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Quando Zanardi diceva: “Ottimismo e ironia contro i guai del destino”
Ieri 02-05-26, 18:19
AGI - Era il settembre del 2007, poco meno di vent’anni fa. Alex Zanardi, seduto su un divano bianco della sua bella casa di Padova, raccontò all’AGI, in vista dei 150 anni dell’Unità d’Italia, le sue passioni, l’amore per i motori – che veniva certamente dopo quello per il figlio Niccolò e la moglie Daniela – i suoi pensieri sulla vita e sul destino. L’incidente del Lausitzring, in Germania, lo aveva già costretto a una vita nuova e i successi con la handbike ai mondiali e alle Olimpiadi erano ancora lontani. Il primo go-kart e la scelta del padre “Sono un uomo fortunatissimo”, disse con un sorriso che non perse mai durante tutta la durata dell’incontro. Insieme alle vittorie e alle sconfitte sui circuiti di mezzo mondo, raccontò del legame con i grandi piloti della sua epoca (da Schumacher – con il quale aveva iniziato a correre – a Senna – che considerava il suo modello) e descrisse i successi ottenuti negli Stati Uniti, gli anni trascorsi dall’altra parte dell’Oceano e anche il legame con il padre, l’uomo che il 2 agosto del 1980, proprio il giorno dell’attentato alla stazione di Bologna, lo accompagnò alla periferia della città a ritirare il primo go-kart. Voleva tenere quel ragazzo di 13 anni lontano dai motorini e dalla strada, dove – a causa di un incidente – aveva già perso una figlia. “Credeva fosse più sicuro lasciarmi sfogare in pista e ritengo che la sua decisione sia stata eccezionale. Sarebbe bello – diceva Zanardi - che i genitori spingessero i propri figli a praticare più sport, perché nello sport non ci si sente mai un numero, non si ha bisogno di trovare le proprie soddisfazioni sul fondo di un bicchiere in una discoteca o con un paio di pastiglie per sentirsi qualcuno. Si può essere vincenti anche quando si arriva ultimi se si sa di aver dato il massimo per la propria passione”. Una passione che rapì Zanardi quel giorno, in una città ferita da quella immane tragedia: “Quando tirai giù la visiera del casco, capii che volevo fare il pilota. In quel preciso momento, capii che quella sarebbe stata la mia vita. Il tempo ha dato ragione a quel ragazzino di 13 anni che in quel momento trasformava il suo sogno in realtà”. Interrogato su come si fa a non perdere il buonumore anche davanti alle avversità, rispose semplicemente, con serenità: “Portando a casa la pellaccia, che nel mio caso fu qualcosa di miracoloso”. La sopravvivenza e il miracolo Per le statistiche, aggiunse, “dovevo morire. Ho avuto sette arresti cardiaci, mi hanno dato l’estrema unzione con l’olio del motore. Il fatto di aver riaperto gli occhi è stato un grandissimo successo. Il resto poi è venuto, un po’ come mi ha insegnato mio padre: un passo alla volta – anche se nel mio caso può sembrare una battuta - concentrandosi sugli obiettivi realistici: staccarmi dai tubi che avevo addosso prima, alzarmi dal letto poi. Visto il mio innato ottimismo, credevo che sarebbe stato più semplice. Non è stato come salire su un’auto, girare la chiave e partire”. A guidarlo, confessò, fu l’ottimismo. “L’ottimista è una persona che pensa che la soluzione dei suoi guai, di tutti i suoi guai, sia sempre dietro il prossimo angolo. E come un maratoneta che fa 42 chilometri e negli ultimi 200 metri trova ancora l’energia per sprintare perché vede il traguardo, così io ho sempre continuato a sprintare. Ho sempre visto il traguardo, era il mio ottimismo che mi portava a vedere traguardi dappertutto. E’ ovvio che ci sono state anche delusioni, però non ho mai smesso di correre, anche se alla mia velocità”. Ironia e forza interiore L’ottimismo, ma non solo: anche l’ironia, spiegò, fu un altro mezzo per sorpassare la sfortuna. “Ho visto tanti ragazzi che grazie a ottimismo e ironia sono riusciti ad andare avanti in modo brillante a dispetto dei guai che il destino ha messo loro davanti”. Zanardi, che per tanti è stato un esempio da seguire, un record per uno che per mestiere ha corso a 300 all’ora per buona parte della sua vita, non si riteneva un ‘ironman’: “Credo sia sbagliato descrivermi come una specie superuomo che ha fatto delle cose miracolose. Sicuramente sono una di quelle persone che si è opposta più tenacemente a uno ‘scherzo del destino’, chiamiamolo così. Fortunatamente ce ne sono altre, io ho la luce dei riflettori puntata addosso anche grazie al lavoro che ho svolto e per questo intasco tanti complimenti, ma per fortuna non sono solo. Credo fermamente nell’idea che ognuno di noi abbia delle energie nascoste che vengono fuori nel momento del bisogno”. La vita? “La vita è ancora più bella quando non le azzecchiamo tutte. Credo che il giusto mix tra avvenimenti belli e brutti, sia la vita perfetta. Senza gli errori e le esperienze negative, non apprezzeremmo così tanto le cose belle quando riusciamo finalmente a farle accadere, perché – concluse - non è solo una questione di fortuna”.
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