiornato il cv.   Perché in un amen, è successo quel che in molti profetizzavano. Tra le fantasie più care al lessico calcistico spicca l’epiteto di ‘meteora’, proprio di quel giocatore che dal nulla sfodera una performance – massimo una stagione – straordinaria per poi tornare nel dimenticatoio. Ecco. Restando in ambito astronomico, Ochoa è semmai una cometa con periodo orbitale di quattro anni. E fa parte di quel ristretto circolo di giocatori – più o meno leggendari: da Roger Milla a Miro Klose, fino all’odierno Enner Valencia – che in odor di Mondiali brillano di anomala luce propria. L’epopea di Memo è iniziata subito dopo quella vittoria sul Camerun nel torneo brasiliano. A Fortaleza, il Messico sfida i padroni di casa. Che spingono, attaccano – ancora lontana l’ombra del Mineirazo – ma non sfondano: Ochoa para ogni tiro, tra cui due interventi eccezionali su Neymar e Thiago Silva. All’improvviso, tutti si accorgono di quel portiere con la fascia ai capelli. Il Brasile sgomento mette in giro la voce che abbia perfino sei dita – ovviamente no, ma tiene molto a un paio di guanti personalizzati. Voliamo in Russia, nel 2018: altro partidazo a porta imbattuta e storica vittoria sulla Germania. Oggi la storia si ripete.   Ma nel frattempo, tra un exploit e l’altro, cosa ne è stato di Ochoa?   Qui emerge un quadro di pochi alti e molti bassi, che si incastra coi capolavori quadriennali semplicemente perché è andata così. Partiamo dal presupposto che Memo in patria è un idolo, da oltre 400 presenze con il Club America di Città del Messico e 133 in nazionale. Con ‘El Tri’ ha vinto quattro Gold Cup – l’equivalente nordamericano dei nostri Europei – e un bronzo alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Extra campo, la storia famigliare aiuta: suo zio è il fondatore di Las Tortas Don Polo, un’istituzione fra le pasticcerie della capitale che ha contribuito a coniugare le parate del portiere con i palati della gente.   Ma si sa, il grande calcio è nel vecchio continente. E Ochoa, cresciuto attaccante ma reinventatosi tra i pali sognando Peter Schmeichel, ha sempre saputo dove voleva andare. “In un top club”, annunciava alla Fifa nel 2008. “Seguo la Juve e il Milan. Poi Bayern, Man United, Real e Barcellona: qualunque di questi sarebbe il massimo”. Non succederà mai. Nel 2010 il suo trasferimento al Fulham salta per una fuga di notizie. Un anno più tardi sembra destinato al Psg, ma viene trovato positivo all’antidoping: si scoprirà poi che i valori anomali erano dovuti a un’intossicazione alimentare da carne di manzo. Ma l’immagine è compromessa. Al pioniere Ochoa, primo portiere messicano in Europa, non resta che accasarsi al modesto Ajaccio. Tre stagioni di grandi parate e una valanga di gol subiti – 184: questo comporta la lotta per non retrocedere. Il 2014 è l’anno dei Mondiali brasiliani, rampa di lancio perfetta per un 29enne. In questi casi conta avere il procuratore giusto: Ochoa invece finisce al Malaga a fare il secondo di Idriss Kameni. Biennio da incubo. Poi Granada e Standard Liegi, dove vince una Coppa del Belgio, suo unico trofeo europeo. Nel 2018 lo cerca il Napoli, ma De Laurentiis decide di non giocarsi lo slot extracomunitario per un portiere. Dodici mesi dopo, Memo fa ritorno in Messico. E vi rimane.    Sabato sera un altro cerchio che si chiude, al suo quinto e probabilmente ultimo Mondiale. Nel 2006 il giovane Ochoa, terzo portiere, aveva assistito dalla panchina all’eliminazione dei suoi per mano dell’Argentina agli ottavi – è in questa fase che da sette edizioni a questa parte termina il torneo del Messico. Copione identico nel 2010, quando in realtà Memo confidava in una maglia da titolare. Ora siamo soltanto alla seconda partita del girone. Ma battere l’Albiceleste, complice la sorpresa saudita, di fatto vorrebbe dire già eliminare Messi. La caduta del dio, per mano del portiere ciclicamente caro agli dèi: parare per credere. “Il mio sogno è battere il Brasile in finale di Coppa del Mondo”, diceva da ragazzino. A modo suo, non ci è andato così lontano.
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