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Alex, fuoriclasse dell'esistenza che ci ha insegnato come si vive
Oggi 03-05-26, 11:32
Il carisma e la popolarità che Alex Zanardi si è conquistato negli anni non dipendono solo dalle drammatiche vicende della sua biografia, bensì anche dal modo in cui egli ha reagito ad esse in un percorso di conoscenza e fattiva operosità che ha voluto comunicare al mondo. Il suo non è stato solo un “caso esemplare”, ma una riflessione condivisa sul significato ultimo della vita, sulle dinamiche più profonde che reggono le nostre esistenze. Così si spiegano le tante testimonianze e spunti che di questa riflessione che ha voluto lasciarci in libri, interviste, conferenze, presenze nelle scuole e negli istituti universitari. Una riflessione “filosofica” che ognuno può fare a diversi livelli di profondità ma che, in quanto uomini, dovrebbe tutti accomunicarci perché una vita passata lasciandosi vivere, e non pensata e vissuta in prima persona, non è degna di essere chiamata tale. In questo percorso, lo sport è diventato per Zanardi metafora della vita, come è chiarito, con esempi storici concreti, nell’ultimo libro da lui pubblicato, scritto, come gli altri, insieme al giornalista Gianluca Gasparini: “Quel ficcanaso di Zanardi. Osservando lo sport ho capito meglio la vita” (Rizzoli, 2019). CONCETTO DI “NORMALITÀ” Il primo concetto che si può trarre dalla vita di Zanardi è che il senso alle nostre vite lo diamo noi stessi, se ne siamo capaci, partendo dalle condizioni esistenziali che ci sono proprie e che situano e delimitano la nostra libertà. E che sono per ognuno diverse da quelle degli altri. L’uomo è naturalmente e diversamente limitato e perciò non esiste per lui una condizione che possa essere definita “normale”. Se io paragono, ad esempio, la mia esistenza di individuo senza gambe a quella degli altri che camminano, o a me stesso di quando le avevo, posso scoraggiarmi e non vivere più la vita, lasciarmi andare, ma lo faccio perché considero la situazione in cui mi trovo un dato di fatto e basta, stupido nella sua essenzialità, e non come uno dei due poli del rapporto dialettico fra datità e possibilità che costituisce la vita. Può anzi accadere che proprio la condizione particolare in cui mi trovo in un dato momento, e che considero uno “svantaggio”, possa invece essere per me “vantaggiosa” perché mette in moto o suscita energie latenti e forze vitali che sarebbero altrimenti rimaste sopite. Zanardi ha cercato di dirci proprio questo: se non avesse avuto una vita tanto difficile, non sarebbe diventato probabilmente il campione che è stato. È nelle difficoltà che si tempra il nostro carattere, non in un mondo tutelato e garantito, protetto, che è il sogno di tutti di sistemi di potere paternalistici, dai familiari agli statali, che pretendono di avvolgerci. È qualcosa di più di quella resilienza divenuta parola e concetto di moda e che è stata richiamata, ovviamente non a torto, dal presidente Mattarella nel suo messaggio ai familiari. Non si tratta, infatti, solo di parare i colpi e adattarsi, ma di rilanciare la sfida con la vita ad un livello diverso. Chi, dopo essere stato un campione nell’automobilismo, avrebbe rilanciato, come fece Alex, con uno sport considerato secondario vedendo una handbike sul tetto di un’automobile alla fermata di un autogrill, come ci racconta lui stesso in un libro significativamente intitolato “Volevo solo pedalare... ma sono inciampato in una seconda vita” (Rizzoli, 2016)? DIALETTICA VITALE I cosiddetti “disabili”, che tali appunto non sono in senso ontologico, non vanno perciò protetti, e quindi ghettizzati, come certe politiche di solidarietà tendono a fare, ma aiutati a vivere la vita a modo proprio e a partire da quell’orizzonte di possibilità che è proprio, in modo sempre diverso, di ognuno. L’orizzonte può cambiare, ma la dialettica vitale resta la stessa. Dobbiamo solo avere il coraggio di reinventarci, creandoci una vita diversa quando non è possibile continuare la precedente. Nel suo primo libro, più propriamente autobiografico, intitolato “...però, Zanardi da Castelmaggiore” (Baldini e Castoldi, 2003), il campione morto ieri aveva scritto che, quando si era svegliato dopo l’incidente in Germania, aveva «guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa». Zanardi, perse le gambe, aveva cioè trovato un modo nuovo di essere felice. La felicità, come ebbe a dire agli studenti della Luiss in una “conversazione” rintracciabile sul web, non è infatti raggiungere un risultato, ma sta tutta nel tentativo di agguantarlo, negli sforzi che facciamo durante il percorso. Insomma, Zanardi era diventato col tempo anche un po’ filosofo. Gli insegnamenti che ci ha trasmesso vanno certamente rimeditati.
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