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Estero
L’Ue litiga sugli Ets mentre altri riaccendono il carbone. Lezioni dall’Asia
Oggi 21-03-26, 06:11
La seconda grande crisi internazionale che si abbatte sui prezzi energetici in cinque anni dimostra che l’Europa, checché si dica a Bruxelles, non ha ancora imparato la lezione. Nel mondo odierno, segnato da nuovi conflitti generati da potenze che antepongono la propria geopolitica di potenza alla stabilità dei mercati, non è possibile fare a meno di seri piani strategici di riserva pronti a scattare automaticamente a ogni nuovo allarme rosso dei prezzi. Questa lezione vale ancor di più per l’Europa, la cui dipendenza da fonti energetiche importate è una delle mine più strutturali per la propria autonomia strategica, e minacciosa quanto – se non più – della sua incapacità di difesa comune. L’ultimo report di Eurostat, aggiornato ai dati del 2024, ci ricorda che l’Italia importa il 73,9 per cento delle fonti energetiche; la Germania il 66,8 per cento, la Francia il 41,7, e la Spagna il 68,9. Eppure i necessari piani automatici di sicurezza continuano a mancare. Continuano i summit in cui gli stati Ue sono divisi sulle misure da adottare, e la Commissione, a propria volta, cavalca le spaccature. Dichiara che sarà pronta (nella lingua comunitaria significa “tra qualche mese”, a fronte del ruggire quotidiano dei prezzi di gas e petrolio) a concedere esenzioni al divieto di aiuti di stato per interventi dei governi sul fronte dei prezzi e a sostegno delle imprese. Cioè una drastica inversione del principio del sostegno solidale che durante la pandemia la Commissione adottò con il Next Generation Eu a favore di chi perdeva più pil: oggi, con gli aiuti di stato, ci si allontanerebbe ulteriormente dall Mercato unico dell’energia, visto che gli interventi potranno farli solo i paesi a basso debito pubblico, con tanti saluti all’Italia. E nella Commissione la vicepresidente Teresa Ribera continua la sua difesa degli Ets come strumento al più da rivedere marginalmente, non certo da sospendere per gli energivori. Mentre i sovraccosti attuali li spingono ancor più fuori mercato rispetto a concorrenti mondiali che non si riconoscono affatto negli onerosissimi standard della Ue. A questo proposito, carissimi esperti che difendete gli Ets in nome del “non alteriamo i prezzi di mercato”: gli Ets nascono come tassa pigouviana che però è diventata un macigno contro la competitività di tutta l’industria di base europea. Gli Ets non sono uno strumento del libero mercato ma un’imposizione dirigista calata dall’alto sulle imprese, adottata senza un esame ex ante delle conseguenze nefaste che avrebbe prodotto, né con la capacità di disegnarne un mercato secondario aperto ai soli operatori specializzati, per impedirne gli eccessi di volatilità. Anche il resto del mondo si sta comportando con la lentezza e l’indecisione europea? Risposta: no. Consideriamo che cosa avviene nei paesi che hanno più accresciuto il loro import di gas liquefatto dal Golfo Arabico e soprattutto dal Qatar. Un esempio calzante, visto che per l’Italia il primo fornitore estero di gas da metanodotto è l’Algeria da cui il governo si sta prodigando in queste ore per accrescerne ulteriormente la quota, ma del gas liquefatto, dopo gli Usa, è proprio il Qatar il nostro secondo fornitore; e, dopo gli ultimi attacchi iraniani ai propri impianti, il Qatar è stato costretto ad annunciare la revisione delle proprie forniture da qui fino a cinque anni. Sono i paesi asiatici, quelli che negli ultimi anni avevano scelto le importazioni di gnl come principale fonte per soddisfare la forte crescita della domanda di consumi elettrici, dovuta non solo allo sviluppo delle attività economiche ma a una curva demografica tale da determinare il concentrarsi in quell’area di metà dell’aumento della domanda energetica mondiale al 2050. Il Giappone ha accresciuto enormemente il proprio import di gnl dal Golfo Arabico, decidendo di riesportarne una parte verso altri paesi indopacifici per limitarne la dipendenza dalla Cina sulle rinnovabili. In Thailandia il gas naturale genera più della metà dell’elettricità e il gnl ne assicura un quarto. Qual è il piano di sicurezza scattato in questi paesi? Il pieno ripristino delle centrali a carbone dismesse o in via di dismissione. Così ha deciso il Bangladesh. Taiwan ha dichiarato che è pronta ad acquistare più gnl dagli Usa ma, intanto, riavvia subito una delle maggiori centrali a carbone dell’intera Asia, quella di Taichung, perché la fame di elettricità della Tsmc, che produce chip avanzati, non può tollerare austerity. La Corea del Sud ha deciso di aumentare subito l’immissione in rete di elettricità da nucleare e da carbone: “La sicurezza energetica è parte essenziale per la continuazione della crescita non solo della Corea del Sud ma dell’intera comunità dei paesi liberi asiatici”. Ci dovrebbero riflettere, a Bruxelles.
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