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Affari e segreti. Le mani dei cinesi sui cantieri Ferretti
Oggi 15-05-26, 09:05
Come volevasi dimostrare le mani dei cinesi sulle aziende italiane non si fermano. Ieri si è chiuso, male per il Paese, il caso Ferretti. Un'eccellenza della cantieristica italiana con una divisione però dedicata a sicurezza e difesa che fornisce alle forze armate unità navali ad alta velocità per pattugliamento, sorveglianza e sicurezza marittima. Insomma chi comanda la società può avere accesso a sistemi e tecnologia sviluppate perla sicurezza dello Stato. Ebbene da ieri dopo 12 anni si è tramontata l'era del ceo Galassi (ora ex) e si è aperta una fase nuova di governance nella quale Pechino può dettare la linea sulla gestione del gruppo e approfittare per portare a casa brevetti sensibili sviluppati per l'intelligence. Il colpaccio ieri all'assemblea degli azionisti nel corso della quale la lista presentata dal gruppo Weichai ha vinto su quella dello sfidante Kkcg Maritime. Al gruppo ceco, che avrebbe rappresentato una maggiore garanzia per il profilo di sicurezza, è rimasto un solo posto in cda rispetto ai nove in palio. Tan Ning sarà il nuovo presidente e Stassi Anastassov il nuovo ad. Il manager emiliano, entrato in conflitto con l'azionista di maggioranza, non è più nel board e resta fuori anche Karel Komarek, il miliardario ceco che si è lanciato nella sfida di acquisire il controllo del gruppo, prima con un'opa, poi cercando di far prevalere la sua linea e il suo peso azionario in assemblea. A rappresentarlo ci sarà la cfo del gruppo, Katarina Kohlmayer. I soci di Ferretti hanno partecipato in gran numero vista la posta in gioco. Nell'assise si è presentato il 95% del capitale. Sin dall'inizio la bilancia pendeva verso l'azionista storico, Weichai, entrato nel 2012 quando i cantieri di Forlì erano sull'orlo del fallimento, e che in previsione del voto aveva arrotondato la sua quota al 39,517%. Dalla sua tanti piccoli azionisti non rilevabili ma usciti allo scoperto con il deposito delle azioni sul libro soci assembleare. E guarda caso Weichai ha trovato dalla sua parte pezzi di sistema economico cinese legato al poter statale: da Bank of China (1,9%) a Wealth Strategy (1%) o Yanjan International (0,8%) fino a AdTech Advanced Technologies (2,8%) guidata da un ex manager di Weichai Power. L'appoggio dei fondi internazionali non è bastato a Komarek arrivato in assemblea con il 23,234%. In apertura ha provatoa impedire a Weichai di votare o anche di rinviare l'assemblea per dare alle Authority il tempo di accertare le accuse di violazione del Golden Power e della normativa sull'Opa. Richiesta respinta. I primi due punti all'ordine del giorno, l'approvazione del bilancio e la relazione sulla remunerazione, sono stati approvati con il voto favorevole di oltre il 95% dei presenti. Il duello si è consumato al voto per il rinnovo del board. La lista di Weichai si è imposta su quella del rivale con il 52,31% del capitale presente a favore (49,74% del totale) mentre per Kkcg ha votato il 47,44% del capitale presente (45,12% del totale). Lo scontro si consumerà ora con le carte bollate e non solo. Anche il Parlamento è entrato in azione: dopo l'interrogazione della Lega sta per arrivare quella di Cangiano (FdI) che metterà in evidenze come Weichai power sia un conglomerato industriale partecipato dalla Repubblica popolare cinese che controlla la maggioranza del consiglio di amministrazione uscente. Nel marzo di due anni anche il fondo pensione del regno di Norvegia, paese membro della Nato, escluse la società dalla platea degli investimenti per la sua esposizione a catene di fornitura connesse al settore della difesa. Oslo accertò la continuità di rapporti commerciali con soggetti operanti in Russia e in Bielorussia assoggettate a sanzioni internazionali. Sulla base di questi e altri elementi la richiesta al governo di verificare la ricorrenza dei presupposti per l'esercizio dei poteri speciali, a tutela della continuità delle forniture alle Forze armate e dei Corpi dello Stato e al fine di impedire il trasferimento di tecnologie sensibili verso soggetti statali di Paesi terzi non membri dell'Unione europea né dell'Alleanza atlantica. Il boccone al ristorante cinese potrebbe diventare amaro.
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