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Economia e Finanza
I dazi sul vino italiano sono un problema anche per gli americani
Ieri 04-04-25, 05:44
Al porto di Livorno, in quello di Genova, di Civitavecchia, di Palermo e chissà dove ancora, le casse di vino si sono accumulate nel corso delle ultime settimane. Giacciono lì, in casse e container. Aspettano. Dovevano essere in una nave diretta verso gli Stati Uniti. Viaggio rimandato, in alcuni casi cancellato per sempre. Dovevano riempire bicchieri americani, prenderanno forse un’altra strada, forse torneranno indietro, torneranno nelle cantine. Nessuno sa davvero cosa accadrà. Quello che è sicuro è che Donald Trump ha imposto una tassa del 20 per cento sul vino europeo. Aveva promesso agli americani di tagliare le tasse, gliene ha versata una assai cara nel bicchiere. “Fa sorridere che abbia chiamato tutto questo Liberation day, che abbia più volte detto che mercoledì era il giorno della liberazione per il popolo americano da chi li ha derubati per decenni”, dice al Foglio Francesco Liantonio, presidente di Valoritalia, la società leader nel nostro paese per il controllo e la certificazione dei vini a denominazione d’origine, indicazione geografica ecc. I dazi sono un problema per l’Europa, per l’Italia, sono però un problema anche per gli americani, checché ne dica il presidente degli Stati Uniti. “La logica che c’è dietro ai dazi voluti da Donald Trump, soprattutto nel settore agroalimentare e in quello del vino, è una logica sbagliata, assurda. Ormai viviamo una società globale e gli stati, proprio perché inseriti in un contesto del genere, dipendono, in un modo o nell’altro, dall’import: nessun paese, nemmeno gli Stati Uniti, può pensare di essere davvero indipendente dagli altri. L’autarchia non può esistere”, spiega Francesco Liantonio. Il vino ne è l’esempio perfetto. In America la produzione interna, circa 23,6 milioni di ettolitri, non basta a coprire il fabbisogno che è di 34 milioni di ettolitri. L’Italia esporta negli Stati Uniti circa 3,6 milioni di ettolitri, il 24 per cento delle importazioni di vino nel paese, per un giro di affari di circa 1,94 miliardi di euro. E il prezzo maggiore dei dazi lo pagheranno le fasce medie della popolazione. “La maggior parte del vino italiano, circa 350 milioni di bottiglie delle 480 milioni totali, si posizionano in una fascia di prezzo medio bassa, quella tra i 10 e i 13 dollari”, spiega il presidente di Valoritalia. “E questo è un settore che non è in conflitto con il vino americano che è posizionato o in una fascia di prezzo più bassa, oppure, nella maggior parte dei casi, in una fascia di prezzo superiore”. I dazi “creano sì un danno alle cantine italiane (a rischio 323 milioni di euro di ricavi all’anno, ndr), ma anche a chi opera in America, ossia importatori, distributori, commercianti perché non è facilmente sostituibile il vino italiano dalla mente dei consumatori americani, è qualcosa che piace, a cui sono affezionati”. Non c’è conflitto insomma tra vino italiano e vino americano. “Anzi. Il vino europeo, quello italiano in particolare, è sempre stato considerato dai produttori americani come un alleato, un prodotto che ha permesso, negli ultimi decenni, di aumentare i consumi e quindi far crescere il mercato interno”. Un mercato interno che agli inizi degli anni Novanta del Novecento era un quarto di quello attuale. “Trump non solo sta turbando il mercato, sta isolando l’America e aumentando il rischio di ritorsioni commerciali. E questo è un pericolo per il benessere di tutti, che colpisce consumatori e lavoratori, chi spinge nella ricerca, nel miglioramento dei sistemi produttivi. E se si inizia a rispondere ai dazi con altri dazi è lo scenario peggiore che si possa creare: mi auguro si ritrovi un equilibrio, un dialogo costruttivo, serio e che alla fine possa prevalere la ragione. Anche perché solo un mercato globale può favorire la ricerca e lo sviluppo nel settore agroalimentare e vitivinicolo. Solo un mercato globale può garantire la possibilità di un modello di business capace di produrre ricchezza garantendo il rispetto del territorio e dell'ambiente”.
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