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Economia e Finanza
Mps, Mediobanca, Lovaglio e il prossimo bivio del risiko bancario
Oggi 17-01-26, 06:07
C’è sempre lei, la banca senese Montepaschi al centro della scena nella stagione 2026 del risiko bancario. Prima per il fantomatico interesse di Unicredit per la quota detenuta da Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, smentito clamorosamente da entrambe le parti, e adesso per un presunto scazzo tra alcuni soci e Luigi Lovaglio, amministratore delegato e artefice della scalata a Mediobanca. “Non sento Lovaglio da settimane”, ha precisato Francesco Gaetano Caltagirone in risposta all’articolo del Ft che arriva a ipotizzare lo spodestamento di Lovaglio nei confronti del quale il ministro Matteo Salvini ha subito espresso apprezzamento dicendo che ha guidato la banca “in modo eccellete”. E Delfin, nella nota in cui ha smentito di volere uscire da Mps, ha dichiarato “pieno sostegno” ai vertici della banca e al percorso di rafforzamento in atto”. Per Caltagirone è sbagliato accostare il suo ruolo di azionista al confronto che si sta svolgendo in questi giorni all’interno del consiglio del Monte chiamato a deliberare in tempi brevi su due questioni cruciali: il piano industriale richiesto dalla Bce entro marzo e la definizione della lista del cda di Siena in vista del suo rinnovo. Ad ogni modo, la diversità di vedute ruota soprattutto intorno alla decisione di togliere o meno Mediobanca dalla Borsa. Farlo o non farlo implica chi e come gestirà la quota detenuta da Piazzetta Cuccia nel gruppo Generali, il cui controllo è sempre stato uno dei principali obiettivi di questa grande partita. Lovaglio è favorevole all’integrazione tra il Monte e Mediobanca, che vuol dire realizzare 700 milioni di sinergie industriali ma vuol dire anche mettere la suddetta partecipazione in Generali direttamente sotto il cappello di Montepaschi e, dunque, nelle mani di una governance che rispecchierà un azionariato diffuso. Sebbene, Caltagirone e Delfin siano di gran lunga i maggiori soci di Mps (insieme detengono il 27 per cento) il colosso americano Blackrock, per esempio, rappresenta il terzo socio (con il 5 per cento) prima del Mef (4,8 per cento) che di recente ha ribadito la sua volontà di uscire. La restante parte del capitale di Siena (almeno il 60 per cento) è distribuito sul mercato tra una miriade di fondi di investimento e di piccoli azionisti. Così, una parte del consiglio sarebbe propenso a mantenere Mediobanca quotata, il che vorrebbe dire che il 13 per cento in Generali resterebbe nel suo bilancio e nelle decisioni del consiglio di amministrazione guidato da Alessandro Melzi d’Eril e da Vittorio Grilli. Diversi i pesi e le misure, diverse le influenze dei grandi soci nei due luoghi decisionali. Ad ogni modo, la posizione di Lovaglio è certamente complicata. Dopo che il consiglio gli ha rinnovato “piena fiducia” quando è risultato indagato, insieme con Caltagirone e Milleri, dalla Procura di Milano nell’ambito dell’ops su Mediobanca, più di recente ha dovuto affrontare forti obiezioni del board alla sua strategia. Del manager si dice sia ambizioso e resiliente con la capacità di reggere il conflitto anche sul lungo periodo. Di fatto, ha guidato con successo una scalata che sembrava impossibile e nel farlo è riuscito a conquistare la fiducia degli investitori di mercato ai quali ha fatto delle promesse. Dall’altra parte, non può non tenere conto delle strategie di chi in tutta questa operazione ha investito grandi capitali. Sullo sfondo, c’è il ruolo giocato dal Mef che da un lato preferirebbe non venire coinvolto nelle schermaglie tra soci e dall’altra sente il dovere di difendere il manager che è stato determinante nel percorso di salvataggio e rilancio della ex disastrata Mps. Non è un caso che di recente il ministro Giorgetti abbia più volte manifestato stima nei confronti di Lovaglio e che Salvini si sia precipitato in suo soccorso ieri. D’altra parte, a Palazzo Chigi il clima è un po’ cambiato dopo l’intervento dell’Ue sul golden power usato per fermare Unicredit con Banco Bpm e dopo l’inchiesta della Procura milanese, che, per quanto non abbia messo nel mirino il governo ha creato comunque qualche apprensione. La passione per le vicende bancarie sembra affievolita ma non è chiaro come questo inciderà sui futuri assetti di Mps e sulle future grandi manovre su Generali.
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