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Sanzioni Usa alla Corte penale internazionale. Italia e altri 7 Paesi: "Incrollabile soste...
Oggi 09-10-26, 18:46
AGI - Il premio Nobel per la pace conferito oggi dall'Accademi di Oslo a Navi Pillay, ex giudice della Corte penale internazionale, è la classica goccia che fa traboccare il vaso per l’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti hanno manifestato l'intenzione di smantellare la Cpi "mattone dopo mattone", irritati dal fatto che la Corte abbia emesso mandati d'arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per presunti crimini commessi a Gaza. Temono inoltre che l'indagine della Cpi sull'Afghanistan possa tradursi in accuse contro personale americano. Per questo Washington ha imposto sanzioni ad alti funzionari della Cpi e ora dà seguito alle minacce di sanzionare la Corte nel suo complesso vietando le transazioni con l'istituzione. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato "che oggi gli Stati Uniti impongono sanzioni alla Corte penale internazionale". Le dichiarazioni di Marco Rubio Il segretario di Stato Rubio ha affermato che "il presidente Trump non permetterà mai alla Corte penale internazionale di perseguire gli americani", annunciando le sanzioni contro la Corte che ha sede all'Aia. "Oggi gli Stati Uniti stanno imponendo sanzioni alla Corte penale internazionale. Vieteremo le transazioni con questa Corte fuorilegge, tagliando le sue risorse e paralizzando la sua capacità di agire contro di noi", ha annunciato il capo della diplomazia Usa. Il messaggio degli Stati Uniti "Il nostro messaggio è chiaro: gli Stati Uniti e il popolo americano non sono soggetti alla giurisdizione di questa falsa Cpi. Entrambi i partiti concordano su questo punto, ma solo il presidente Trump ha la determinazione necessaria per porre fine a questa minaccia una volta per tutte. O la Cpi metterà fine alle sue minacce, o noi metteremo fine alla Cpi", ha detto ancora il segretario di Stato americano annunciando le sanzioni contro la Corte penale internazionale. La pressione sugli alleati "Ci aspettiamo che i nostri alleati - molti dei quali aderiscono alla Cpi e dipendono dai militari americani per la propria difesa - mettano un freno a questa Corte fuorilegge; in caso contrario, gli Stati Uniti proseguiranno la loro campagna per smantellare la Cpi pezzo dopo pezzo, finché gli americani non saranno più minacciati", ha concluso. Sostegno alla Cpi da Italia e altri 7 Paesi E la risposta è arrivata proprio degli “alleati”: otto paesi, tra cui l'Italia, hanno ribadito il loro "incrollabile sostegno" alla Corte penale internazionale, dopo le sanzioni imposte dagli Usa. "Riaffermiamo il nostro continuo e incrollabile sostegno all'indipendenza, all'imparzialità, all'integrità e alla Cpi", si legge in una nota congiunta dei ministri degli Esteri di Canada, Danimarca, Germania, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Regno Unito. La risposta della Corte La Corte penale internazionale, da canto suo, "respinge con fermezza le sanzioni Usa". In un comunicato stampa, la Corte ha sottolineato che la misura statunitense rappresenta un "passo senza precedenti", che segue una serie di provvedimenti sanzionatori nei confronti di tredici giudici e procuratori indipendenti impegnati nella causa della giustizia. Il mandato della Cpi "La Corte continuerà a svolgere pienamente il suo mandato, con indipendenza e imparzialità, agendo solo sulla base della legge e delle prove, per il bene delle innumerevoli vittime di crimini gravi", ha dichiarato la presidente della Cpi, Tomoko Akane. I crimini perseguiti dalla Corte "Questa misura prende di mira un'istituzione giudiziaria indipendente, creata da un trattato e incaricata da 125 Stati parte di indagare e perseguire i crimini di genocidio, i crimini contro l'umanità, i crimini di guerra e il crimine di aggressione", ha scritto l'istituzione. L'appello allo Stato di diritto "La sanzione mira a interrompere le attività della Corte e a intimidire coloro che lavorano per essa o collaborano con essa. La Corte, dal canto suo, non si lascerà intimidire". Le sanzioni, secondo la Corte, rappresentano "un tentativo di ostacolare il corso della giustizia e di impedire alla Corte di svolgere il compito per cui è stata creata. È un attacco allo Stato di diritto e alle fondamenta stesse dell'ordinamento giuridico internazionale, che mina il principio secondo cui nessuno è al di sopra della legge". Infine, l'auspicio: "La Corte invita gli Stati a continuare ad adottare misure concrete, anche per garantire che la Corte continui ad avere i mezzi necessari per proseguire il suo lavoro. Non si tratta solo di difendere una singola istituzione, ma di salvaguardare l'ordine internazionale fondato sullo Stato di diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver servito la causa della giustizia". "La storia giudicherà questo momento. Le generazioni future, e soprattutto le vittime delle atrocità di massa, si chiederanno come abbiamo reagito quando un'istituzione creata per proteggerle è stata attaccata. Si chiederanno se la Corte ha tenuto duro e se la comunità internazionale ha difeso i principi che ha proclamato o se ha permesso che venissero abbandonati sotto pressione", conclude l'istituzione. La posizione dell'Unione europea In un comunicato la Commissione europea, commentando l'annuncio degli