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Sport
Una Serie A con tante domande e poche risposte
03-03-2025, 13:00
Se il Novecento è stato definito il secolo breve, gli scorsi dieci giorni consecutivi di calcio possono a buon diritto dirsi la settimana lunga. Iniziata con gli ultimi due quarti di Coppa Italia, transitata dal recupero di Bologna-Milan, conclusa (non ancora) con la plenaria di campionato. Soprattutto le sconfitte della Juventus contro l’Empoli e dei rossoneri in Emilia fanno discutere: quest’ultima è stata una partita molto intensa, d’altri tempi. Come non impazzire per i volteggi di Benjamín Domínguez, “el Nene”, sfrontato quanto la sua frangetta e le sembianze da piccolo Castro, piccolo Lautaro, fratello di Dybala, nidiata del Diego? Lo scontro diretto certifica la differenza di momentum: lanciatissimi gli uomini di Vincenzo Italiano verso la seconda qualificazione europea consecutiva (addirittura dalla porta principale), in caduta verticale quelli di Sérgio Conceição, che puntualmente si sfoga davanti alle telecamere. E la società corre ai ripari: ma se l’esito porta ad assumere Igli Tare da direttore sportivo –soprattutto se Zlatan Ibrahimovic dovesse rimanere in qualche ruolo, a dispetto dei santi e delle relazioni interne – significherebbe obbligare la tifoseria a pensare di voler fare sempre le nozze coi fichi secchi, modello Lotito. Non esattamente augurabile. Questa è "La nota stonata", la rubrica di Enrico Veronese sul fine settimana della Serie A, che racconta ciò che rompe e turba la narrazione del bello del nostro campionato che è sempre più distante da essere il più bello del mondo Sbrocca Sérgio, sbrocca Thiago Motta contro i suoi capri espiatori. La Juve di mercoledì scorso non è una squadra di calcio, l’Empoli invece sì, almeno fino al gol di Khéphren Thuram: ma un allenatore degli anni Settanta non avrebbe mai fatto giocare alcun esterno a piede invertito, cercando anzi di massimizzarne la resa per quello che ogni specificità può offrire. Non è più solo fenomenismo, tanto che attanaglia anche chi ha già dimostrato e vinto qualcosa, se non tutto: forse Carlo Ancelotti ne è in buona parte immune, ma lo stesso Pep Guardiola non si accorge di stare diventando come José Mourinho, un po’ maschera di se stesso. Senza dire di Gian Piero Gasperini, che ha scelto il momento meno opportuno (nota stonata) per annunciare il proprio addio, questa estate o la prossima: con quali stimoli potrebbe rimanere? A risentirne è la squadra, mai così vicina nominalmente allo scudetto, eppure capace di farsi bloccare in casa – senza segnare – da Cagliari e Venezia, mentre dilaga in campo esterno: non avendo più le coppe da disputare, provarci è un dovere. Specie se “The Brutalist” Philip Billing non rimette in corsa solo il Napoli: “Io sono ancora qui”, può ben dire Antonio Conte sfruttando il bellissimo Oscar brasiliano del film di Walter Salles. È la Serie A delle domande: cosa deve fare Alexis Saelemakers per meritarsi le big europee? Cesare Casadei sarà presto la nuova copertina del calcio italiano dal volto pulito, o farà “la fine” di Davide Frattesi? Dove arriverà il Como-mania degli hipster e delle star in tribuna sul lago? Le interviste al presidente Mirwan Suwarso elogiano il modello di business: avere tanti soldi in partenza è sempre la via più sicura. Incanta la mentalità di Cesc Fàbregas nell’immettere ulteriori punte in luogo dei centrocampisti se la squadra è già in vantaggio, come ha fatto nelle ultime due partite: considerato che nel suo caso vale davvero il motto guardioliano, “il mio centravanti è lo spazio”. Il ciclone Assane Diao ridimensiona tuttavia coloro che ne stanno pagando l’avvento: il bistrattato Alieu Fadera che aveva tirato la carretta fin qui, e ora campa spesso sopra la panca. O lo stesso Patrick Cutrone, che i suoi gol e assist li aveva fatti; tacendo degli atleti fuori gioco (Ignace van der Brempt, il mito Sergi Roberto) o fuori dai radar di un frullatore in continua evoluzione. Il quale dà continuamente la sensazione di cosa potrebbe essere in futuro, se gli indonesiani confermeranno l’investimento. Ma la classifica, per ora, dice che però riuscirci sempre è un’altra cosa.
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