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Economia e Finanza
L’autonomia, i Lep (ora in manovra) e la grande trappola italiana
Oggi 03-01-26, 05:50
Come ogni anno, passata la buriana della legge di Bilancio – quest’anno segnata dalla figuraccia sulle pensioni – si scopre che il governo ha nascosto tra le pieghe del testo alcune scelte decisive. Questa volta sono gli articoli 123–128, che per la prima volta costruiscono in modo esplicito l’architettura operativa dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep). I Lep sono gli standard minimi di servizi e diritti civili e sociali che ogni cittadino dovrebbe ricevere indipendentemente dal luogo in cui vive. Servono a garantire che sanità, assistenza, scuola, inclusione sociale e diritto allo studio non dipendano dalla fortuna geografica. Un esempio di Lep è il “numero di studenti per classe”: Se il Lep è minimo 18 studenti per classe, il suo costo standard è quanto costa garantire il funzionamento di una classe da 18. Molti Lep esistono già e i soldi sono trasferiti al livello istituzionale che gestisce la spesa. I Lep possono essere statali, regionali o comunali. In questi anni la commissione Cassese (di cui uno di noi, Rizzo, faceva parte) ne ha individuati oltre 250. Negli ultimi anni se ne è parlato molto, ma sempre in modo vago. Con questa legge di Bilancio, invece, i Lep smettono di essere uno slogan e diventano – almeno sulla carta – il possibile pilastro del futuro assetto istituzionale. L’articolo 123 disegna il perimetro del sistema: sanità, assistenza sociale e una parte limitata dell’istruzione (diritto allo studio). I Lep devono essere tradotti in fabbisogni standard, individuando il costo necessario per garantirli. L’articolo 126 fissa parametri precisi: un assistente sociale ogni 5.000 abitanti, uno psicologo ogni 30.000, un educatore ogni 20.000. Manca solo di stabilire quanto costa oggi, domani e in futuro un educatore ogni 20 mila abitanti per poi trasferire in modo puntuale le risorse alle regioni che, tramite i comuni, gestiscono il servizio. L’articolo 124 equipara i Lea della sanità ai Lep. L’articolo 127 rafforza l’assistenza agli studenti con disabilità con diritti esigibili. L’articolo 128 consolida il diritto allo studio universitario con 250 milioni strutturali in più all’anno per le borse e un sistema nazionale di monitoraggio. E’ una riforma seria, coerente con il Pnrr e applicata a funzioni già oggi regionali. Ma è anche l’apertura di una sfida enorme, forse impossibile da vincere. Prendiamo la sanità. Oggi il fondo sanitario nazionale è ripartito principalmente in base alla popolazione. Il monitoraggio, però, avviene sui Lea: tempi di attesa, pronto soccorso, cure garantite. Se ora i Lea diventano Lep anche per il finanziamento, il criterio cambia radicalmente: le risorse dovrebbero essere assegnate in base a quanto costa davvero garantire quei servizi, non semplicemente in base agli abitanti. E qui emerge il problema: quanto costa davvero garantire a tutti un pronto soccorso senza code? O liste d’attesa accettabili? Nessuno lo sa, ma tutti sanno che costerebbe molto più di quanto oggi si spende. L’alternativa è che si fa finta di niente “all’italiana”, i Lea diventano Lep come scritto in legge di Bilancio ma poi questi ultimi non vengono quantificati e le risorse continuano a essere assegnate come prima in base alla popolazione. E poi c’è l’autonomia regionale. I Lep e il relativo finanziamento, tramite la definizione dei costi standard, è anche la condizione necessaria perché alcune funzioni possano essere devolute alle regioni. I Lep dovrebbero servire a impedire che l’autonomia differenziata produca diseguaglianze: prima si fissano i diritti uguali per tutti, poi si possono trasferire competenze. Ma proprio per questo diventano lo strumento con cui l’opposizione può bloccare l’autonomia: se i Lep vanno finanziati seriamente e le risorse non ci sono, l’autonomia non parte. E il governo lo sa. Così l’Italia entra nel suo paradosso perfetto. Se i Lep si fissano senza soldi, si proclamano diritti che non si riescono a garantire e si spacca il paese. Se i Lep si fissano con i soldi, il bilancio pubblico non regge e l’autonomia diventa inattuabile. Ma anche se la funzione è statale e rimane statale una volta che hai fissato il Lep lo devi finanziare per forza sennò tradisci un diritto fissato per legge. In nessun altro paese prima si definiscono diritti sacri e costituzionali e poi si cercano le risorse. Il buon senso imporrebbe l’opposto. Fino adesso anche in Italia si è fatto sostanzialmente l’opposto cioè il vincolo delle risorse del bilancio viene prima della individuazione di quanto ogni territorio debba ricevere, perché i Lep e i conseguenti fabbisogni non erano formalizzati per legge. Ora però si rischia di legarsi le mani alla definizione di alcuni diritti Lep (quelli definibili e quantificabili) cui poi dovrebbero seguire le risorse di bilancio. Così in Italia il dibattito sui Lep rischia di diventare la più grande promessa irrealizzabile della prossima stagione politica.
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