Stati Uniti, ha scritto in una nota: "L'Unione europea ha sempre sostenuto la Corte penale internazionale (CPI). È profondamente deplorevole che gli Stati Uniti abbiano annunciato l'intenzione di imporre sanzioni". "L'Ue collaborerà strettamente con la Cpi per garantirne l'efficace funzionamento. Rimaniamo inoltre impegnati a lavorare con tutti i 125 Stati parte dello Statuto di Roma per preservarne e rispettarne l'indipendenza, affinché possa continuare a svolgere la sua missione fondamentale. Considerato il ritardo di sei mesi prima dell'entrata in vigore delle misure, vi è spazio per il dialogo - prosegue il comunicato - l'UE è pronta ad adottare tutte le misure necessarie per consentire alla Corte di svolgere il proprio lavoro sia nell'indagine e nel perseguimento dei crimini di guerra e dei crimini contro l'umanità, sia nella tutela degli interessi degli operatori dell'UE all'interno del mercato unico". Gli effetti delle sanzioni Le sanzioni imposte dall'amministrazione di Donald Trump all'intera Corte penale internazionale rischiano di paralizzarne le attività e aprire un nuovo fronte di tensione transatlantica. Dall'accesso ai conti bancari all'utilizzo dei software, fino al pagamento degli stipendi e alla protezione dei testimoni, le misure colpiscono il funzionamento quotidiano dell'istituzione dell'Aia, che le ha definite un "assalto allo Stato di diritto". Che cos'è la Cpi Istituita nel 2002 dallo Statuto di Roma, la Corte giudica individui sospettati di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio. Conta 125 Stati membri, ma non ne fanno parte Stati Uniti, Russia, Cina, India e Israele. Opera secondo il principio di "complementarità": interviene quando le autorità nazionali competenti non vogliono o non possono perseguire i responsabili. Dalla sua nascita ha condannato 15 persone e ne ha assolte quattro. I critici le contestano un'eccessiva concentrazione sui crimini commessi in Africa e la mancata condanna di grandi leader politici. Tra i procedimenti più rilevanti figura quello contro l'ex presidente filippino Rodrigo Duterte, primo ex capo di Stato asiatico a comparire sul banco degli imputati della Cpi. La Corte impiega circa 900 persone di 100 nazionalità e non va confusa con la Corte internazionale di giustizia, anch'essa all'Aia, che risolve controversie tra Stati. Banche, assicurazioni e tecnologia a rischio Washington aveva già sanzionato diversi alti funzionari della Corte, ma le nuove misure prendono di mira l'intera istituzione. Le preoccupazioni riguardano l'accesso ai servizi bancari, alle carte di credito, alle assicurazioni e soprattutto alla tecnologia americana. "Siamo stati estremamente dipendenti dalle soluzioni tecnologiche statunitensi, da Microsoft o da sistemi collegati a Microsoft", ha dichiarato all'Afp il procuratore capo ad interim Mame Mandiaye Niang. "Stiamo cercando alternative, forse meno efficaci della tecnologia americana, ma che almeno ci consentano di mantenere la nostra indipendenza e continuare a lavorare". Stipendi, indagini e testimoni Niang, a sua volta colpito dalle sanzioni, ha spiegato che le restrizioni hanno compromesso la sua vita quotidiana, impedendogli di prenotare trasporti e alberghi o effettuare operazioni bancarie. L'estensione delle misure all'intera Corte solleva interrogativi sulla possibilità di pagare il personale, condurre indagini all'estero, proteggere i testimoni e persino gestire le strutture di detenzione. "È una prova della nostra resilienza", ha ammesso. Gli obblighi dei Paesi Bassi Come Paese ospitante, i Paesi Bassi hanno responsabilità particolari in base all'accordo di sede firmato nel 2008: proteggere strutture e personale, garantire "qualsiasi mezzo di comunicazione" e assicurare che le risorse finanziarie siano libere da restrizioni. Il ministro degli Esteri Tom Berendsen ha promesso di fare "tutto il necessario" perché la Corte possa continuare a funzionare. Il premier Rob Jetten, poche ore prima dell'annuncio delle sanzioni, si è impegnato a difenderla "mattone dopo mattone", riprendendo la formula usata da Washington per minacciarne lo smantellamento. La possibile risposta europea Una delle opzioni è l'attivazione, da parte della Commissione europea, del cosiddetto "meccanismo di blocco", uno strumento giuridico che vieta alle imprese europee di conformarsi alle sanzioni americane "attivamente o mediante omissione deliberata". Potrebbe attenuare parte degli effetti delle restrizioni. Berendsen lo ha definito un'"opzione nucleare", precisando però che i Paesi Bassi hanno già chiesto a Bruxelles di prepararne l'impiego. Le ragioni di Washington Gli Stati Uniti contestano il mandato d'arresto emesso contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu, loro stretto alleato, per presunti crimini commessi a Gaza. Temono inoltre che l'indagine della Cpi sull'Afghanistan possa tradursi in accuse contro personale americano. Trump ha definito la Corte un'"istituzione fuorilegge" e un "gruppo di persone malvagie", mentre Washington ha promesso di smantellarla "mattone dopo mattone". La diffidenza americana precede però l'attuale amministrazione: negli Usa esiste una legge soprannominata "Hague Invasion Act", che autorizza il ricorso a "tutti i mezzi necessari e appropriati" per difendere personale statunitense o di Paesi alleati detenuto dalla Corte.
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